No Food: 10 tendenze e nuovi fenomeni di consumo

La pandemia sta cambiando anche il No Food. A cominciare dal carrello della spesa: la minor vita sociale ha tagliato infatti molte esigenze degli italiani, facendo diminuire la spesa per prodotti come rossetti, sneaker e ferri da stiro. Di contro, la maggior vita domestica ha spronato l’acquisto di altri prodotti, come tagliacapelli, macchine per il caffè e barbecue. L’home working, inoltre, ha imposto nuove esigenze, che hanno attutito il calo storico di comparti come cancelleria e tessile casa. L’Osservatorio Non Food 2021 di GS1 Italy ha stilato il decalogo delle tendenze e dei fenomeni di consumo per il settore No Food. Si tratta di trend che a volte non rimangono confinati all’interno di un singolo comparto, rappresentando tendenze di fondo comuni. Che impattano, in modalità diverse, tutto il mondo del largo consumo non alimentare.

Edutainment, commercio urbano centrale, luxury shopping

In cinque anni l’edutainment è passato dal 3,2% al 4,9% di incidenza sul totale dei consumi Non Food in Italia, e oltre la metà delle vendite è realizzata online. Ma il commercio urbano centrale resta ancora il più rilevante tra le sei tipologie di agglomerazioni commerciali classificate dall’Osservatorio. Con la pandemia ha visto infatti la riscoperta da parte degli italiani, e non solo per ragioni di comodità, ma anche perché ha saputo rispondere in modo più efficace alle nuove esigenze. Il ritorno all’essenzialità e la riduzione degli acquisti voluttuari hanno poi penalizzato i beni di lusso. Ma sul luxury shopping ha avuto un impatto negativo anche il crollo del turismo straniero.

Centri commerciali, e-commerce, distribuzione alternativa

D’altronde, le misure sanitarie hanno penalizzato anche i centri commerciali e accelerato il loro processo di cambiamento. Nel post Covid-19 sarà quindi ancora più importante riposizionarsi come luoghi di ristoro ed entertainment, e non solo di shopping. Le limitazioni agli spostamenti e i timori sanitari hanno poi spinto l’e-commerce: le vendite online hanno guadagnato quota e valore in tutti i comparti del Non Food, con performance di spicco nell’elettronica di consumo e nei piccoli elettrodomestici, dove il web è diventato il primo canale di vendita. Accelera poi la crescita delle forme di distribuzione alternativa, come le vendite a domicilio o per corrispondenza, e quelle realizzate nei distributori automatici e nelle cosiddette ‘tabelle speciali’ (tabaccherie, stazioni di carburanti e farmacie).

Negozi specializzati, piccoli centri urbani, e blogger

Negozi di ottica e computer shop, mobilifici e ferramenta, garden center e autofficine sono invece alcuni negozi specializzati che stanno dimostrando di saper resistere all’evoluzione dei consumi non alimentari. E se uffici chiusi e lavoro da casa hanno penalizzato le attività commerciali nei business district, il permanere dello smart working potrebbe portare alla rivitalizzazione stabile dei centri di minori dimensioni. Ma se 88 italiani over 14 su 100 sono internauti, e amano soprattutto i social, si tratta di un trend che i retailer del Non Food hanno ben intercettato.  Emblematici sono i casi dell’ottica e dei libri non scolastici, dove l’aumento delle vendite online è stato sostenuto da influencer e blogger.

Come confrontare le tariffe luce e gas del mercato libero

Nel corso del 2023 il passaggio dal mercato tutelato al mercato libero diventerà obbligatorio, ma già da qualche tempo c’è la possibilità di cambiare, e magari ridurre i costi delle bollette per la fornitura del gas e dell’energia elettrica. Spesso le tariffe di luce e gas nel mercato libero si rivelano infatti più vantaggiose e convenienti dal punto di vista economico, anche in rapporto alle diverse abitudini di consumo degli utenti. Molti italiani sono infatti già passati al mercato libero per le forniture delle utenze domestiche di luce e gas, proprio perché l’esigenza fondamentale è quella di risparmiare il più possibile. Ma come confrontare le tariffe per poter scegliere quella più conveniente? 

