Un computer quantistico inverte la freccia del tempo

Un esperimento contraddice la seconda legge della termodinamica: il tempo può invertire la sua direzione. I ricercatori del Moscow Institute of Physics, coadiuvati da colleghi svizzeri e statunitensi, hanno infatti annunciato di essere riusciti a invertire la direzione del tempo con un computer quantistico. Il rivoluzionario esperimento, descritto in un articolo della rivista Scientific Reports, sembra quindi contraddire le leggi cardine della fisica, e potrebbe alterare la nostra percezione dei processi che guidano l’universo. Il secondo principio della termodinamica enuncia infatti l’irreversibilità della maggior parte dei fenomeni fisici. Nota anche come enunciato di Clausius, questa legge afferma che il calore non può spontaneamente fluire da un corpo freddo a uno più caldo. In pratica l’universo segue una sola direzione: dall’ordine al disordine.

La macchina del tempo è un computer quantistico

In pratica, l’esperimento condotto dai ricercatori del Moscow Institute of Physics si può paragonare al rimettere nella posizione iniziale un set di palle da biliardo sparso sul tavolo. Come? Attraverso un colpo calcolato alla precisione per riportarle alla loro posizione di origine. La “macchina del tempo” utilizzata per condurre l’esperimento è un computer quantistico Ibm, in cui gli elementi base dell’informazione, al posto dei bit dei normali pc, sono i cosiddetti qbit, i bit quantistici, che oltre ai valori zero e uno, possono assumere un valore che “sovrappone” entrambi gli stati.

Dall’ordine al caos e ritorno

“Abbiamo creato artificialmente uno stato che evolve in una direzione opposta alla freccia del tempo”, ha spiegato il capo del gruppo di ricerca, Gordey Lesovik. In pratica, durante l’esperimento è stato lanciato un “programma di evoluzione” che ha portato i qubit a disegnare sequenze di zero e uno mutevoli, e sempre più complesse, partendo “dall’ordine al caos”. In seguito, un altro programma ha modificato la sequenza di qubit riportandola dal caos all’ordine originario.

Sviluppare il programma per raggiungere risultati sempre più accurati

Proseguendo il paragone con il tavolo da biliardo, riporta Agi, il risultato dell’esperimento è l’equivalente di vedere le palle tornare nel triangolo con un movimento contrario rispetto a quello che le aveva sparse sulla superficie, un qualcosa di inconcepibile secondo le regole della fisica classica. Gli scienziati sono sicuri di poter sviluppare il programma in modo tale da raggiungere risultati sempre più accurati. Al momento, con due qubit il margine di successo è dell’85%, laddove con tre qubit è del 50%. Le applicazioni pratiche dell’esperimento, oltre a spiegare come si sviluppa la freccia del tempo nei sistemi quantistici, riguardano l’abbattimento degli errori nel collaudo dei programmi di informatica quantistica.

Il digitale entra nella filiera agroalimentare

L’innovazione digitale entra nella filiera agrifood con soluzioni che aumentano la competitività dell’intero settore e migliorano qualità e tracciabilità del Made in Italy alimentare. Sono già 133 le soluzioni tecnologiche per la tracciabilità presenti sul mercato italiano, e il 44% delle imprese che le adotta ha migliorato efficienza ed efficacia, riducendo tempi e costi. Ma è l’Agricoltura 4.0 l’ambito di maggior fermento, con oltre 300 soluzioni 4.0 già disponibili, orientate soprattutto all’agricoltura di precisione, e in misura minore all’agricoltura interconnessa, il cosiddetto internet of farming. Impiegato dal 55% di 766 imprese agricole italiane.

Un mercato da 370 a 430 milioni di euro

Secondo l’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia, la crescente offerta tecnologica spinge un mercato che nel 2018 ha raggiunto un valore compreso tra i 370 e i 430 milioni di euro (+270% in un solo anno), generato da oltre 110 aziende fornitrici fra player affermati e startup. Per circa l’80% questo mercato è generato da offerte innovative di attori già affermati nel settore (fornitori di macchine e attrezzature agricole), e per circa il 20% da soluzioni di attori emergenti (soprattutto startup), che propongono sistemi digitali innovativi e servizi di consulenza tecnologica.

