Smart Working, una rivoluzione necessaria

Cresce fra gli italiani il livello di preoccupazione per l’emergenza coronavirus, e se ora gli acquisti si concentrano sui beni di prima necessità a cambiare sono anche le strategie per fare la spesa. E il giudizio sui brand si “raffredda”.

Questi i primi effetti del lockdown sulle abitudini e i consumi degli italiani registrati dal monitoraggio settimanale di GfK sulle conseguenze del Covid-19 su stili di vita e strategie di consumo. I risultati riferiti alla prima settimana del lockdown evidenziano quindi un consumatore in costante e rapida evoluzione.

Nel carrello i beni essenziali, ma anche i libri

Ancora in crescita le preoccupazioni degli italiani, sia per la diffusione del Coronavirus (+11%) sia per la situazione economica attuale e futura, e aumenta anche la paura di non trovare nei negozi i prodotti di cui si ha bisogno, specialmente al Sud. I consumi si concentrano quindi sempre più sui beni essenziali, e cala la voglia di fare acquisti, anche online. Gli italiani mettono nel carrello soprattutto prodotti come pane, latte, farina, zucchero, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti, acqua e surgelati. Tra le categorie che resistono ci sono però i libri, che tornano a essere un bene necessario per un numero crescente di persone.

L’importo medio della spesa cresce del +26%

Dopo la prima settimana di acquisti “compulsivi”, ma poco organizzati, e una seconda caratterizzata da un incremento della frequenza degli acquisti, durante la prima settimana di lockdown gli italiani sembrano aver elaborato nuove strategie. L’importo medio della spesa cresce del +26% e si fanno acquisti più attenti, per evitare di dover tornare spesso in negozio. Si annullano poi le differenze tra giorni infrasettimanali e sabato, solitamente il più importante per la spesa, a cresce ancora la penetrazione del canale online (+16%).

Verso un nuovo consumatore post-traumatico

L’isolamento forzato in casa sta cambiando sicuramente anche il modo in cui gli italiani si rapportano con i brand. Rispetto alla settimana precedente, GfK registra un giudizio maggiormente positivo sulla Distribuzione, mentre le aziende sono viste come poco attive, e poco vicine. Mai come oggi i consumatori chiedono ai brand una maggiore capacità di entrare in sintonia con il sentiment del momento. Rimane da capire cosa cambierà quando tutto questo sarà finito. Le aziende avranno a che fare con un consumatore “post-traumatico”, con nuove abitudini di consumo, nuove paure, e nuovi stili di vita. Ma anche desideri inespressi che emergeranno alla fine della quarantena

Una Pmi su 4 è matura tecnologicamente, ma non ha la volontà di innovare

Una Pmi su 4 ha la maturità digitale, quello che ancora manca è la volontà di innovazione da parte degli imprenditori. Se da una parte l’88% degli imprenditori considera le innovazioni digitali necessarie per lo sviluppo del business, solo il 26% di loro ha una maturità digitale adeguata a competere sui mercati globali. E rispetto al 2019 gli investimenti in digitale risultano invariati o ridotti per la maggior parte delle Pmi. Questa reticenza si spiega con una visione imprenditoriale che guarda più al breve che al medio/lungo termine, ma anche con alcuni fattori di freno, che vanno dai costi di acquisto delle tecnologie digitali, percepiti come troppo elevati (27%) alla mancanza di competenze e di cultura digitale nell’organizzazione (24%), e allo scarso supporto delle istituzioni (11%).

Nel Nord Ovest il 20% non ha un sito web

I dati provengono dall’indagine dell’Osservatorio Innovazione Digitale 4.0 nelle Pmi del Politecnico di Milano, condotta su circa 200mila Pmi italiane. Per l’indagine, un ulteriore freno alla forza di innovare deriva dalla scarsa conoscenza degli incentivi governativi in vigore, in particolare nel Centro e Sud Italia. Il 68% degli imprenditori infatti non è aggiornato sugli incentivi relativi ai voucher consulenza in innovazione promossi dal Mise. E se nel Nord-Ovest, dove risiede il 32% delle Pmi, esiste un maggiore livello di maturità digitale relativa a specifici processi interni, il 13% non ha alcuna figura che si occupa dei temi Ict e digital, il 32% non adotta soluzioni di cybersecurity e il 20% non ha un sito web, riporta Ansa.