Più del 57% degli italiani passa al mercato libero per l’energia elettrica

Su Convengo.it, il sistema di comparazione delle tariffe di luce, gas, e internet, è possibile confrontare le offerte per l’energia elettrica e per il gas, in modo da scoprire quali sono le tariffe più convenienti, e quindi di evitare che i costi incidano in maniera troppo elevata sul bilancio familiare. Sicuramente il mercato libero rappresenta un’opportunità da non sottovalutare. In base ai dati diffusi da ARERA, più del 57% delle famiglie italiane ha effettuato il passaggio al mercato libero per quanto riguarda la fornitura di energia elettrica. Per il gas naturale i dati sono ancora più significativi, perché la percentuale di coloro che hanno deciso di passare al mercato libero è più del 60%.

Quasi 5.000 tariffe fra cui scegliere

I dati messi a punto da ARERA indicano anche un’altra tendenza, ovvero la possibilità di cambiare fornitore all’interno dello stesso mercato libero ricercando le tariffe più convenienti. Ma quanto sono più convenienti le tariffe del mercato libero rispetto a quelle del mercato tutelato? L’Autorità per l’energia rivela che sul mercato libero sono a disposizione circa 5.000 tariffe, ma soltanto il 4,7% delle offerte di luce è concretamente più conveniente rispetto al mercato tutelato. Per quanto riguarda la convenienza delle offerte del gas, la percentuale sale al 9,8%. Quindi come mai molte famiglie italiane hanno deciso di passare al mercato libero?

Individuare le soluzioni più convenienti

I fattori che spiegano la decisione di passare la mercato libero riguardano la possibilità di affidarsi a un confronto tra le offerte tramite i comparatori online, come quello offerto da Convengo.it. Questi servizi si rivelano molto utili, perché rispondono all’obiettivo di individuare le soluzioni più convenienti che è possibile trovare sul mercato. Perché il controllo risulti più preciso bisogna conoscere le proprie abitudini di consumo e occorre essere consapevoli del consumo annuo della propria fornitura. Questo dato può essere ricavato consultando la sezione sulla bolletta relativa ai consumi. Soltanto effettuando una corretta comparazione si può effettivamente riuscire a comprendere quanto si può risparmiare, decidendo di cambiare fornitore, ed eventualmente passando al mercato libero.

Agroalimentare, bilancio positivo e capacità di fare sistema


Il primo appuntamento con gli Stati Generali sul mondo del lavoro di Agrifood evidenzia i buoni risultati del settore agroalimentare italiano, anche grazie alla spinta di oltre 55.000 nuove aziende guidate da under 35, caratterizzate dalla propensione all’innovazione. Ma a emergere è anche la capacità del settore di fare sistema, nel rispetto delle differenze e delle tipicità. Altrettanto chiare e condivise però le criticità, come costo del lavoro, burocrazia per l’impiego, e assenza di manodopera.
Non ultima area di rischio, la tendenza comunitaria all’omologazione, direzione opposta rispetto alle tipicità che fanno dell’agroalimentare italiano un’eccellenza mondiale. L’auspicio comune è quello di ottenere, nell’ambito della distribuzione dei fondi previsti dall’Europa e dal PNRR, la giusta attenzione al settore, soprattutto nella direzione della sostenibilità e della digitalizzazione.

La capacità di interconnettere le filiere
“Forse per qualcuno è inatteso, ma lo scenario dell’agroalimentare italiano è molto positivo: i fondamentali sono robusti, pur nella vasta articolazione di modelli, competenze e specializzazioni che costituiscono la nostra ricchezza – spiega Lucio Fumagalli, presidente INSOR Istituto Nazionale di Sociologia Rurale -. Qui l’Italia sa fare sistema: dalla cultura del seme fino agli aspetti distributivi o di packaging, il settore dimostra la capacità di interconnettere le filiere”. Quanto al contributo dei giovani imprenditori alla ‘demarginalizzazione’ culturale dell’agroalimentare, attraverso le competenze apprese negli studi e applicate nell’attività aziendale i giovani hanno dato nuova dignità a un settore che da contadino è diventato a pieno diritto imprenditoriale.

