Smart working, per continuare così gli italiani cambierebbero addirittura lavoro

Lo smart working ha conquistato gli italiani, che per la prima volta si sono approcciati in modo massiccio a questa modalità di lavoro. Così a settembre, quando si tornerà dalle vacanze estive – per chi ha potuto concedersele – moltissimi nostri connazionali si troveranno anche a dover affrontare lo scoglio del rientro in ufficio, abbandonando le postazioni allestite a casa.

E le preoccupazioni, insieme alla tristezza, non mancano. A rilevare questo sentimento diffuso è una ricerca di Wyser, società internazionale di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, effettuata per scoprire il mood degli italiani rispetto al termine dello smart working.

Timori legati alla sicurezza e paura della nuova routine

Tra le principali preoccupazioni espresse dai nostri connazionali in merito al ritorno in sede spicca quella del mancato rispetto delle normative vigenti in fatto di sicurezza, segnalata da oltre il 30% degli intervistati. Un altro 32% teme la possibilità di un secondo lockdown, però esiste anche un 80% di ottimisti che afferma di fidarsi della capacità della propria azienda di dotarsi delle necessarie misure anti virus.

A casa si sta bene

In base ai dati raccolti nella survey, riporta AdnKronos, si scopre che oltre il 70% dei lavoratori vorrebbe che lo smart working continuasse a essere parte integrante della nuova vita lavorativa, anche in misura minore. Un approccio flessibile da parte delle organizzazioni è sempre più richiesto dai candidati e manager, per cui non stupisce che l’interruzione del lavoro da casa potrebbe essere per molti un fattore determinante nella scelta di cambiare lavoro. Per molti, quindi, il rientro alla normale routine sarà traumatico perché a casa si sta bene. Il 50% troverà pesante ritornare ad affrontare la solita vita lavorativa, tra i mezzi pubblici affollati e il traffico sulle strade, mentre il 30% soffrirà il trantran mattutino con la sveglia anticipata e il pensiero dell’abbigliamento. Passare fuori casa la maggior parte delle ore della giornata, come era norma fino allo scorso gennaio, sarà fonte di grande disagio per un lavoratore su 3 (33,3%) e dover continuamente prestare attenzione e rispettare le limitazioni e le misure vigenti renderà meno piacevole e spontaneo interagire con gli altri (19,2%). L’aspetto positivo sarà invece riprendere i rapporti interpersonali: il 52,6% ha sofferto infatti la mancanza della socialità nella quotidianità lavorativa e il 20,5% non vede l’ora di spegnere Zoom e tornare a confrontarsi di persona e avere occasioni di networking (9,6%).

Una comunicazione chiara e trasparente

“Ritengo che una comunicazione chiara e trasparente – ha commentato Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser – tra azienda e dipendenti sia imprescindibile in questo momento più che mai, così come delle misure di welfare per rendere meno impattante sulla psiche e sulla routine dei lavoratori questa nuova fase. Purtroppo, come risulta dalla nostra ricerca, solo un’azienda su tre ha comunicato, a oggi, quali iniziative saranno adottate a tale scopo: l’ideale sarebbe diramare ogni tipo di informazione utile entro il periodo di ferie o di chiusura. Sarà compito dei team leader lavorare sodo per trovare la quadra, con attività di team building e occasioni di convivialità e svago”.

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Pubblicità, sale la fruizione, ma calano i ricavi

 

A causa dell’emergenza covid-19 nel 2020 il mercato pubblicitario varrà poco più di 7 miliardi di euro, il dato peggiore da almeno 15 anni. Dalla TV a Internet, dalla Radio alla Stampa e all’Out of Home tutte le componenti subiranno un calo a doppia cifra. In particolare, l’Internet advertising in Italia calerà del 14%, e sempre a causa dell’emergenza quest’anno la raccolta scenderà a 2,8 miliardi di euro, un valore inferiore a quello registrato nel 2018.