Il 44% delega il presidio delle aree Ict e Digital al Responsabile IT

In generale, nel 44% delle Pmi italiane il presidio delle aree Ict e Digital è del Responsabile IT il quale, quasi sempre, è impiegato a gestire attività non innovative, ma di manutenzione ordinaria dei sistemi informatici. Soltanto nel 20% dei casi è presente un Innovation Manager, e nel 18% esiste una figura dedicata a uno specifico ambito del digitale o a un singolo processo (un responsabile della sicurezza informatica, un eCommerce Manager, un Data Scientist), senza però un presidio di coordinamento di queste attività.

Nel 18% dei casi, poi, non esiste alcuna figura dedicata.

Scegliere l’outsourcing per la difficoltà di acquisire competenze interne

Conseguenza di questa tendenza è che le competenze vengono eccessivamente frazionate e spesso servizi e opportunità digitali strategici vengono esternalizzati, come ad esempio l’e-commerce, il Crm, le piattaforme web.

“La scelta dell’outsourcing – spiega la ricerca – deriva dalla difficoltà di acquisire competenze ad hoc in azienda, dalla ciclicità delle progettualità digitali e dai costi legati all’aggiornamento e alla formazione delle risorse dedicate”. Tanto che se il 28% delle Pmi svolge analisi di dati in maniera strutturata meno del 10% svolge analisi avanzate sfruttando i big data. Inoltre, a utilizzare la tecnologia Cloud  è soltanto il 30% del totale. E il 61% dei piccoli imprenditori non ha mai sentito parlare di soluzioni di IoT per l’Industria 4.0.

Come sarà la vita nel 2025? Dalle vacanze virtuali al robot maggiordomo

Come sarà la vita nel 2025? Mancano solo pochi anni, ma quello delineato dal “futurista” Rohit Talwar, fondatore e Ceo dell’azienda londinese Fast Future, sembra uno scenario da fantascienza. L’innovazione tecnologica continua a correre, e rimodella la nostra quotidianità a ritmi sempre più rapidi, e tra appena cinque anni quello che oggi può sembrarci un po’ “estremo” sarà realtà. Ad esempio, andremo in vacanza senza uscire dal salotto di casa, con un visore per la realtà virtuale che ci darà l’illusione di visitare i luoghi più belli del mondo. Scovare l’anima gemella al primo colpo, poi, sarà facilissimo, perché a fare da Cupido ci penseranno applicazioni “intelligenti” per la ricerca del partner perfetto. E rientrare a casa la sera e trovare la cena a tavola sarà normale. I robot maggiordomi provvederanno anche a sparecchiare.

AI, 5G e IoT gli ingredienti dell’hi-tech di domani

Queste sono alcune delle previsioni per il 2025 formulate da Rohit Talwar insieme al colosso cinese Huawei. Alla base delle sorprese che ci aspettano ci sono l’intelligenza artificiale, le nuove e veloci reti cellulari 5G, e l’IoT. Sono questi infatti gli ingredienti con cui si sta creando l’hi-tech di domani. “In tutti i Paesi tecnologicamente maturi stiamo assistendo all’arrivo e all’implementazione di tecnologie sempre più potenti, che crescono in modo esponenziale – sostiene Talwar – e hanno il potenziale di rimodellare ogni aspetto dell’attività umana entro il 2025”.

La rivoluzione digitale in cucina e in salotto 

La rivoluzione si prepara a investire, ad esempio, la cucina, liberandoci dalle incombenze domestiche. I sensori incorporati negli utensili faranno sì che i pasti si cucinino in modo autonomo, secondo la ricetta che preferiamo, senza bisogno di stare ai fornelli. Ci saranno poi i robot maggiordomo, programmati per apparecchiare, sparecchiare e lavare i piatti, riporta Ansa.