L’Agricoltura 4.0 in Italia

L’Osservatorio ha mappato 110 imprese del comparto (74% brand affermati e 26% startup) che offrono oltre 300 soluzioni tecnologiche di Agricoltura 4.0, con ruoli e posizionamento molto diversi lungo la filiera. Il 49% delle aziende sono fornitrici di soluzioni avanzate come Internet of Things (IoT), robotica e droni, il 22% di soluzioni di data analysis, il 16% di macchine e attrezzature per il campo, il 7% produce componentistica e strumenti elettronici, mentre nel 3% si tratta di realtà produttive in ambito agricolo. Le soluzioni più frequenti sono i sistemi utilizzabili trasversalmente in più settori agricoli (53%), seguite da quelle rivolte al comparto cerealicolo (24%), ortofrutticolo (24%) e vitivinicolo (16%). Cresce, anche se molto lentamente, l’attenzione per l’internet of farming, abilitato dal 14% delle soluzioni offerte.

Dati, droni, e robot le tecnologie innovative per l’agricoltura

Tra le tecnologie più rilevanti per l’innovazione nel settore agricolo emergono i dati: li usa il 94% delle startup operanti nell’Agricoltura 4.0, e il 56% impiega tecnologie IoT per raccogliere e trasmettere dati in tempo reale sulle condizioni ambientali e per monitorare le attività delle macchine. Seguono i droni (24%) e i robot per le attività in campo (3%). Ma le tecnologie digitali hanno un grande impatto anche sull’efficienza e l’efficacia dei processi di tracciabilità alimentare. Soprattutto per quanto riguarda i costi di gestione delle scorte (15%), la riduzione degli sprechi alimentari (14%) e il consolidamento dei rapporti di filiera (13%).

Sistema Sanitario Nazionale ahi ahi… Quattro italiani su dieci “bloccati” dalle liste di attesa

Gli italiani hanno un rapporto sempre più “a distanza” son il Servizio Sanitario Nazionale, e non per loro volontà. E tra le maggiori criticità ci sono i tempi lunghi delle liste di attesa, sperimentate purtroppo da 4 persone su 10. Per questa e altre ragioni la spesa privata per curarsi è in aumento.

La fotografia della salute tricolore

La fotografia, purtroppo poco lusinghiera, del Sistema Sanitario Nazionale viene da un rapporto di European House-Ambrosetti. Nel 2018 quasi il 40% degli adulti in Italia, circa 20 milioni di persone, ha avuto una o più esperienze di liste di attesa di più di un mese, si legge nel rapporto. Il 48,5% di chi ha sperimentato le liste di attesa per le prestazioni Asl ha avuto anche una o più esperienze di Pronto Soccorso. Le situazioni più critiche si hanno per le visite specialistiche, che ha dovuto attendere circa il 60% di chi ha sperimentato una lista, e gli accertamenti diagnostici (42,7%), con delle punte nelle attese che hanno superato anche i 120 giorni.

In Italia si investe meno che in Europa

Un altro aspetto infelice dello studio è quello che rapporta l’Italia agli altri paesi dell’Ue. A casa nostra l’incidenza della spesa sanitaria pubblica italiana sul Pil (pari a 6,6%) è minore della media europea (7,4%). Non solo: nei prossimi anni sembra sia destinata a diminuire, aumentando il gap nei confronti degli altri paesi europei. Germania, Svezia e Paesi Bassi, ad esempio, spendono più di 4.000 euro l’anno per ogni cittadino, quasi il doppio di quanto spende l’Italia. Questo si sta traducendo, avvertono gli esperti, in una maggiore spesa da parte dei cittadini. “La tendenza all’aumento della spesa sanitaria privata e soprattutto di quella out of pocket (ben il 24% in più negli ultimi anni) – scrivono gli esperti – evidenzia uno stato di sofferenza del nostro sistema sanitario nazionale in considerazione di uno sbilanciamento demografico verso la fascia più anziana delle popolazione che genera conseguentemente una maggiore domanda di salute”.

Spesa privata a carico dei cittadini
Ben il 91% della spesa privata (36 miliardi di euro) è stata out of pocket, ovvero sostenuta interamente di tasca propria dai cittadini, mentre solo per il rimanente 9% si è trattato di spesa intermediata. Un dato significativo, hanno sottolineato gli esperti all’evento, che conferma lo spostamento del finanziamento sempre più a carico dei cittadini e fa notare come la sottoscrizione di forme di sanità integrativa rimanga un fenomeno ancora limitato rispetto ad altri paesi europei: in Irlanda, Francia e Paesi Bassi la componente intermediata raggiunge un’incidenza superiore al 40%.