Nell’ambito del Display advertising, invece, rispetto al 2019 si prevede che quest’anno la raccolta pubblicitaria dei video scenderà del 12%, e quella dei Banner del 15%, condizionata soprattutto dalle logiche di Brand Safety delle aziende.

Il 59% degli italiani ha usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento

In diminuzione poi anche la raccolta derivante dall’acquisto di spazi sui motori di ricerca (-14%) e sui portali di eCommerce e Classified advertising (-21%).

Si tratta dei dati raccolti dalla ricerca BVA Doxa per l’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano. Che riguardo alla fruizione dei contenuti nei primi mesi del 2020, anche a causa del lockdown, rileva come il 59% degli italiani abbia usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento (SVOD) in streaming, e il 20% abbia utilizzato contemporaneamente tre o più abbonamenti. Tuttavia, la percentuale di chi ha intenzione di mantenere attiva la sottoscrizione a più di due piattaforme anche nel post-emergenza cala al 12%.

Il covid-19 mina la crescita del mercato pubblicitario online

Nel 2020 anche il canale Internet, seppure in maniera più contenuta rispetto ad altri mezzi, segnerà per la prima volta nella sua storia una decrescita. La stima per quest’anno, infatti, è di un calo almeno del 14% e il valore potrebbe scendere al di sotto della raccolta del 2018, quando toccava quota 2,8 miliardi di euro. Le restrizioni che hanno imposto agli italiani di rimanere in casa hanno però contribuito a modificare alcuni comportamenti abitudinari degli utenti nella fruizione dei Media, in particolare, dei contenuti Video. Il device centrale per vedere questi contenuti rimane il televisore. Il tempo speso su questo dispositivo per fruire dei servizi on demand cresce (passando dal 52% al 55% del tempo complessivo), rimane costante su PC (22%), mentre cala su smartphone e tablet.

Cresce la propensione a fruire di contenuti video creati dagli utenti comuni

Per quanto riguarda in particolare i video fruiti tramite YouTube, dall’analisi emerge come gli utenti propendano sempre di più per contenuti creati dagli utenti comuni (UGC, scelta principale per il 62% degli intervistati) o video prodotti da youtuber o influencer (21%). Solo il 17% si affida principalmente a video editoriali/televisivi. Il quadro cambia se si analizzano le coordinate generazionali: youtuber e influencer sono molto più rilevanti per i Millennials (39%, contro il 5% dei Baby Boomers). Viceversa, i video editoriali sono la scelta principale per il 24% della fascia più anziana.

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Le agevolazioni per le imprese del Decreto Rilancio

Ammontano a 130 miliardi di euro gli incentivi previsti dal Decreto Rilancio per le piccole e medie imprese in crisi a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Il pacchetto comprende una serie di misure di finanza agevolata, di cui la maggior parte sotto forma di contributi a fondo perduto e crediti d’imposta. Fra i contributi a fondo perduto rientrano quelli per i titolari di reddito d’impresa e di lavoro autonomo, con ricavi e compensi inferiori ai 5 milioni di euro, per i beneficiari di Resto al Sud, e per le imprese che investiranno nella riduzione del rischio da contagio. Mentre fa le misure relative al credito d’imposta, sono previste agevolazioni per le locazioni, gli  investimenti pubblicitari e l’adeguamento edilizio.

I contributi a fondo perduto

Le Start Up innovative potranno usufruire di contributi a fondo perduto per servizi erogati da incubatori, acceleratori, innovation hub. Inoltre, il Decreto Rilancio ha introdotto il First Playable Fund, un Fondo per sostenere l’industria dell’intrattenimento digitale con una dotazione iniziale di 4 milioni di euro per il 2020. Il fondo finanzia la realizzazione di prototipi di videogames, attraverso contributi a fondo perduto pari al 50% delle spese ammissibili. Le imprese che investiranno nella riduzione del rischio da contagio con attività quali, ad esempio, l’acquisto di apparecchiature e dispositivi di protezione individuale e ambientale, avranno diritto a contributi a fondo perduto per oltre 400 milioni di euro. La gestione dell’incentivo sarà di competenza di Invitalia, che utilizzerà, tra l’altro, la dotazione finanziaria del Bando ISI Inail 2019.