A cambiare sarà anche il salotto, dove potremo sfruttare i dispositivi di realtà virtuale e aumentata per muoverci lungo la grande muraglia cinese, fare trekking fino al Machu Picchu o esplorare la barriera corallina australiana.

Trovare il partner, un lavoro, e curarsi con lo smartphone

Tra le novità, anche le applicazioni di dating, su cui non sarà più necessario sfogliare profili per trovare la persona giusta. Le nostre idee, i gusti, le preferenze, le antipatie, i desideri e i sogni saranno raccolti dall’AI per costruire un profilo costantemente aggiornato da abbinare con il partner ideale.

Ma l’AI potrà aiutarci anche a trovare un buon posto di lavoro, analizzando il mercato e scrivendo per noi il curriculum perfetto.

Smartphone e dispositivi indossabili ci daranno invece una mano a curare la salute, grazie al monitoraggio dei parametri vitali. E se il 5G abbatterà le distanze, le videochiamate si evolveranno per consentire una comunicazione multisensoriale, con cui restare in contatto con i propri cari da qualsiasi punto del mondo.

Revenge porn, un dramma da cui nessuno è potenzialmente esente

E’ uno dei volti più subdoli e pericolosi del web: è il rivende porn, una forma di vendetta basata sulla pornografia non consensuale che può portare a conseguenze estreme. Anche perché spesso le vittime sono giovanissime e il suicidio è un’opzione a cui, purtroppo, può ricorrere chi ne è colpito.

Proporzioni spaventose

“Il revenge porn ha raggiunto, negli ultimi anni, proporzioni allarmanti”, dichiara il professor Roberto De Vita, avvocato e presidente dell’Osservatorio Cyber Security dell’Eurispes. “I casi di cronaca e gli studi che hanno analizzato il fenomeno della diffusione non consensuale di immagini private a sfondo sessuale a scopo di vendetta evidenziano il rischio di una esposizione generalizzata: nessuno è escluso, dagli adolescenti fino ai rappresentanti delle Istituzioni, passando per personalità pubbliche e per cittadini comuni”. Un fenomeno globale che, ancora una volta, dimostra quanto possa essere fragile l’identità nell’ecosistema digitale. Un recentissimo studio statunitense (American Psicological Association, 2019) evidenzia come le persone colpite siano quasi 1 su 10, con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Il dato ancor più allarmante è che il 51% delle vittime contempla addirittura la possibilità del suicidio.

Un fenomeno ancora più ampio

“Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, la pornografia non consensuale (NCP), non necessariamente connesso a ‘vendette di relazione’ e che attiene alla condivisione/diffusione digitale, senza il consenso della persona ritratta, di immagini di carattere sessuale: immagini riprese consensualmente o volontariamente nel corso di un rapporto sessuale o di un atto sessuale ma destinate a rimanere private o ad essere condivise privatamente; immagini carpite da telecamere nascoste; immagini sottratte da dispositivi elettronici; immagini riprese nel corso di una violenza” spiega ancora De Vita. Esistono numerosi siti che diffondono la NCP e incoraggiano i propri utenti a caricare, per vendetta, foto e video intimi dei loro ex-partner. È anche frequente che offrano il servizio nell’ambito di forum, dove gli altri utenti hanno la possibilità di postare commenti dispregiativi o volgari nei confronti delle persone ritratte nelle immagini, che nel 90% dei casi sono donne. Secondo uno studio statunitense del 2014, il 50% delle foto intime sono corredate da nome, cognome e link ai profili social personali, il 20% da indirizzi e-mail o numeri di telefono. Di conseguenza, questo fenomeno può avere pesanti ripercussioni sul piano lavorativo.