Millennials italiani e lavoro: pronti a rinunciare a 3mila euro per la flessibilità

I giovani italiani sono attratti dalle mulinatinazionali, anche se sono pronti ad ammettere che “piccolo può essere bello”. Però i giovani pensano in grande, e soprattutto puntano alla libertà anche professionale. Lo rivela una recente ricerca condotta da ForceManager, azienda spagnola attiva nel settore del Crm mobile, presente da qualche mese in Italia attraverso l’acquisizione della startup Sellf, nata all’interno del campus di H-Farm.

L’identikit dei Millennials

I ragazzi italiani, in base all’identikit tracciato da ForceManager, sarebbero pronti a fare impresa, attirati dalle startup (il 35%) quasi quanto dalle multinazionali (la scelta del 47% degli intervistati). Ma soprattutto sarebbero disponibili a rinunciare anche a 3 mila euro all’anno in cambio di smart working e “nomadismo digitale”. Secondo l’indagine, condotta su giovani tra 22 e 37 anni, il 35% guarda all’Intelligenza artificiale con ottimismo perché semplificherà il lavoro, specie lontano dall’ufficio. Non mancano le sorprese anche quando si parla di remunerazione: ad esempio, per il 52% dei millennial italiani benefit e “lavoro agile contano di più della cifra indicata nell’ultima riga della busta paga. In particolare, rinuncerebbero fino a 3mila euro all’anno (250 euro al mese), a fronte della possibilità di essere inclusi in programmi di smart working, potendo così gestirsi autonomamente i tempi del lavoro e della vita privata, e di fare parte di progetti di nomadismo digitale. Ovvero, avere la possibilità di lavorare viaggiando, spostandosi da una città all’altra, sfruttando le potenzialità del digitale” riporta l’indagine.

Meno posto fisso più flessibilità

Anche se l’Italia è tradizionalmente associata al mito del posto fisso, forse per le nuove generazioni non è più così. La ricerca mette infatti in luce una nuova tendenza: il 42% dei Millennial italiani rinuncerebbe a un normale stipendio “competitivo” se venisse offerto loro un pacchetto retributivo variabile dove, accanto a una parte fissa, ci fossero bonus e stock option, collegati direttamente al rendimento dell’azienda. I giovani (53%) prediligono orari di lavoro tarati sui ritmi nord-europei, con ingresso in ufficio presto e pausa pranzo ridotta allo stretto necessario, per tornare a casa non più tardi delle 17.30. Per il 75% è poi fondamentale sentirsi coinvolti nel progetto aziendale per il quale lavorano e, allo stesso tempo, sono importanti programmi di wellness, come per esempio corsi di yoga o mindfulness, o iniziative attive di beneficenza o di socializzazione, come dei corsi d cucina. Tuttavia, nonostante i desideri, “Al momento non più del 18% vive quotidianamente questa realtà, all’interno dell’azienda per cui lavora; ma ben il 65% l’apprezzerebbe”.

Work-Life Balance, la tecnologia sfuma i confini tra lavoro e tempo libero

Quale è il confine tra lavoro e vita privata, visto che ormai tutti siamo immersi, 24 ore su 24, nella tecnologia? A questa domanda, e a molte altre, risponde la ricerca Working Life condotta da PageGroup, società leader mondiale nel recruitment, che ha esaminato la vita lavorativa delle persone tra tecnologia, lavoro agile e rapporto con i colleghi.

Il 68% ha un dispositivo aziendale

Il sondaggio, condotto a giugno 2018 su 5.197 intervistati in Europa – di cui 775 in Italia –  ha fatto emergere i vantaggi e le sfide che la tecnologia fornita dalle aziende comporta per i lavoratori. Più del 68% degli intervistati è infatti dotato di almeno un dispositivo aziendale tra cellulare, laptop e tablet, e per il 70% dei lavoratori questi strumenti hanno cambiato la vita, ma solo per il 36% ciò ha un impatto positivo sul livello di felicità personale e lavorativa.