Credito d’imposta per affitti, sanificazione e investimenti pubblicitari

Oltre al credito d’imposta per i canoni di locazione non abitativi, pari al 60%, è previsto un incentivo, introdotto con già con il Decreto Cura Italia, per la sanificazione delle imprese. Il credito d’imposta passa dal 50% al 60% delle spese, e l’importo massimo viene innalzato da 20 mila a 60 mila euro. Un ulteriore innalzamento anche per l’agevolazione dedicata agli investimenti pubblicitari. Il nuovo credito d’imposta in questo caso passerà dal 30% al 50% su tutti gli investimenti pubblicitari realizzati nel 2020, purché rientranti nelle attività ammesse (stampa quotidiana e periodica, anche online, ed emittenti televisive e radiofoniche locali).

Aiuti per l’adeguamento edilizio e Ricerca e Sviluppo Mezzogiorno

Il Decreto Rilancio intende favorire anche le imprese che necessitano di lavori di adeguamento edilizio. La realizzazione o l’adeguamento, ad esempio, di spogliatoi o mense, nel rispetto delle nuove normative di distanziamento sociale, sarà incentivato con un credito d’imposta pari al 60% delle spese. L’importo massimo è di 80 mila euro. Le imprese operanti nel Mezzogiorno potranno invece accedere a un credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo particolarmente vantaggioso, pari al – 45% per le piccole imprese, – 35% per le medie imprese, e – 25% per le grandi imprese.

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Fase 2, torna positivo il mercato tech di consumo

Con l’allentamento delle misure di contenimento gli italiani ritornano a comprare prodotti tech, anche in negozio. Secondo le rilevazioni effettuate da GfK sul Retail Panel Weekly nella settimana dal 4 al 10 maggio 2020 il mercato italiano della tecnologia fa registrare un +19% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E con un giro d’affari di oltre 179 milioni di euro è stata la settimana con il fatturato più alto da inizio anno. Tra i comparti che crescono di più, l’IT, i piccoli elettrodomestici e l’Air Treatment. Sono dati particolarmente significativi, se si considera che è il primo segnale positivo dopo otto settimane di decrescita del mercato. A partire dalla settimana 11 (15-21 marzo), la tecnologia di consumo era infatti sempre rimasta in area negativa.

Con la fine del lockdown riapre il 97% dei punti vendita

Durante il lockdown hanno sofferto soprattutto le vendite effettuate nei punti vendita, alcuni dei quali rimasti chiusi per diverse settimane. Al contrario, il canale online ha fatto registrate crescite a tre cifre. Con la Fase 2 la ripresa delle vendite riguarda tutto il mercato italiano. Nella prima settimana di maggio il canale online continua a crescere a ritmi sostenuti (+116% a valore), ma risultano in netta ripresa anche i negozi tradizionali (-0,9%), che ritornano quasi allo stesso livello dello scorso anno. Con la fine del lockdown hanno riaperto la maggioranza dei punti vendita (97%) monitorati dal Panel Weekly GfK, e a livello territoriale per le vendite in store l’inizio della Fase 2 è stato particolarmente positivo al Sud e nelle Isole (+9,5%).

Trend positivo per pc, media tablet e piccoli elettrodomestici

Per quanto riguarda il trend dei prodotti tech più importanti per fatturato, continua la fase positiva del comparto IT e Office, cresciuto molto anche durante il lockdown per effetto delle nuove abitudini di Home Working e Digital Learning. Crescono in particolare i pc portatili (+154%), i pc desk (+38%) e i media tablet (+61%), con performance positive sia online sia in store. Molto positivo anche il settore dei piccoli elettrodomestici. Continuano a salire le vendite di rasoi (+88%), già cresciuti molto durante il lockdown, e in netta ripresa anche le macchine da caffè, che registrano un +13% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Cresce l’Air Treatment, ancora negativi gli smartphone