I dati sui minori sono allarmanti

“I dati riguardanti i minori sono ancora più preoccupanti, anche a causa del crescente uso del sexting. Uno studio condotto nel 2018 in seno alla American Medical Association ha stimato che su 110.380 partecipanti minorenni, rispettivamente il 14,8% e il 27,4% di questi aveva inviato o ricevuto sexts. Inoltre, il 12% aveva inoltrato almeno uno di questi sext senza consenso” precisa il presidente dell’Osservatorio. In molti casi, i minori che hanno inviato le loro foto sono stati costretti o hanno ricevuto forti pressioni in tal senso. In base ad un’indagine condotta dal Massachusetts Aggression Reduction Center, al 58% degli intervistati è capitato di ricevere pressioni per inviare sexts. La maggior parte delle volte questi episodi sono avvenuti nell’ambito di rapporti stretti.

Il piano normativo in Italia

In Italia di recente è stata introdotta una disciplina specifica sul revenge porn. All’interno del cosiddetto Codice Rosso, in vigore dal 9 agosto 2019, è stato inserito il nuovo art. 612 – ter c.p., “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. La pena prevista è la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

Per Amnesty International Google e Facebook minacciano i diritti umani

Amnesty International scende in campo contro i colossi del web. La sorveglianza “onnipresente” operata da Facebook e Google su miliardi di persone per Amnesty rappresenta infatti una “minaccia sistemica” ai diritti umani.

L’accusa è stata formulata nel rapporto dal titolo I giganti della sorveglianza, dove l’Ong evidenzia i rischi per la privacy derivanti dall’utilizzo dei dati personali da parte delle piattaforme. L’auspicio, da parte di Amnesty, è quello di una “trasformazione radicale” del loro modello di business, ma le due compagnie sono pronte a difendersi.

Un modello di business basato sulla raccolta e la tracciabilità dei dati a fini pubblicitari

Nel rapporto, Amnesty International riconosce il ruolo positivo di Google e Facebook nel “connettere il mondo e nel fornire servizi cruciali a miliardi di persone”, si legge nel testo. Il prezzo da pagare però, secondo la Ong è elevato, poiché il modello di business delle due compagnie, basato sulla raccolta dei dati degli utenti, sul tracciamento delle attività online e sulla loro categorizzazione a fini pubblicitari, consente alle persone di “godere dei diritti umani online solo sottomettendosi a un sistema basato sull’abuso dei diritti umani”.

“Il controllo insidioso della nostra vita digitale mina l’essenza stessa della privacy”

Proprio in questo, Amnesty ravvisa in primo luogo “un attacco al diritto alla privacy su una scala senza precedenti”, con effetti a catena che mettono a rischio una serie di altri diritti, dalla libertà di espressione e opinione, al diritto alla non discriminazione, riferisce una notizia della Redazione Ansa. “Google e Facebook dominano le nostre vite moderne, accumulando un potere senza pari sul mondo digitale con la raccolta e la monetizzazione dei dati personali di miliardi di persone – afferma il segretario generale di Amesty International, Kumi Naidoo -. Il loro controllo insidioso della nostra vita digitale mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle principali sfide per i diritti umani della nostra era”.
La replica di Facebook e Google

“Siamo in disaccordo con il rapporto di Amnesty International – commenta un portavoce di Facebook Company -. Facebook consente alle persone di tutto il mondo di connettersi in modi che proteggono la privacy, anche nei Paesi meno sviluppati con strumenti come Free Basics. Il nostro modello di business – aggiunge il portavoce – è quello con cui gruppi come Amnesty International, che attualmente pubblicano inserzioni su Facebook, raggiungono i sostenitori, raccolgono fondi e portano avanti la loro missione”.

Da parte su Google invece replica: “riconosciamo che le persone si fidano di noi per le loro informazioni, e che abbiamo la responsabilità di proteggerle. Negli ultimi 18 mesi abbiamo apportato modifiche significative e creato strumenti per dare alle persone un maggiore controllo sulle loro informazioni”.