È nel lavoro il nodo da superare

Il settore agroalimentare ha continuato a lavorare durante i lockdown consentendo l’approvvigionamento, mantenendo i livelli occupazionali e utilizzando molto poco gli ammortizzatori sociali.
“Ma è comunque nel lavoro il nodo da superare – afferma Luca Brondelli, membro della giunta esecutiva di Confagricoltura -. Il costo del lavoro è troppo alto in termini economici e di fatica burocratica. I centri per l’impiego non funzionano, le regole sono sempre più complesse e macchinose, la stessa legge sul caporalato prevede sanzioni pesanti alla minima svista. Inoltre, la pandemia ha ridotto l’accesso di lavoratori stranieri e il reddito di cittadinanza ha tagliato le gambe all’offerta di manodopera italiana”.

Il problema dell’italian sounding
Secondo Fabiano Porcu, direttore Coldiretti Cuneo, “l’omologazione è il vero nemico delle nostre eccellenze che trovano origine proprio nelle tipicità. In rapporto alla Francia –  aggiunge Porcu – siamo a 1.500 tipologie di nostri vini contro 150 delle loro. Dobbiamo lavorare per la sostenibilità delle nostre eccellenze. Ma occorre anche un po’ di reciprocità. Se la produzione agroalimentare in Italia è sottoposta a regole stringenti, come è giusto che sia, così deve essere anche negli altri Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti avremo tanti altri casi Prosek. L’italian sounding – sostiene Porcu – è uno dei problemi. Il nostro export vale 52 miliardi di euro a fronte di 100 miliardi in prodotti che sembrano/suonano italiani, ma non lo sono”.

Industria 4.0, la transizione digitale delle imprese manifatturiere

Le grandi imprese e le Pmi italiane del settore manifatturiero conoscono le opportunità offerte dal Piano Nazionale Transizione 4.0, ma auspicano che venga affiancato da altre forme di incentivo per accompagnare la crescita del mercato. Nei prossimi sei mesi le esigenze più sentite dalle aziende sono gli sgravi fiscali per abbassare il costo del lavoro (55%) e gli incentivi per l’assunzione di personale (41%), mentre per i prossimi due anni le aziende chiedono soprattutto il rilancio di forme di iper e super ammortamento su beni strumentali (48%), e nuovi incentivi diversi da quelli attualmente in vigore per investimenti in beni immateriali (39%). È quanto emerge dall’Osservatorio Transizione Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano

La diffusione dello smart working

Nel 2020 il 37% delle aziende ha introdotto forme di flessibilità nella gestione degli orari di lavoro, un altro 37% di mansioni e postazioni di lavoro, un quinto nella gestione dei turni, il 28% utilizza strumenti per tracciare le competenze, e il 17% lascia libera scelta fra lavoro in presenza o in remoto.
Sono state poi remotizzate il 40% delle attività di formazione, controllo e audit della qualità e monitoraggio degli impianti, e i benefici sono stati evidenti. Sono aumentate flessibilità (67%) e tempestività di risposta ai problemi (55%), è migliorata la soddisfazione dei lavoratori (60%) e il work-life balance (62%), anche se in alcuni casi sono cresciuti lo stress e il carico di lavoro (16%).

Il vantaggio competitivo della sostenibilità

Le imprese manifatturiere sono sempre più consapevoli del vantaggio competitivo offerto dall’impegno per la sostenibilità. Il 15% ha già terminato progetti di sostenibilità nell’ambito delle operations, circa un terzo ne ha attivati alcuni e solo il 3% non è interessato. Il 43% lo ha fatto per anticipare le tendenze del mercato e rispondere alle richieste dei clienti, oltre un terzo per costruire l’immagine di un marchio sostenibile. Le principali barriere all’impiego del digitale per migliorare la sostenibilità sono la mancanza di cultura aziendale (37%), la mancanza di indicatori che colleghino la performance di sostenibilità al valore di un’azienda (30%) e la difficoltà a comprendere quali siano i benefici attesi (29%). 

I servizi 4.0 valgono circa 275 milioni di euro

Nel 2020 i servizi 4.0 hanno raggiunto un valore di circa 275 milioni di euro (+8%), spinti soprattutto dalla consulenza operativa, mentre la consulenza strategica continua a trovare poco spazio. Due terzi delle imprese già oggi è abituato a utilizzare beni strumentali e software a fronte di un canone mensile o annuale, ma le opportunità offerte dalla connessione dei macchinari sono ancora poco sfruttate dalle aziende. Solo un quarto degli intervistati usa servizi informativi associati a un macchinario, o servizi di manutenzione preventiva basati sulle condizioni della macchina, meno di uno su dieci utilizza servizi per una migliore gestione energetica delle macchine, e meno del 5% ha sviluppato soluzioni di manutenzione predittiva.