Molti dipendenti in Italia usano questi dispositivi anche per motivi personali al di fuori dell’orario di lavoro, sfumano ulteriormente i confini tra lavoro e tempo libero. Sembra che il vecchio detto “essere sempre di turno” non sia mai stato così vero.

Il lavoro da remoto entra nella sfera del tempo libero

Con un simile dispendio di device aziendali, i limiti fra vita privata e lavorativa sono davvero sottili. I dispositivi, infatti, da un lato favoriscono il lavoro da remoto, permettendo ai dipendenti di lavorare al di fuori dell’ufficio in caso di necessità (possibilità sfruttata dal 64% di manager e lavoratori), ma dall’altro affievoliscono i confini tra vita privata e lavorativa: il 63% dei lavoratori italiani afferma infatti che tutti i giorni controlla la propria e-mail al di fuori degli orari di lavoro e il 57% risponde alle chiamate. Lo studio evidenzia inoltre che i lavoratori degli altri paesi sono in generale più soddisfatti del proprio work-life balance rispetto agli italiani (59%): Austria 73%, Belgio 71%, Francia 72%, Germania 63%, Lussemburgo 67%, Olanda 78%, Polonia 70%, Portogallo 64%, Svizzera 75%.

I lavoratori più “grandi” più dediti al lavoro

Con l’aumentare dell’età, e delle responsabilità dei ruoli, aumenta anche la percentuale di lavoratori che utilizza i dispositivi aziendali anche al di fuori degli orari di ufficio, passando dal 41,6% di dipendenti tra i 25 e i 34 anni che controllano le e-mail e il 31,2% della stessa fascia che risponde a chiamate di lavoro, al 63% di over 60 che controllano le mail e il 68% che risponde al telefono.

Stakanovisti per senso di responsabilità

I principali motivi che spingono le persone a rimanere connesse al di fuori dagli orari di ufficio sono il senso di responsabilità verso il ruolo e il senso di obbligo. Il 52% dei professionisti under 35 infatti si sente obbligato ad essere sempre connesso, percentuale che scende al 32% per gli over 35. Opposta la situazione se si analizza il senso di responsabilità: il 60% circa dei professionisti over 35 lavora al di fuori degli orari per questo motivo, mentre per gli under 35 la percentuale scende al 44%.

Il pesce a tavola è amato dagli italiani, anche surgelato

Fresco, decongelato, ma anche surgelato. Il pesce compare spesso sulle tavole degli italiani, tanto che nel 2017 ne abbiamo consumato complessivamente 28,4 kg a testa, il 2% in più rispetto all’anno precedente. Questo ci pone al di sopra della media nelle classifiche europee e mondiali del consumo di prodotti ittici: in Europa infatti la media è di circa 22,7 chili pro capite. In generale anche nel mondo il consumo di pesce è in aumento. E secondo Ismea per il 2017 si stimano oltre 20 kg di consumo a testa, più del doppio dei 9 kg registrati nel 1991

Il 17% dei consumi è sotto zero

Se lo preferiamo fresco o decongelato, 1 volta su 5 lo scegliamo surgelato. Un trend in crescita rilevato dall’Iias, l’Istituto italiano alimenti surgelati, secondo il quale nel 2017 sono state consumate 113.400 tonnellate di pesce surgelato, +5% rispetto all’anno precedente. L’ittico surgelato copre il 17% dei consumi italiani di pesce. Nel solo canale retail il pesce naturale ha registrato un incremento del 7% negli acquisti, seguito da mollane e crostacei (+ 6,7%), e dalle versioni panate e pastellate (+3%).

I consumatori italiani premiano la qualità, ma soprattutto il fatto che questi prodotti siano già puliti e pronti al consumo. Inoltre, mostrano di essere consapevoli delle tecniche di lavorazione messe in atto dalle aziende produttrici, apprezzando la sostenibilità della produzione garantita dalla certificazione MSC (Marine Stewardship Council), di cui molte aziende del settore si sono dotate.

Una fonte naturale di macronutrienti

Le ricerche dimostrano come un consumo abituale di pesce aiuti i bambini a dormire meglio e a migliorare le capacità cognitive e verbali. Questo perché il pesce è una fonte naturale di macronutrienti, tra cui proteine nobili e acidi grassi omega-3, ma è anche ricco di micronutrienti come vitamine, in particolare A e D, e sali minerali, come iodio e selenio.