Un’altra categoria che non ha mai smesso di crescere è quella dell’Air Treatment (+88%), trainata dal boom delle vendite dei prodotti per l’Air Cleaning, dispositivi che purificano l’aria di casa eliminano batteri, particelle inquinanti e altre micro-sostanze tossiche. Tra i prodotti che tornano a crescere dopo alcune settimane di flessione ci sono anche i frigoriferi (+8,3%), i televisori (+4,3%) e le soundbar (+16,6%). Rispetto allo scorso anno, rimane ancora negativo il trend a valore degli smartphone (-2,8%), di gran lunga il comparto più importante della tecnologia di consumo, ma la ripresa delle vendite fa sperare anche per l’evoluzione di questo mercato nelle prossime settimane.

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Dalla Finlandia le regole per un #iorestoacasa felice

Nonostante sia una misura necessaria per sconfiggere il virus, dopo settimane passate chiusi in casa si comincia a cedere all’insofferenza. Ma dalla Finlandia arriva una di via d’uscita. Eletta per il terzo anno consecutivo Paese più felice del mondo dal World Happiness Report delle Nazioni Unite la Finlandia è un buon esempio da imitare per provare a essere felici anche al tempo del Covid-19. E Visit Finland suggerisce alcune semplici abitudini per trovare la propria calma a casa, magari mentre si sogna un viaggio nel Paese nordico.

Il primo consiglio è quello di iniziare la giornata con una doccia fredda, perché attiva la circolazione facilitando la produzione della serotonina, l’ormone del buonumore. Un po’ come fare un tuffo nella filosofia finlandese “Sisu”, lo stato interiore che rende questo popolo resistente alle avversità.

Leggere per dare un senso al mondo e sperimentare un sentiero nel bosco virtuale

I libri sono vicini al cuore dei finlandesi. Nel 2016 l’ONU ha nominato la Finlandia nazione più alfabetizzata del mondo e i finlandesi a livello globale sono ai primi posti tra i più entusiasti utenti di biblioteche pubbliche. Perché allora non imitare i finlandesi, magari leggendo un libro al posto di guardare la tv o stare incollati allo smartphone. Un altro consiglio è quello di sperimentare una passeggiata virtuale nel bosco. Solo 15 minuti trascorsi nella foresta calmano le pulsazioni e danno sollievo all’intero organismo. E poiché non è possibile camminare in una foresta vera e propria, basta chiudere gli occhi, sdraiarsi sul divano e fare un viaggio immaginario nella foresta finlandese. Magari con i suoni rilassanti della Lapponia finlandese, ascoltando l’album Scapes su Spotify, all’indirizzo lapland.fi/visit/sound-of-lapland/scapes, riporta Ansa.

Preparare il pane alla cannella

Korvapuusti si traduce in inglese in “slapped ears” (orecchie schiaffeggiate), ma si tratta di focacce alla cannella cotte al forno alla finlandese, con un pizzico di cardamomo. I finlandesi sono amanti del caffè (ne consumano quasi 10 kg a testa all’anno) e dei korvapuusti tanto da aver coniato un termine specifico per questo abbinamento, “pullakahvit”, che letteralmente significa “bun coffee” (caffè con panino). I panini alla cannella sono anche considerati un perfetto comfort food, e se fatti in casa, diffondono un profumo accogliente, donando una sensazione unica di sicurezza e conforto.

Visitare musei online

L’ultimo consiglio è quello di visitare un museo online. La scena dell’arte contemporanea finlandese abbraccia tutto, dalle iniziative sperimentali di artisti e gallerie commerciali alle istituzioni artistiche di punta. E i finlandesi usano l’arte per calmare la mente e trasportare i loro pensieri in luoghi confortevoli e lontani dallo stress quotidiano. Ci sono più di 55 musei d’arte e numerose gallerie nelle città della Finlandia. Perché quindi non fare un viaggio virtuale all’interno dei musei finlandesi? Come, ad esempio, il museo Amos Rex di Helsinki, che ha vinto il premio LCD (Leading Culture Destination) per la nuova destinazione culturale europea dell’anno. Anche l’arte infatti è uno strumento di felicità.

