Senior italiani, sempre più dinamici e hi-tech

Molto distanti dallo stereotipo di anziani deboli e bisognosi di cure, oggi i 60-80enni italiani sono dinamici, curiosi, e sempre più digitali. Tanto che aprono un account social anche a 70 anni, e acquistano il primo laptop ben oltre la pensione. A scattare una fotografia dei 13,7 milioni di senior italiani è Doxa, che in qualità di partner tecnico del SingularityU Italy Summit 2018, ha dato il proprio contributo esaminando usi e costumi della terza età. Ma cosa rende i senior così attivi e moderni? Un insieme di fattori oggettivi, ma anche diverse attitudini mentali.

I tre fattori chiave: benessere, autonomia e socializzazione

Al primo posto c’è il benessere psico-fisico: il 75% degli intervistati da Doxa dichiara infatti di godere di uno stato di salute soddisfacente, e il 19% che arriva a definirlo addirittura ottimo. Il 64% fa attività fisica regolare, percentuale che si attesta al 55% tra i 76-80enni. L’88% degli over 60 inoltre si dichiara autonomo nello svolgere visite mediche ed esami, l’86% si occupa direttamente della spesa, e l’84% esegue in autonomia i lavori domestici di uso quotidiano, riporta Ansa. I senior poi “vogliono approfittare dell’opportunità offerta da una disponibilità di tempo maggiore per coltivare le proprie relazioni”, afferma Vilma Scarpino, AD di Doxa. E famiglia e amici hanno un’importanza strategica: il 71% vive con il proprio partner, l’85% ha figli e il 65% nipoti.

La terza età è digitale

La quasi totalità degli over 60 italiani ha un cellulare, e il 48% uno smartphone. Il 39% possiede e usa abitualmente un pc, e un ulteriore 10% opta per il tablet. Il ricorso a email e social network come Facebook è all’ordine del giorno, rispettivamente, per il 39% e il 24% degli intervistati. Non solo. Chi è collegato a Internet nel 40% dei casi è solito leggere le notizie d’attualità online, nel 29% guarda i video su YouTube, e nel 20% consulta le app e/o i siti dedicati ai propri hobby. In generale, gli uomini sono sensibilmente più attivi online rispetto alle donne. Anche l’età è un fattore discriminante: se l’80% dei 60-65enni svolge almeno un’attività online la quota scende al 52% tra i 71-75enni, e al 37% tra i 76-80enni.

Salute e sicurezza? Meglio se hi-tech

“Per il 43% degli intervistati la tecnologia e le sue molteplici applicazioni migliorano e miglioreranno sempre più la qualità della vita di tutti noi”, commenta Scarpino. E se due senior su tre conoscono Google, Amazon e la tecnologia WiFi per gli over 60 digitali salute e sicurezza sono le aree di maggiore interesse in ambito tecnologico. Il 57% infatti troverebbe molto utile poter parlare con i medici da casa, visualizzando i loro volti e gli esami fatti, e il 48% indosserebbe volentieri braccialetti in grado di rilevare le principali funzioni vitali. Ancora, il 50% vorrebbe avere sensori in casa per la gestione delle utenze e la sicurezza.

Si o no? Italiano lo studio scientifico che svela il meccanismo delle decisioni

Siamo indecisi fra una decisione e l’altra? Non sappiamo quale strada prendere? Non riusciamo a districarci fra il rispondere si o no? Sono tutte situazioni pressoché quotidiane che ognuno di noi si trova ad affrontare nella propria vita personale e professionale. La volontà di eseguire un’azione è un’esperienza che tutti noi sperimentiamo usualmente anche senza particolare attenzione a livello consapevole. Eppure le decisioni potrebbero essere guidate da precisi meccanismi mentali, anche se non se siamo consapevoli.

La ricerca che svela i meccanismi mentali

Il gruppo di ricerca guidato dal professor Eraldo Paulesu, professore di Psicologia fisiologica all’Università di Milano-Bicocca, ha fatto proprio di questi meccanismi di “scelta” uno studio sperimentale. Per approfondire come funziona il nostro cervello, il team di scienziati ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging) per studiare i correlati neurali che accompagnano le componenti intenzionali dell’agire. La dottoressa Laura Zapparoli, ricercatrice presso l’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, con i suoi collaboratori si è ispirata a uno specifico modello cognitivo chiamato “The What, When and Whether model of intentional action”  e “ha analizzato la possibilità di suddividere la nostra volontà di muoverci in tre distinte “componenti”, assimilabili a tre diverse decisioni sull’azione da mettere in atto: quale azione eseguire, quando eseguirla e se metterla in atto oppure arrestarla prima che si verifichi” risporta Askanews.

Le scoperte del team italiano

In base ai test, i ricercatori hanno rilevato che le tre componenti dell’intenzionalità possono effettivamente essere dissociate l’una dall’altra a livello neurale, essendo sostenute da circuiti neurofunzionali di aree corticali e sottocorticali che appaiono in parte distinti. “Con questo studio viene quindi dimostrato come la nostra volontà di effettuare un movimento sia in realtà un fenomeno complesso, composito, sebbene nella percezione della nostra quotidianità possa restare sullo sfondo rispetto al normale fluire del nostro comportamento”. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), permetterà di capire meglio alcune patologie del sistema nervoso centrale che compromettono la volontà di agire, consentendo così anche migliori prospettive di diagnosi e di cura in futuro.