Welfare aziendale, il 92% degli HR punta su sport e benessere psicofisico

Tra gli HR italiani cresce l’interesse per iniziative di welfare aziendale che promuovano lo sport e il benessere psicofisico. Il 92% dei responsabili risorse umane sono infatti convinti che sia utile alle aziende l’adozione di iniziative di questo tipo. Lo conferma un sondaggio di Urban Sports Club, realizzato nel mese di agosto 2021 su 262 tra HR manager, ceo e responsabili welfare di aziende italiane.
“Emerge un interesse crescente a inserire lo sport tra i benefit che le aziende offrono ai propri dipendenti – spiega Filippo Santoro, Managing Director di Urban Sports Club Italia -. Un benefit che si posiziona sempre di più come un must have piuttosto che un nice to have. In questo scenario la flessibilità e la possibilità di scegliere fra più strutture in base ai propri impegni e al luogo dove si lavora – aggiunge Santoro – è un elemento imprescindibile”.

Combattere lo stress e rafforzare lo spirito di squadra

Quali sono i principali benefici dell’attività sportiva in relazione al lavoro? Secondo gli intervistati, i benefici apportati dallo sport sono combattere lo stress (43%), migliorare le relazioni tra colleghi (20%), rafforzare lo spirito di squadra (20%), ma anche sviluppare l’engagement e tutto ciò che concerne il cosiddetto employer branding (15%). Per i manager, l’offerta di sport in ambito welfare deve però avere alcune caratteristiche essenziali, come la customizzazione e la semplicità gestionale.

Scongiurare l’effetto ‘Coppa Cobram’

La flessibilità e la possibilità di customizzazione, sia sul fronte della gestione aziendale sia sul fronte dei dipendenti, è infatti indicata come caratteristica principale dal 42% del campione. Questo, in modo che ognuno possa scegliere l’attività sportiva in base alla propria agenda, agli spostamenti e alle esigenze della vita privata e familiare. Un altro elemento fondamentale è la libertà di scelta (31%): è bene, per scongiurare l’effetto ‘Coppa Cobram’, che ognuno possa scegliere lo sport o l’attività che meglio si adatta alle proprie attitudini e alle proprie preferenze. Terzo elemento, la semplicità gestionale (18%): è importante che la persona a capo di un sistema di welfare in una media o grande organizzazione trovi un sistema facile da gestire.

Sport di squadra, yoga e pilates, ma anche corsa, bici e functional training

Ma quali sono secondo la ricerca di lrban Sports Club Le tipologie di sport più adatte a diventare strumento di welfare? Al primo posto gli intervistati, riferisce Italpress, indicano sport di squadra (40%), al secondo, attività di meditazione e relax, come yoga e pilates (34%), al terzo gli sport di endurance, come corsa lunga e bici (9%), e al quarto le attività brevi ad alta intensità, come, ad esempio, l’EMS e il functional training (5%).

Perché gli italiani si affidano agli influencer?

Per divertirsi, sfuggire per un po’ dalla realtà, ma anche per imparare qualcosa di nuovo e pure per combattere la solitudine: sono questi, in estrema sintesi, i motivi che spingono gli italiani ad affidarsi a social media ed influencer. Questo quadro, per certi versi un po’ malinconico e sicuramente figlio dei periodi di lockdown, emerge da un’analisi condotta da Kaspersky a livello globale.

Una scelta per compensare la mancanza di socialità

I lockdown e le limitazioni alla normale vita quotidiana hanno indotto molti nostri connazionali a trovare compagnia sui social. Così in tanti hanno deciso di trovarsi degli amici virtuali. Come spiega lo studio, si tratta di una relazione, definita “unilaterale”, in grado di influenzare in vari modi la vita delle persone: quasi la metà degli intervistati italiani (48%), infatti, ha affermato di imparare nuove cose dagli influencer che segue in aree come salute, hobby, lifestyle e notizie. Il 13% afferma di essere addirittura “dipendente” dai contenuti degli influencer mentre solo il 4% dichiara di provare un senso di “vuoto” quando non interagisce con il proprio influencer preferito. Il 19% degli italiani ritiene di sentirsi “amico” degli influencer che segue e circa il 26% invia messaggi privati ai personaggi che segue sui social. Nonostante la natura in gran parte virtuale di queste relazioni, il 28% degli utenti italiani di social media ha affermato di aver incontrato alcuni influencer anche nella vita reale. La relazione si mantiene viva commentando i post (37%) o attraverso le reazioni a post e stories (33%).