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Smart Working, una rivoluzione necessaria

Cresce fra gli italiani il livello di preoccupazione per l’emergenza coronavirus, e se ora gli acquisti si concentrano sui beni di prima necessità a cambiare sono anche le strategie per fare la spesa. E il giudizio sui brand si “raffredda”.

Questi i primi effetti del lockdown sulle abitudini e i consumi degli italiani registrati dal monitoraggio settimanale di GfK sulle conseguenze del Covid-19 su stili di vita e strategie di consumo. I risultati riferiti alla prima settimana del lockdown evidenziano quindi un consumatore in costante e rapida evoluzione.

Nel carrello i beni essenziali, ma anche i libri

Ancora in crescita le preoccupazioni degli italiani, sia per la diffusione del Coronavirus (+11%) sia per la situazione economica attuale e futura, e aumenta anche la paura di non trovare nei negozi i prodotti di cui si ha bisogno, specialmente al Sud. I consumi si concentrano quindi sempre più sui beni essenziali, e cala la voglia di fare acquisti, anche online. Gli italiani mettono nel carrello soprattutto prodotti come pane, latte, farina, zucchero, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti, acqua e surgelati. Tra le categorie che resistono ci sono però i libri, che tornano a essere un bene necessario per un numero crescente di persone.

L’importo medio della spesa cresce del +26%

Dopo la prima settimana di acquisti “compulsivi”, ma poco organizzati, e una seconda caratterizzata da un incremento della frequenza degli acquisti, durante la prima settimana di lockdown gli italiani sembrano aver elaborato nuove strategie. L’importo medio della spesa cresce del +26% e si fanno acquisti più attenti, per evitare di dover tornare spesso in negozio. Si annullano poi le differenze tra giorni infrasettimanali e sabato, solitamente il più importante per la spesa, a cresce ancora la penetrazione del canale online (+16%).

Verso un nuovo consumatore post-traumatico

L’isolamento forzato in casa sta cambiando sicuramente anche il modo in cui gli italiani si rapportano con i brand. Rispetto alla settimana precedente, GfK registra un giudizio maggiormente positivo sulla Distribuzione, mentre le aziende sono viste come poco attive, e poco vicine. Mai come oggi i consumatori chiedono ai brand una maggiore capacità di entrare in sintonia con il sentiment del momento. Rimane da capire cosa cambierà quando tutto questo sarà finito. Le aziende avranno a che fare con un consumatore “post-traumatico”, con nuove abitudini di consumo, nuove paure, e nuovi stili di vita. Ma anche desideri inespressi che emergeranno alla fine della quarantena

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Una Pmi su 4 è matura tecnologicamente, ma non ha la volontà di innovare

Una Pmi su 4 ha la maturità digitale, quello che ancora manca è la volontà di innovazione da parte degli imprenditori. Se da una parte l’88% degli imprenditori considera le innovazioni digitali necessarie per lo sviluppo del business, solo il 26% di loro ha una maturità digitale adeguata a competere sui mercati globali. E rispetto al 2019 gli investimenti in digitale risultano invariati o ridotti per la maggior parte delle Pmi. Questa reticenza si spiega con una visione imprenditoriale che guarda più al breve che al medio/lungo termine, ma anche con alcuni fattori di freno, che vanno dai costi di acquisto delle tecnologie digitali, percepiti come troppo elevati (27%) alla mancanza di competenze e di cultura digitale nell’organizzazione (24%), e allo scarso supporto delle istituzioni (11%).