Ma è meglio fresco o surgelato? “Il pesce surgelato ha le stesse proprietà nutrizionali di quello fresco – spiega Vittorio Gagliardi, presidente Iias –. Le sue proprietà restano intatte anche se surgelato, perché viene scrupolosamente rispettata la catena del freddo, mantenendo sempre il prodotto a una temperatura di -18 °C durante tutto il suo iter, dal confezionamento alla tavola”.

I bambini lo preferiscono a bastoncini

I consumatori sembrano apprezzare questo alimento già da bambini, soprattutto se sotto forma di bastoncini di pesce, un prodotto che ha conquistato generazioni di italiani. Il merluzzo presente nei bastoncini, riporta askanews, viene sfilettato ancora fresco e surgelato a bordo delle navi in cui viene pescato. Il processo di surgelazione, poi, porta l’alimento in pochi minuti a bassissime temperature, che consente di mantenere intatte le caratteristiche nutrizionali e organolettiche del pesce fresco. Qualità alla base del loro successo tra le 10 milioni di famiglie italiane che li consumano abitualmente

Senior italiani, sempre più dinamici e hi-tech

Molto distanti dallo stereotipo di anziani deboli e bisognosi di cure, oggi i 60-80enni italiani sono dinamici, curiosi, e sempre più digitali. Tanto che aprono un account social anche a 70 anni, e acquistano il primo laptop ben oltre la pensione. A scattare una fotografia dei 13,7 milioni di senior italiani è Doxa, che in qualità di partner tecnico del SingularityU Italy Summit 2018, ha dato il proprio contributo esaminando usi e costumi della terza età. Ma cosa rende i senior così attivi e moderni? Un insieme di fattori oggettivi, ma anche diverse attitudini mentali.

I tre fattori chiave: benessere, autonomia e socializzazione

Al primo posto c’è il benessere psico-fisico: il 75% degli intervistati da Doxa dichiara infatti di godere di uno stato di salute soddisfacente, e il 19% che arriva a definirlo addirittura ottimo. Il 64% fa attività fisica regolare, percentuale che si attesta al 55% tra i 76-80enni. L’88% degli over 60 inoltre si dichiara autonomo nello svolgere visite mediche ed esami, l’86% si occupa direttamente della spesa, e l’84% esegue in autonomia i lavori domestici di uso quotidiano, riporta Ansa. I senior poi “vogliono approfittare dell’opportunità offerta da una disponibilità di tempo maggiore per coltivare le proprie relazioni”, afferma Vilma Scarpino, AD di Doxa. E famiglia e amici hanno un’importanza strategica: il 71% vive con il proprio partner, l’85% ha figli e il 65% nipoti.

La terza età è digitale

La quasi totalità degli over 60 italiani ha un cellulare, e il 48% uno smartphone. Il 39% possiede e usa abitualmente un pc, e un ulteriore 10% opta per il tablet. Il ricorso a email e social network come Facebook è all’ordine del giorno, rispettivamente, per il 39% e il 24% degli intervistati. Non solo. Chi è collegato a Internet nel 40% dei casi è solito leggere le notizie d’attualità online, nel 29% guarda i video su YouTube, e nel 20% consulta le app e/o i siti dedicati ai propri hobby. In generale, gli uomini sono sensibilmente più attivi online rispetto alle donne. Anche l’età è un fattore discriminante: se l’80% dei 60-65enni svolge almeno un’attività online la quota scende al 52% tra i 71-75enni, e al 37% tra i 76-80enni.

Salute e sicurezza? Meglio se hi-tech

“Per il 43% degli intervistati la tecnologia e le sue molteplici applicazioni migliorano e miglioreranno sempre più la qualità della vita di tutti noi”, commenta Scarpino. E se due senior su tre conoscono Google, Amazon e la tecnologia WiFi per gli over 60 digitali salute e sicurezza sono le aree di maggiore interesse in ambito tecnologico. Il 57% infatti troverebbe molto utile poter parlare con i medici da casa, visualizzando i loro volti e gli esami fatti, e il 48% indosserebbe volentieri braccialetti in grado di rilevare le principali funzioni vitali. Ancora, il 50% vorrebbe avere sensori in casa per la gestione delle utenze e la sicurezza.