 

Cybersecurity e gender gap, “quote rosa” ancora basse nelle imprese

Nel settore della sicurezza informatica le donne sono ancora poco presenti in circa la metà delle grandi imprese. Nel 45% delle grandi aziende, infatti, la percentuale di donne che lavorano nei dipartimenti di sicurezza informatica è inferiore rispetto a quella relativa al resto della forza lavoro aziendale. E solo il 37% sta mettendo in atto, o ha pensato di attuare, una serie di programmi ufficiali che potrebbero portare a un aumento del numero delle donne nell’ambito della cybersecurity. Questo, nonostante la presenza di una forza lavoro diversificata possa contribuire a portare talento e nuova linfa vitale all’interno di un’organizzazione, e a migliorarne le prestazioni aziendali.

Le donne costituiscono solo il 39% della forza lavoro nelle aziende

Secondo i risultati dell’indagine condotta da 451 Research dal titolo Cybersecurity through the CISO’s eyes. Perspectives on a role report per conto di Kaspersky le imprese con un’alta percentuale di diversity al loro interno registrano, a livello globale, il 19% di entrate derivanti dall’innovazione. La parità di genere, quindi, non è solo una questione etica, ma anche un fattore importante per l’efficienza aziendale. Ma nonostante le iniziative orientate al sostegno della diversity le donne costituiscono ancora solo il 39% della forza lavoro nelle aziende in generale, e la percentuale relativa alle posizioni dirigenziali a livello mondiale è pari al 25%.

L’informatica è un settore prevalentemente maschile

La cybersecurity, così come il mondo dell’informatica in generale, può essere considerato prevalentemente un settore maschile. Secondo l’indagine commissionata da Kaspersky il 45% dei CISO (Chief information security officer) coinvolti avrebbe dichiarato che le donne sono in effetti poco rappresentate all’interno dei loro dipartimenti. Quasi la metà delle realtà coinvolte dal sondaggio, però, ha dichiarato di fornire, o di voler fornire, programmi di stage rivolti a studentesse (42%), o voler formare candidate con pochi titoli o nessun titolo (40%). Solo il 22% degli intervistati dichiara di assumere candidate provenienti da altri dipartimenti all’interno delle proprie organizzazioni. Il 63%, invece, ha dichiarato di essere alla ricerca di specialisti pienamente qualificati, senza alcuna preferenza in termini di genere.

Qualcosa sta cambiando nella leadership: negli ultimi due anni più donne che uomini

Dalla ricerca è emerso anche che gli uomini che ricoprono ruoli di leadership nell’ambito della sicurezza informatica sono più numerosi rispetto alle donne. Solo un quinto (23%) degli intervistati ha dichiarato di appartenere all’universo femminile. Nonostante questo dato, la quantità degli incarichi assegnati per ruoli di questo tipo suggerisce una crescita che riguarda proprio il numero di donne che ricoprono posizioni di rilievo nella cybersecurity. Il 20% delle intervistate ha dichiarato infatti di essere approdata a un ruolo di leadership nell’ambito della sicurezza informatica negli ultimi due anni, il doppio (10%) rispetto al dato relativo agli uomini per lo stesso tipo di ruolo, e nello stesso periodo di tempo.

Arriva la lotteria degli scontrini

Dal 1 gennaio 2020 lo scontrino diventa un biglietto della lotteria. Arriva infatti la lotteria degli scontrini, uno strumento messo in campo dall’esecutivo per combattere l’evasione fiscale e reperire risorse in manovra. Dopo quasi tre anni di stallo, la misura era stata introdotta con la Legge di Bilancio 2017, il governo ha deciso di adeguarsi ad altri Paesi che l’hanno già adottata con successo, come il Portogallo. Alla lotteria potranno partecipare i consumatori maggiorenni che acquistano beni o servizi presso gli esercenti che effettuano la trasmissione telematica dei corrispettivi. E ogni acquisto che porterà all’emissione di uno scontrino darà diritto a una serie di biglietti virtuali.