Una finestra sul mondo

Per tantissimi italiani, poi, i social network sono stati compagni fondamentali durante i lunghi mesi della pandemia, in particolare quelli più duri. Nelle settimane di lockdown, che ci hanno visto tutti costretti a un forzato isolamento domestico, i social sono stati una sorta di boccata d’aria, una finestra sul mondo. Tanto che il 63% degli intervistati ha dichiarato che i social media hanno costituito per loro una “connessione vitale” in questo periodo difficile. Solo il 39% degli italiani ha affermato di essere diventato, proprio in questo periodo, meno tollerante nei confronti delle persone incontrate sui social media. La percentuale di quelli che si sono affidati ai social media per mantenere una connessione con il resto del mondo aumenta se guardiamo ai giovani di età compresa tra 18 e 34 anni con il 74%. E nel resto d’Europa? Le risposte non sono molto dissimili dalle nostre. In  particolare i tedeschi (66%) e gli spagnoli (62%) seguono le nostre orme, dichiarando anch’essi di essersi sentiti connessi con il resto del mondo proprio grazie ai social.

Facebook, nuovo studio: le fake news hanno interazioni 6 volte superiori alle notizie affidabili

I post di Facebook da fonti di disinformazione ottengono un coinvolgimento 6 volte maggiore rispetto a quelli originati da siti di notizie affidabili: ad affermarlo è un nuovo studio condotto da ricercatori di due prestigiosi atenei, l’Università di New York e l’Université Grenoble Alpes, in Francia. Pubblicata sul Washington Post, la ricerca è partita analizzando i post delle pagine Facebook di oltre 2.500 “produttori” di notizie tra agosto 2020 e gennaio 2021. Da qui, la scoperta: le pagine che pubblicano le informazioni più imprecise, o addirittura delle fake news, ottengono un coinvolgimento decisamente superiore a quelle che propongono notizie da fonti affidabili. La differenza è addirittura di sei volte tanto in termini di like, condivisioni e commenti. 

Questione aperta per i temi politici

Il fenomeno è diffuso su tutti gli argomenti, ma pare ci sia una certa predominanza per i temi a sfondo politico, di qualunque colore. Tuttavia, lo studio ha rilevato che “gli editori di destra hanno molte più probabilità di condividere informazioni fuorvianti rispetto agli editori di altre categorie politiche”. 

Come replica Facebook

Ovviamente il colosso di Mark Zuckerberg ha rimandato al mittente le accuse. Un portavoce della società ha infatti dichiarato che lo studio condotto dalle due università ha delle limitazioni, in quanto esamina solo il coinvolgimento, non la “copertura”, che è il termine che l’azienda usa per descrivere quante persone vedono i contenuti su Facebook, indipendentemente dal fatto che interagiscano con essi. E, secondo i portavoce della piattaforma social, esistono a loro volta diverse analisi che lo confermano. Tuttavia, riportano fonti americane, Facebook avrebbe negato poi l’accesso ai suoi dati relativi ai mesi successivi ai ricercatori della New York University, sostenendo che il modo in cui stavano raccogliendo i vari elementi era in conflitto con un accordo precedentemente raggiunto con la Federal Trade Commission.

Controllo in 60 lingue contro le fake news

Sempre da Facebook hanno fatto sapere che la piattaforma ha 80 società partner dedicate al controllo delle notizie e alla lotta alla fake news, che operano scandagliando i possibili contenuti dei post in ben 60 lingue diverse. In ogni caso, per completezza di informazione, pare che i ricercatori universitari abbiano utilizzato per il loro studio le metriche di NewsGuard e Media Bias/Fact Check, due organizzazioni no profit che esplorano la disinformazione, usando strumenti di categorizzazione simili.