Nel Nord Ovest il 20% non ha un sito web

I dati provengono dall’indagine dell’Osservatorio Innovazione Digitale 4.0 nelle Pmi del Politecnico di Milano, condotta su circa 200mila Pmi italiane. Per l’indagine, un ulteriore freno alla forza di innovare deriva dalla scarsa conoscenza degli incentivi governativi in vigore, in particolare nel Centro e Sud Italia. Il 68% degli imprenditori infatti non è aggiornato sugli incentivi relativi ai voucher consulenza in innovazione promossi dal Mise. E se nel Nord-Ovest, dove risiede il 32% delle Pmi, esiste un maggiore livello di maturità digitale relativa a specifici processi interni, il 13% non ha alcuna figura che si occupa dei temi Ict e digital, il 32% non adotta soluzioni di cybersecurity e il 20% non ha un sito web, riporta Ansa.

Il 44% delega il presidio delle aree Ict e Digital al Responsabile IT

In generale, nel 44% delle Pmi italiane il presidio delle aree Ict e Digital è del Responsabile IT il quale, quasi sempre, è impiegato a gestire attività non innovative, ma di manutenzione ordinaria dei sistemi informatici. Soltanto nel 20% dei casi è presente un Innovation Manager, e nel 18% esiste una figura dedicata a uno specifico ambito del digitale o a un singolo processo (un responsabile della sicurezza informatica, un eCommerce Manager, un Data Scientist), senza però un presidio di coordinamento di queste attività.

Nel 18% dei casi, poi, non esiste alcuna figura dedicata.

Scegliere l’outsourcing per la difficoltà di acquisire competenze interne

Conseguenza di questa tendenza è che le competenze vengono eccessivamente frazionate e spesso servizi e opportunità digitali strategici vengono esternalizzati, come ad esempio l’e-commerce, il Crm, le piattaforme web.

“La scelta dell’outsourcing – spiega la ricerca – deriva dalla difficoltà di acquisire competenze ad hoc in azienda, dalla ciclicità delle progettualità digitali e dai costi legati all’aggiornamento e alla formazione delle risorse dedicate”. Tanto che se il 28% delle Pmi svolge analisi di dati in maniera strutturata meno del 10% svolge analisi avanzate sfruttando i big data. Inoltre, a utilizzare la tecnologia Cloud  è soltanto il 30% del totale. E il 61% dei piccoli imprenditori non ha mai sentito parlare di soluzioni di IoT per l’Industria 4.0.

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Come sarà la vita nel 2025? Dalle vacanze virtuali al robot maggiordomo

Come sarà la vita nel 2025? Mancano solo pochi anni, ma quello delineato dal “futurista” Rohit Talwar, fondatore e Ceo dell’azienda londinese Fast Future, sembra uno scenario da fantascienza. L’innovazione tecnologica continua a correre, e rimodella la nostra quotidianità a ritmi sempre più rapidi, e tra appena cinque anni quello che oggi può sembrarci un po’ “estremo” sarà realtà. Ad esempio, andremo in vacanza senza uscire dal salotto di casa, con un visore per la realtà virtuale che ci darà l’illusione di visitare i luoghi più belli del mondo. Scovare l’anima gemella al primo colpo, poi, sarà facilissimo, perché a fare da Cupido ci penseranno applicazioni “intelligenti” per la ricerca del partner perfetto. E rientrare a casa la sera e trovare la cena a tavola sarà normale. I robot maggiordomi provvederanno anche a sparecchiare.

AI, 5G e IoT gli ingredienti dell’hi-tech di domani

Queste sono alcune delle previsioni per il 2025 formulate da Rohit Talwar insieme al colosso cinese Huawei. Alla base delle sorprese che ci aspettano ci sono l’intelligenza artificiale, le nuove e veloci reti cellulari 5G, e l’IoT. Sono questi infatti gli ingredienti con cui si sta creando l’hi-tech di domani. “In tutti i Paesi tecnologicamente maturi stiamo assistendo all’arrivo e all’implementazione di tecnologie sempre più potenti, che crescono in modo esponenziale – sostiene Talwar – e hanno il potenziale di rimodellare ogni aspetto dell’attività umana entro il 2025”.