Chi utilizza la moneta elettronica raddoppia le probabilità di vincita

Il numero di biglietti è ancora in via di definizione nel decreto attuativo del provvedimento, ma nella bozza elaborata la scorsa primavera ogni 10 centesimi di spesa era previsto un ticket virtuale, a fronte di una spesa minima di un euro. In altre parole con 10 euro di spesa si avrebbe diritto a 100 biglietti, riporta la Repubblica. In ogni caso la riffa statale prevede, nelle varie modifiche introdotte, anche un meccanismo che raddoppia le probabilità di vincita per chi utilizza la moneta elettronica. Pagare con carta di credito o bancomat dovrebbe quindi dare diritto a un numero maggiore di biglietti. Inoltre scegliere uno strumento digitale renderà automatica l’assegnazione dei ticket, mentre chi sceglierà di saldare in contanti dovrà contestualmente comunicare il proprio codice fiscale.

Per ora vincite mensili e annuali, dal 2021 anche settimanali

Tutti gli scontrini, a partire da un euro di spesa, danno quindi la possibilità di partecipare alla lotteria, ma all’aumentare della spesa il numero di biglietti “virtuali” cresce in modo più che proporzionale. Le vincite sono mensili, con montepremi da 10.000 euro, 30.000 euro e 50.000 euro, e annuali, con un assegno da un milione di euro. Dal 2021, però, dovrebbero essere introdotte anche le estrazioni settimanali. Le vincite saranno comunicate via posta elettronica o con una raccomandata, ed è prevista la creazione di un portale web con informazioni sul regolamento, il calendario delle estrazioni, e le informazioni personali del consumatore, come le vincite associate ai propri scontrini.

Un esperimento europeo per ridurre il gap Iva

Il concorso è riservato esclusivamente ai maggiorenni residenti in Italia, che dovranno fornire il proprio codice fiscale al momento dell’acquisto, e di conseguenza, dell’emissione dello scontrino. In Europa la lotteria degli scontrini è stata già sperimentata da Malta, Portogallo, Romania e Slovacchia con l’obiettivo di ridurre il gap Iva, cioè la differenza tra l’imposta effettivamente incassata dall’Erario e il gettito previsto. Ma è Il Portogallo il Paese in cui la misura ha incontrato maggiore successo. Introdotta nel 2014, la cosiddetta “fatura da sorte” ha visto più che raddoppiare il numero degli scontrini emessi già nei primi anni di introduzione. Secondo i dati 2018 della relazione sulla lotta all’evasione fiscale pubblicata dal governo di Lisbona, a dicembre 2018 sono stati assegnati come premi 117 auto e 163 buoni del Tesoro del valore di 35 mila euro e di 50 mila euro.

 

Studiare fuori sede costa, e la colpa è dell’affitto

Se nel 2018 i prezzi delle locazioni non risultavano in aumento, quest’anno si registrano rincari in tutti i 14 centri che ospitano gli atenei con la più alta concentrazione di studenti fuori sede. Solo Bari risulta in controtendenza, con un lieve calo (-2%) dei prezzi richiesti per le stanze singole, mentre Bologna registra un aumento record del 12% rispetto all’anno scorso. Si tratta dei risultati di uno studio condotto dal portale di offerta e ricerca immobili Immobiliare.it.

L’aumento della domanda continua a trascinare i costi verso l’alto

“La crescita dei costi delle stanze in affitto non si arresta ormai da diversi anni. Il mercato si è ampliato con nuovi soggetti: alla classica locazione si sono aggiunte la coabitazione fra studenti, allargata poi ai lavoratori fuori sede, e più recentemente la formula degli affitti brevi – dichiara Carlo Giordano, AD di Immobiliare.it -. Una domanda così ampia e diversificata ha portato l’offerta immobiliare a ridursi, e di conseguenza, continua a trascinare i costi verso l’alto”.