Lo smartphone soppianta la macchina fotografica in vacanza

Un sondaggio condotto dal brand di telefonia Wiko all’interno della sua Instagram Community lo conferma: lo smartphone ha letteralmente soppiantato la macchina fotografica. Sempre più diffuso, accessoriato e facili da utilizzare, lo smartphone, è infatti dotato di comparti fotografici all’avanguardia e ha letteralmente spiazzato le macchine fotografiche tradizionali, almeno, per tutti gli utenti, aumentati anche loro, che si dilettano nell’arte della fotografia, soprattutto durante le vacanze.  In questo sondaggio a chiusura dell’estate si è voluto indagare gli ultimi trend di utilizzo dello smartphone. E se secondo il 79% degli intervistati da quando c’è lo smartphone si fotografa molto di più sono proprio le vacanze uno di quei momenti in cui cimentarsi nella creazione di souvenir digitali da condividere con amici, partner e parenti. Tanto che il 54% ammette di aver scattato ben oltre 50 foto.

Ormai gli apparecchi tradizionali sono di ‘nicchia’

Insomma, nella scelta del device da portare in viaggio, tra macchina fotografica e smartphone, non ci sono dubbi: vince il cellulare (91%). Solo il 9%, una nicchia di veri appassionati, opta per gli apparecchi tradizionali. Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, però, per l’83% dei partecipanti alla survey, meno del 20% delle fotografie che vengono realizzate è destinata alla pubblicazione sui social. Solo il 17% dichiara che l’80% degli scatti che produce vedrà la luce sui feed o nelle story dei propri profili social.

Quali sono i soggetti preferiti da immortalare?

Tra ritratti, selfie, foto di panorami e Golden Hour, i soggetti preferiti sono proprio questi ultimi due (86%).
Un semplice trend del momento o la fine di un’era focalizzata sull’individualità? Di certo quest’estate la luna ha offerto colori straordinari, invogliando sempre più utenti a catturarla. Ma si sa, i risultati, con lo smartphone, sono spesso scarsi (55%) e molti degli intervistati preferiscono addirittura rinunciare (45%).
Provare invece a immortalare panorami mozzafiato in notturna? Qui il campione si divide equamente a metà. Da un lato c’è chi lo ritiene impossibile, e dall’altro chi, grazie alla Night Mode, come quella presente sull’ultimo Power U10, riesce a portare a casa buoni risultati.

L’album delle vacanze diventa sempre più digitale

Che gli album dei ricordi dei viaggi siano sempre più digitali è ormai noto. Eppure, un buon 32% degli utenti coinvolti preferisce stampare le best pics di ogni vacanza per conservarle e metterle al riparo dai mancati backup. La maggioranza (68%), comunque, sceglie di creare album dedicati sul proprio smartphone.
Ed è proprio qui che il 62% degli intervistati conserva i propri ricordi, una scelta favorita rispetto ai servizi cloud. Le memorie dei nostri device ormai custodiscono preziosamente sempre più pezzi delle nostre vite. Allora perché non munirsi di uno smartphone in grado di offrire tanto spazio di archiviazione? 

Italia seconda sola alla Germania nel riciclo degli imballaggi

Per una volta, l’Italia si conferma tra i più virtuosi dei Paesi dell’area Ue, arrivando a tallonare in performance anche l’efficientissima Germania. Stiamo parlando del tasso di riciclo degli imballaggi, che per quanto riguarda il nostro Paese nel 2020 ha raggiunto quote davvero ragguardevoli:  lo scorso anno è stato avviato a riciclo il 73% dei pack immessi sul mercato, 3,3 punti percentuali in più rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalla relazione generale del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, che sottolinea come il risultato sia davvero un record, soprattutto se si considera che è stato ottenuto durante l’anno più difficile dell’emergenza sanitaria. Tra l’altro, una buona notizia è che tutte le aree del Paese hanno aumentato il conferimento dei loro rifiuti al sistema Conai, con tassi che vanno dal 5 al 6% dal Nord al Sud dello Stivale.

Seconda vita per 9 tonnellate di materiali

Complessivamente, sono state riciclate più di 9 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi sul totale delle 13 milioni immesse al consumo. Immesso che, ricorda una nota del Consorzio, “nel 2020 è calato di più del 4% rispetto al 2019 per il venir meno dei pack destinati ai settori commerciali e industriali. Ma grazie alla crescita della raccolta differenziata urbana, che ha fatto da traino e non è stata messa in crisi dalle difficoltà seguite al lockdown e alle restrizioni, le quantità riciclate non sono diminuite”. Grazie al riciclo, hanno potuto avere una seconda vita 371mila tonnellate di acciaio, 47mila e 400 di alluminio, 4 milioni e 48mila di carta, un milione e 873mila di legno, un milione e 76mila di plastica, 2 milioni e 143mila di vetro. Sommando ai numeri del riciclo quelli del recupero energetico, il totale di imballaggi sottratti alla discarica cresce e si avvicina all’84% (83,7%). Un totale di quasi 11 milioni di tonnellate. 