La rivoluzione digitale in cucina e in salotto 

La rivoluzione si prepara a investire, ad esempio, la cucina, liberandoci dalle incombenze domestiche. I sensori incorporati negli utensili faranno sì che i pasti si cucinino in modo autonomo, secondo la ricetta che preferiamo, senza bisogno di stare ai fornelli. Ci saranno poi i robot maggiordomo, programmati per apparecchiare, sparecchiare e lavare i piatti, riporta Ansa.

A cambiare sarà anche il salotto, dove potremo sfruttare i dispositivi di realtà virtuale e aumentata per muoverci lungo la grande muraglia cinese, fare trekking fino al Machu Picchu o esplorare la barriera corallina australiana.

Trovare il partner, un lavoro, e curarsi con lo smartphone

Tra le novità, anche le applicazioni di dating, su cui non sarà più necessario sfogliare profili per trovare la persona giusta. Le nostre idee, i gusti, le preferenze, le antipatie, i desideri e i sogni saranno raccolti dall’AI per costruire un profilo costantemente aggiornato da abbinare con il partner ideale.

Ma l’AI potrà aiutarci anche a trovare un buon posto di lavoro, analizzando il mercato e scrivendo per noi il curriculum perfetto.

Smartphone e dispositivi indossabili ci daranno invece una mano a curare la salute, grazie al monitoraggio dei parametri vitali. E se il 5G abbatterà le distanze, le videochiamate si evolveranno per consentire una comunicazione multisensoriale, con cui restare in contatto con i propri cari da qualsiasi punto del mondo.

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Revenge porn, un dramma da cui nessuno è potenzialmente esente

E’ uno dei volti più subdoli e pericolosi del web: è il rivende porn, una forma di vendetta basata sulla pornografia non consensuale che può portare a conseguenze estreme. Anche perché spesso le vittime sono giovanissime e il suicidio è un’opzione a cui, purtroppo, può ricorrere chi ne è colpito.

Proporzioni spaventose

“Il revenge porn ha raggiunto, negli ultimi anni, proporzioni allarmanti”, dichiara il professor Roberto De Vita, avvocato e presidente dell’Osservatorio Cyber Security dell’Eurispes. “I casi di cronaca e gli studi che hanno analizzato il fenomeno della diffusione non consensuale di immagini private a sfondo sessuale a scopo di vendetta evidenziano il rischio di una esposizione generalizzata: nessuno è escluso, dagli adolescenti fino ai rappresentanti delle Istituzioni, passando per personalità pubbliche e per cittadini comuni”. Un fenomeno globale che, ancora una volta, dimostra quanto possa essere fragile l’identità nell’ecosistema digitale. Un recentissimo studio statunitense (American Psicological Association, 2019) evidenzia come le persone colpite siano quasi 1 su 10, con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Il dato ancor più allarmante è che il 51% delle vittime contempla addirittura la possibilità del suicidio.

Un fenomeno ancora più ampio

“Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, la pornografia non consensuale (NCP), non necessariamente connesso a ‘vendette di relazione’ e che attiene alla condivisione/diffusione digitale, senza il consenso della persona ritratta, di immagini di carattere sessuale: immagini riprese consensualmente o volontariamente nel corso di un rapporto sessuale o di un atto sessuale ma destinate a rimanere private o ad essere condivise privatamente; immagini carpite da telecamere nascoste; immagini sottratte da dispositivi elettronici; immagini riprese nel corso di una violenza” spiega ancora De Vita. Esistono numerosi siti che diffondono la NCP e incoraggiano i propri utenti a caricare, per vendetta, foto e video intimi dei loro ex-partner. È anche frequente che offrano il servizio nell’ambito di forum, dove gli altri utenti hanno la possibilità di postare commenti dispregiativi o volgari nei confronti delle persone ritratte nelle immagini, che nel 90% dei casi sono donne. Secondo uno studio statunitense del 2014, il 50% delle foto intime sono corredate da nome, cognome e link ai profili social personali, il 20% da indirizzi e-mail o numeri di telefono. Di conseguenza, questo fenomeno può avere pesanti ripercussioni sul piano lavorativo.