Il 14% dei giovani italiani abbandona gli studi

Nel 2017 i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi sono stati 580mila, una quota pari al 14%. Per la prima volta dal 2008 il dato non ha registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente. Nel 2016 infatti la percentuale si attestava al 13,8%.

Si tratta di dati rilevati dall’Istat nel Report sui livelli di istruzione, in cui emerge anche una forte differenza territoriale fra le aree del Paese: – 18,5% nel Mezzogiorno, 10,7% nel Centro, 11,3% nel Nord.

L’Italia mostra comunque progressi sul fronte degli abbandoni scolastici. La quota di 18-24enni che posseggono al più un titolo secondario inferiore fuori dal sistema di istruzione e formazione è in calo negli anni, considerando che nel 2008 era pari al 19,6%.

Perché si rinuncia a studiare

La Strategia Europa 2020 sull’istruzione fissa l’obiettivo al 10%, riporta Agenpress. E se in media nei Paesi europei il suo raggiungimento è vicino (Regno Unito) o raggiunto (Germania e Francia), in Italia il differenziale nel 2017 era ancora pari a -3,4 punti.

Ma perché si abbandona la scuola? Da una recente indagine dell’Istat emerge che le principali ragioni per cui si abbandonano gli studi dopo la licenza media non riguardano solo la volontà di lavorare, ma anche la mancanza di interesse per gli studi stessi. Per i giovani stranieri incidono anche le ragioni familiari, intese sia come un carico eccessivo di impegni-responsabilità o un mancato sostegno o incoraggiamento familiare.

L’abbandono scolastico è un ostacolo all’occupazione

Se nel Centro-Nord il mancato proseguimento degli studi si accompagna a un numero più consistente di giovani occupati, pur con basso livello di istruzione, nelle regioni meridionali gli occupati usciti precocemente dagli studi sono una minoranza.

Ciononostante, i vantaggi in termini occupazionali nel conseguire almeno un diploma di scuola superiore sono forti. L’abbandono scolastico si dimostra dunque un ostacolo seriamente penalizzante.

Il divario con l’Europa per numero di laureati

Il Report Istat sui livelli di istruzione certifica inoltre che, nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti, l’Italia resta penultima tra i paesi dell’Unione per quota di laureati (nel 2017 26,9% vs 39,9% media Ue).

Rispetto alla media europea la crescita della quota di popolazione con un titolo terziario quindi è più contenuta. In ogni caso, il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile (63% vs 58,8%) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili.

A livello territoriale poi la quota di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%.

Si o no? Italiano lo studio scientifico che svela il meccanismo delle decisioni

Siamo indecisi fra una decisione e l’altra? Non sappiamo quale strada prendere? Non riusciamo a districarci fra il rispondere si o no? Sono tutte situazioni pressoché quotidiane che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita personale e professionale. La volontà di eseguire un’azione è un’esperienza che tutti noi sperimentiamo usualmente anche senza particolare attenzione a livello consapevole. Eppure le decisioni potrebbero essere guidate da precisi meccanismi mentali, anche se non se siamo consapevoli.

La ricerca che svela i meccanismi mentali

Il gruppo di ricerca guidato dal professor Eraldo Paulesu, professore di Psicologia fisiologica all’Università di Milano-Bicocca, ha fatto proprio di questi meccanismi di “scelta” uno studio sperimentale. Per approfondire come funziona il nostro cervello, il team di scienziati ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging) per studiare i correlati neurali che accompagnano le componenti intenzionali dell’agire. La dottoressa Laura Zapparoli, ricercatrice presso l’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, con i suoi collaboratori si è ispirata a uno specifico modello cognitivo chiamato “The What, When and Whether model of intentional action”  e “ha analizzato la possibilità di suddividere la nostra volontà di muoverci in tre distinte “componenti”, assimilabili a tre diverse decisioni sull’azione da mettere in atto: quale azione eseguire, quando eseguirla e se metterla in atto oppure arrestarla prima che si verifichi” risporta Askanews.