Già raggiunti gli obiettivi dell’Europa

L’Italia ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo complessivi che l’Europa impone ai suoi Stati membri entro il 2025. Tra cinque anni, infatti, ogni Paese dovrà riciclare almeno il 65% degli imballaggi: con cinque anni di anticipo, quell’obiettivo è già superato di 8 punti percentuali. Anche tutti i singoli materiali di imballaggio hanno raggiunto le percentuali di riciclo richieste entro il 2025. Resta indietro solo la plastica, ma di meno di due punti percentuali: nel 2020 in Italia ne è stata riciclata il 48,7%, ma “raggiungere il 50% richiesto dall’Unione in cinque anni non rappresenta un problema. Oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati” dichiara il presidente del Conai Luca Ruini.

Facebook e Instagram i social preferiti dalle Pmi italiane

Secondo l’Osservatorio Piccole Imprese di GoDaddy il 62% delle piccole imprese italiane possiede un sito web, di queste il 71% svolge attività di marketing e promozione attraverso il proprio sito o i propri canali social media. Tra questi ultimi il più utilizzato è Facebook (86%), seguito da Instagram (58%). Lo studio, condotto dalla società di ricerca Kantar, ha preso in esame circa 5.100 Pmi con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 49, equamente distribuite in Italia, Germania, Francia e Spagna, con un focus particolare sulle strategie di marketing adottate dalle piccole imprese in quest’ultimo anno. Il Covid-19 ha infatti spinto le piccole imprese, non solo italiane, a implementare nuove strategie e strumenti di marketing per soddisfare le esigenze dei propri clienti.

WhatsApp è il canale preferenziale per rimanere in contatto con i clienti 

Dallo studio emerge che Instagram è più utilizzato dalle Pmi italiane (48%) rispetto alle aziende francesi (43%) e tedesche (50%). Il 36% delle piccole imprese utilizza anche LinkedIn per attività di promozione e visibilità, mentre solo il 18% usa Twitter per attività marketing, contro il record della Spagna con il 31%. L’Osservatorio evidenzia inoltre l’evoluzione del ruolo strategico di WhatsApp durante e dopo la pandemia: il 54% delle piccole imprese italiane e spagnole lo ha infatti utilizzato come canale preferenziale per rimanere in contatto con i propri clienti, contro il 36% delle imprese tedesche e il 14% di quelle francesi. 

La promozione digitale avviene sui social

A beneficiare di WhatsApp sono state soprattutto le imprese di piccole dimensioni (da 1 a 9 dipendenti), principalmente piccoli ristoranti, negozi al dettaglio, artigiani e aziende ortofrutticole a conduzione familiare. In ogni caso, le Pmi prediligono canali di promozioni digitale per le proprie attività di marketing (48%) rispetto a quelle offline (40%), con un 27% che predilige una forma ibrida. Tra le attività di promozione digitale si tratta principalmente di pubblicità sui canali social (33%), promozione di video online (12%) o banner pubblicitari (12%). Ancora esigua però la percentuale che sperimenta nuove attività di marketing digitale, come influencer marketing (7%) e podcast (2%).

Per il 95% delle piccole imprese avere un sito web incrementa la visibilità

Il 95% delle piccole imprese italiane che ha un sito web lo considera uno strumento importante per incrementare la propria visibilità nei confronti del mercato, mentre tra coloro che ancora non possiedono un sito web, il 15% dichiara di non averlo per via dei costi di gestione, riporta Askanews. Il 24% delle piccole imprese italiane poi utilizza strumenti di automazione per promuovere i propri prodotti, rispetto al 16% di Francia e Germania. Di queste, il 53% utilizza strumenti di email marketing per rimanere in contatto con i propri clienti e inviare loro offerte e promozioni. Tra gli strumenti promozionali offline i più utilizzati sono i volantini (18%), seguiti da eventi (15%), e pubblicità su stampa (14%). Solo il 5% ha dichiarato di fare pubblicità in TV.