I dati sui minori sono allarmanti

“I dati riguardanti i minori sono ancora più preoccupanti, anche a causa del crescente uso del sexting. Uno studio condotto nel 2018 in seno alla American Medical Association ha stimato che su 110.380 partecipanti minorenni, rispettivamente il 14,8% e il 27,4% di questi aveva inviato o ricevuto sexts. Inoltre, il 12% aveva inoltrato almeno uno di questi sext senza consenso” precisa il presidente dell’Osservatorio. In molti casi, i minori che hanno inviato le loro foto sono stati costretti o hanno ricevuto forti pressioni in tal senso. In base ad un’indagine condotta dal Massachusetts Aggression Reduction Center, al 58% degli intervistati è capitato di ricevere pressioni per inviare sexts. La maggior parte delle volte questi episodi sono avvenuti nell’ambito di rapporti stretti.

Il piano normativo in Italia

In Italia di recente è stata introdotta una disciplina specifica sul revenge porn. All’interno del cosiddetto Codice Rosso, in vigore dal 9 agosto 2019, è stato inserito il nuovo art. 612 – ter c.p., “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. La pena prevista è la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

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Per Amnesty International Google e Facebook minacciano i diritti umani

Amnesty International scende in campo contro i colossi del web. La sorveglianza “onnipresente” operata da Facebook e Google su miliardi di persone per Amnesty rappresenta infatti una “minaccia sistemica” ai diritti umani.

L’accusa è stata formulata nel rapporto dal titolo I giganti della sorveglianza, dove l’Ong evidenzia i rischi per la privacy derivanti dall’utilizzo dei dati personali da parte delle piattaforme. L’auspicio, da parte di Amnesty, è quello di una “trasformazione radicale” del loro modello di business, ma le due compagnie sono pronte a difendersi.

Un modello di business basato sulla raccolta e la tracciabilità dei dati a fini pubblicitari

Nel rapporto, Amnesty International riconosce il ruolo positivo di Google e Facebook nel “connettere il mondo e nel fornire servizi cruciali a miliardi di persone”, si legge nel testo. Il prezzo da pagare però, secondo la Ong è elevato, poiché il modello di business delle due compagnie, basato sulla raccolta dei dati degli utenti, sul tracciamento delle attività online e sulla loro categorizzazione a fini pubblicitari, consente alle persone di “godere dei diritti umani online solo sottomettendosi a un sistema basato sull’abuso dei diritti umani”.

“Il controllo insidioso della nostra vita digitale mina l’essenza stessa della privacy”

Proprio in questo, Amnesty ravvisa in primo luogo “un attacco al diritto alla privacy su una scala senza precedenti”, con effetti a catena che mettono a rischio una serie di altri diritti, dalla libertà di espressione e opinione, al diritto alla non discriminazione, riferisce una notizia della Redazione Ansa. “Google e Facebook dominano le nostre vite moderne, accumulando un potere senza pari sul mondo digitale con la raccolta e la monetizzazione dei dati personali di miliardi di persone – afferma il segretario generale di Amesty International, Kumi Naidoo -. Il loro controllo insidioso della nostra vita digitale mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle principali sfide per i diritti umani della nostra era”.
La replica di Facebook e Google

“Siamo in disaccordo con il rapporto di Amnesty International – commenta un portavoce di Facebook Company -. Facebook consente alle persone di tutto il mondo di connettersi in modi che proteggono la privacy, anche nei Paesi meno sviluppati con strumenti come Free Basics. Il nostro modello di business – aggiunge il portavoce – è quello con cui gruppi come Amnesty International, che attualmente pubblicano inserzioni su Facebook, raggiungono i sostenitori, raccolgono fondi e portano avanti la loro missione”.

Da parte su Google invece replica: “riconosciamo che le persone si fidano di noi per le loro informazioni, e che abbiamo la responsabilità di proteggerle. Negli ultimi 18 mesi abbiamo apportato modifiche significative e creato strumenti per dare alle persone un maggiore controllo sulle loro informazioni”.

 

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