Le scoperte del team italiano

In base ai test, i ricercatori hanno rilevato che le tre componenti dell’intenzionalità possono effettivamente essere dissociate l’una dall’altra a livello neurale, essendo sostenute da circuiti neurofunzionali di aree corticali e sottocorticali che appaiono in parte distinti. “Con questo studio viene quindi dimostrato come la nostra volontà di effettuare un movimento sia in realtà un fenomeno complesso, composito, sebbene nella percezione della nostra quotidianità possa restare sullo sfondo rispetto al normale fluire del nostro comportamento”. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), permetterà di capire meglio alcune patologie del sistema nervoso centrale che compromettono la volontà di agire, consentendo così anche migliori prospettive di diagnosi e di cura in futuro.

“Esistono specifiche patologie neurologiche o psichiatriche, per esempio la malattia di Gilles de la Tourette e il disturbo ossessivo-compulsivo, in cui diversi aspetti dell’intenzionalità possono essere compromessi – spiegano all’agenzia di stampa Eraldo Paulesu e Laura Zapparoli,- e la definizione della fisiologia di questi processi in soggetti normali getta le basi per una migliore comprensione di tali disturbi”.

Questo lavoro – pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) – apre quindi nuove strade allo studio di quelle patologie del sistema nervoso centrale che compromettono la volontà di agire, suggerendo la necessità di prestare particolare attenzione agli aspetti specifici che possono risultare compromessi o invece risparmiati dalla malattia.

 

Banda larga: Agcom ha fissato prezzi troppo alti

I prezzi wholesale della banda larga pubblicati il 23 giugno da Agcom sono troppo alti. In particolare i prezzi all’ingrosso approvati per la banda ethernet, eccessivamente elevati e non orientati ai costi sottesi. Un danno alla competitività del mercato e a famiglie e aziende italiane.

A dare l’allarme è l’Associazione Italia Internet Provider, Aiip. Che si riserva di salvaguardare nelle opportune sedi gli interessi dei propri associati, dei cittadini e delle aziende italiane che acquistano servizi a larga banda.

Il ruolo di Tim al tavolo tecnico indetto da Agcom

“Poiché il costo unitario della banda ethernet dipende dai volumi di traffico internet, Agcom aveva indetto un tavolo tecnico tra i vari operatori per calcolare con neutralità, attendibilità ed esattezza il consumo medio di banda degli accessi internet italiani –  spiega Aiip in una nota -. Nel tavolo tecnico Tim ha fornito misure nettamente inferiori a quelle degli altri operatori: i clienti Adsl Tim utilizzerebbero ad esempio il 40% di banda in meno rispetto a quelli di uno dei maggiori concorrenti, e comunque molto meno di quelli degli altri operatori. Inoltre, a differenza di altri operatori, Tim ha condotto una sola, e non due, campagne di misura per i servizi in fibra (FTTC e FTTH)”.

Volumi calcolati sulla base della Banda Misurata e non sulla maggiore Banda Allocata

Eppure, Agcom ha sorprendentemente deciso di tener conto quasi esclusivamente del dato Tim, riferisce Askanews, escludendo dai risultati le misure di altri operatori. Questo nonostante Tim, a differenza di altri, non si è dichiarata disponibile a una rilevazione congiunta dei dati. Agcom, secondo Aiip, ha poi calcolato i volumi sulla base della Banda Misurata, anziché sulla maggiore Banda Allocata come aveva dichiarato nei provvedimenti precedenti, senza così tenere in debita considerazione il fattore di overhead nel dimensionamento della rete di un operatore efficiente, che vale circa il 25%.

Valutazioni inesatte nella determinazione di prezzi all’ingrosso

Agcom ha così approvato prezzi che ad avviso di Aiip sono largamente superiori ai costi sottesi. “Tale circostanza – si legge nella nota- è confermata dal confronto con i prezzi wholesale praticati per il medesimo servizio da un altro operatore nazionale, che sono fra la metà e un terzo di quelli approvati da Agcom per Tim”. In questo modo Tim, la cui offerta rimane indispensabile ai concorrenti, è apparsa così inefficiente da avere costi fino a due/tre volte maggiori della concorrenza.

“Ove questa inefficienza non fosse reale – ritiene Aiip – ma dovuta a valutazioni inesatte nella determinazione di prezzi all’ingrosso orientati ai costi sostenuti, gli operatori concorrenti sarebbero costretti a pagare un sovraprezzo a Tim per i servizi all’ingrosso, con il risultato di applicare prezzi più alti per le famiglie e le aziende italiane”.