Milano si conferma la città più cara, Catania la più economica

Secondo lo studio affittare una stanza singola a Milano costa mediamente 573 euro, prezzo aumentato del 6% rispetto al 2018 a fronte di una domanda che continua a crescere (+5% su base annua). Il secondo posto è un pari merito fra Roma e Bologna: nelle due città affittare una singola costa rispettivamente 447 e 448 euro al mese. Sopra la soglia dei 400 euro anche Firenze, dove si chiedono in media 433 euro (+10% rispetto al 2018).  Con aumenti che oscillano fra il 2% e l’8% si aggirano sui 300 euro le cifre richieste nelle altre città, e si va dai 353 euro al mese di Torino ai 306 euro di Pavia. Bari e Palermo invece sono le uniche due città a registrare un calo, e per affittare una singola in media si spendono rispettivamente 255 euro e 233 euro. La più economica resta però Catania, con una media di 211 euro.

La tendenza è non condividere, in calo la domanda di posti in doppia

Sono sempre meno gli studenti e i lavoratori fuori sede disposti a condividere una stanza con un’altra persona. La domanda di posti in doppia è infatti in calo ovunque, a eccezione di Bologna, dove invece è cresciuta del 9% a causa degli aumenti dei costi. I prezzi più alti sono quelli di Milano, dove affittare un posto in doppia costa mediamente 372 euro al mese, seguita da Roma, con 311 euro. In tutte le altre città i costi si mantengono al di sotto dei 300 euro, con la spesa minima chiesta a Palermo, dove bastano 136 euro al mese.

“Il target degli studenti fuori sede si conferma un segmento molto appetibile per chi deve affittare un appartamento”, aggiunge Giordano. Il 27% dei proprietari che inseriscono il proprio annuncio sul portale Immobiliare.it indica infatti di prediligere gli studenti ai lavoratori. Insomma, la garanzia rappresentata dalle famiglie rimane ancora la più affidabile.

Sul podio delle Università, Bologna, Padova e Firenze

Prosegue la crescita delle immatricolazioni nei nostri atenei. Per il quarto anno consecutivo, nell’anno accademico 2017-2018, si è registrato un aumento del +1,3% rispetto all’anno accademico precedente. E al top della classifica delle Università italiane 2019/2020 del Censis si piazzano gli atenei di Bologna, Padova, Firenze, mentre per i politecnici emergono Milano e Torino, e per le università non statali la prima posizione viene conquistata dalla Bocconi di Milano. Il nuovo ranking degli atenei si basa su parametri quali strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio, livello di internazionalizzazione, occupabilità e comunicazione.

I mega e i grandi atenei statali

Tra i mega atenei statali, con oltre 40.000 iscritti, mantiene la 1a posizione l’Università di Bologna, con un punteggio complessivo pari a 90,8, seguita dall’Università di Padova (88,7), e da quella di Firenze (86,3), che scende di una posizione rispetto all’anno scorso. La Sapienza di Roma è stabile al 4° posto (84,3), mentre ultima tra i mega atenei è l’Università di Napoli Federico II. Tra i grandi atenei statali (20.000-40.000 iscritti) l’Università di Perugia è ancora al vertice con un punteggio complessivo pari a 91,2. Tiene la 2a posizione l’Università della Calabria (90,2), e mantengono la 3a e la 4a posizione le Università di Parma e di Pavia (89,7 e 88,0 punti).

Trento e Camerino al top dei medi e i piccoli atenei

L’Università di Trento guida la classifica dei medi atenei statali (10.000-20.000 iscritti), con un punteggio pari a 97,0, e un incremento di 9 e 7 punti rispettivamente negli indicatori relativi alle strutture per gli studenti e all’internazionalizzazione. L’ateneo guadagna due posizioni rispetto allo scorso anno e rimpiazza l’Università di Siena, che passa al 2° posto, mentre la 3a posizione è condivisa dall’Università di Trieste e l’Università di Udine (91,2), riporta Ansa. Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) primeggia anche quest’anno l’Università di Camerino (93,0), mentre invariate in 2a e 3a posizione rispettivamente l’Università di Foggia (82,2) e l’Università di Cassino (82,0).

Politecnico di Milano e Bocconi, due milanesi da medaglia d’oro

Al 1° posto dei politecnici italiani il Politecnico di Milano (95,8), al 2° il Politecnico di Torino (91,5), che fa retrocedere in 3a posizione lo Iuav di Venezia, e al 4° e ultimo posto il Politecnico di Bari. Per quanto riguarda la classifica del Censis tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) in 1a posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (96,8), seguita dall’Università Cattolica (87,4), mentre tra i medi (5.000-10.000 iscritti) la Lumsa si colloca in 1a posizione (90,0), seguita con un distacco minimo dalla Luiss (89,8), mentre lo Iulm è al 3° posto (83,0). Tra i piccoli (fino a 5.000 iscritti) la Libera Università di Bolzano continua a occupare il vertice della classifica (102,4), seguita dalla Liuc Università Cattaneo (91,0) e con un balzo di 5 posizioni l’Università Roma Europea (83,6). Chiude la graduatoria l’Università Lum Jean Monnet.

A maggio vendite auto in discesa, ma l’elettrico raddoppia grazie all’Ecobonus

Dopo un leggero segno più ad aprile, l’unico del 2019, il mercato auto a maggio torna in territorio negativo. A maggio 2019 infatti la motorizzazione ha immatricolato 197.307 autovetture, -1,19% rispetto a maggio 2018 (199.692), mentre ad aprile 2019 sono state immatricolate 174.775 autovetture, con una variazione di +1,68% rispetto allo stesso mese del 2018 (171.886). E il volume globale delle vendite (570.983 autovetture) ha interessato per il 34,56% auto nuove e per il 65,44% auto usate. Diversa la situazione per le immatricolazioni di vetture elettriche, che a maggio 2019 segnano 1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato. E quasi il doppio di quelle di maggio 2018.

Calo a doppia cifra per il diesel, cresce la benzina, e l’elettrico vola

Per quanto riguarda le vendite di Fca in Italia a maggio calano del 6,09%, e le immatricolazioni, secondo i dati del ministero dei Trasporti, sono state pari a 51.798 auto contro le 55.160 di maggio 2018, mentre la quota mercato è passata dal 27,6% al 26,2% (-1,37%).

Nel mese, inoltre, continuano a calare a doppia cifra le immatricolazioni di autovetture diesel (-20%, 20.000 unità in meno rispetto a maggio 2018), con una quota del 42%, mentre prosegue il trend di crescita della benzina (+22,5% con una quota di mercato del 44%). Le immatricolazioni di vetture elettriche di maggio 2019 (1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato) sono invece quasi il doppio di quelle di maggio 2018, che a loro volta erano il quadruplo di quelle vendute a maggio 2017.

Primi cinque mesi 2019 quasi 3.600 auto elettriche immatricolate

I primi 5 mesi dell’anno raggiungono invece le 910.093 vetture immatricolate, riducendo la flessione a un -3,8% nel confronto con le 946.381 auto dello stesso periodo dello scorso anno. Nei primi cinque mesi dell’anno, riporta Askanews, il diesel segna una contrazione del 24%, mentre per le auto a benzina l’incremento è del 24%. Sempre nei primi cinque mesi del 2019, le auto elettriche immatricolate sono quasi 3.600, il doppio rispetto a un anno fa. Le auto ricaricabili rientrano per la maggior parte tra quelle che usufruiscono dell’Ecobonus.

Ibride a +36%

Anche le auto ibride (incluse le plug-in) riportano una crescita del 36% a maggio (con una quota del 5,4%, un punto e mezzo in più rispetto a maggio dello scorso anno) e del 33% nei primi 5 mesi. Tra le ibride nel mese registrano la crescita maggiore le ricaricabili: +53% e 480 unità, contro il +35%, e 10.000 unità delle ibride tradizionali, che nel primo trimestre del 2019 hanno collocato l’Italia al secondo posto in questo segmento di mercato in UE28+Efta. “La misura dell’Ecobonus – spiega l’Anfia – sta spingendo un comparto che a fine anno potrebbe rappresentare tra l’1% e il 2% del mercato totale, ma in un contesto di infrastrutture ancora fortemente carenti”.