“Esistono specifiche patologie neurologiche o psichiatriche, per esempio la malattia di Gilles de la Tourette e il disturbo ossessivo-compulsivo, in cui diversi aspetti dell’intenzionalità possono essere compromessi – spiegano all’agenzia di stampa Eraldo Paulesu e Laura Zapparoli,- e la definizione della fisiologia di questi processi in soggetti normali getta le basi per una migliore comprensione di tali disturbi”.

Questo lavoro – pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) – apre quindi nuove strade allo studio di quelle patologie del sistema nervoso centrale che compromettono la volontà di agire, suggerendo la necessità di prestare particolare attenzione agli aspetti specifici che possono risultare compromessi o invece risparmiati dalla malattia.

 

TripAdvisor influenza l’economia globale dei viaggi

La spesa turistica internazionale negli ultimi 8 anni consecutivi non arresta la sua crescita, e nel 2017 l’industria dei viaggi ha raggiunto una spesa di più di 5.29 trilioni di dollari. Grazie anche al contributo di TripAdvisor.

Questo è quanto emerge dai risultati dello studio Misurazione dell’Economia Mondiale dei Viaggi, condotto da Oxford Economics in partnership con TripAdvisor, che ha esaminato le dimensioni dell’economia globale dei viaggi, e il contributo di TripAdvisor a essa.

Un contributo pari a 546 miliardi di dollari nel 2017

Comparando i dati di crescita dell’economia mondiale con i trend di TripAdvisor, lo studio ha anche mostrato che il portale ha avuto un’enorme influenza stimata di 546 miliardi di dollari nel 2017. Globalmente, il famoso sito di viaggi ha influenzato più di 433 milioni di viaggi l’anno scorso, di cui 13.5 milioni solo in Italia.

“La categoria dei viaggi è enorme e supera la spesa dei consumatori in altri ambiti in tutto il mondo – commenta Charlie Ballard, TripAdvisor’s director of strategic insights -. TripAdvisor non solo ispira i viaggiatori, ma genera anche più viaggi, in particolare incoraggiando i viaggiatori a fare viaggi più lunghi mostrando loro quanto c’è da fare e da vedere”.

La spesa di viaggio influenzata dai TripAdvisor supera la crescita della spesa totale di viaggi e turismo

Negli ultimi 10 anni, secondo Oxford Economics, la spesa di viaggio influenzata da TripAdvisor ha superato la crescita della spesa totale di viaggi e turismo, con un tasso medio annuale del 7.4%, mentre la spesa turistica totale è cresciuta in media del 3%. L’influenza di TripAdvisor cresce poi in tutte le regioni globali, con miglioramenti sia in destinazioni turistiche in via di sviluppo sia in mercati già maturi.

Anche in Italia emerge un aumento dell’influenza di TripAdvisor: dal 2010 al 2017 la quota di arrivi influenzati dal sito è cresciuta dal 14.2% al 17.9%, supportando potenzialmente la crescita di alcune rotte chiave, specialmente da UK e US.

 

In Italia il mercato domestico vale il 77% della spesa totale

In Italia il mercato domestico conta per il 77% della spesa totale mentre Germania (21.9%) e US (10.2%) detengono la quota maggiore della spesa internazionale. Francia, Cina, Emirati Arabi Uniti e UK sono altri mercati importanti per il Bel Paese.

Il maggiore aumento della spesa di viaggio negli ultimi anni si registra però in APAC, Medio Oriente e America Latina. E con 3.9 trilioni di dollari all’anno la spesa del turismo domestico conta per circa tre quarti della spesa turistica globale, mentre la spesa internazionale ha raggiunto quota 1.4 trilioni di dollari nel 2017

Boom di allergia alimentare fra i bambini, in Italia sono più di mezzo milione

In Italia sono più di mezzo milione i casi di allergia alimentare fra i più piccoli. Un vero e proprio tsunami che dal 2010 a livello globale registra un’autentica  esplosione: se prima i casi erano attorno al 2-3% ora hanno raggiunto il 10% in Australia e l’8% in Gran Bretagna. E il fenomeno, secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology, sarebbe legato a una ”tempesta perfetta”, un mix di genetica e fattori ambientali. L’allergia alimentare, secondo lo studio, si innesca perciò quando questi fattori si verificano insieme.

5.000 bambini con meno di 5 anni sono a rischio di reazioni allergiche gravi

Dal 1997 al 2007 tra i minori di 18 anni la prevalenza di allergia alimentare nel mondo è aumentata del 18%. Gli under 18 che soffrono di allergie alimentari in Italia sono 570mila: 270mila bimbi tra 0 e 5 anni, 180mila tra 5 e 10 anni, e 120mila tra 10 e 18 anni.

Dei 270mila bambini con meno di 5 anni che soffrono di allergie alimentari, 5000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro anche la vita, e una reazione allergica grave su tre avviene a scuola. E l’allergia alimentare più frequente nei bambini tra 0 e 5 anni è quella al latte vaccino, seguita da quella alle uova.

Alcuni fattori di rischio possono essere modificati all’interno delle mura domestiche

La causa dell’allergia alimentare è stata fino a ora un vero e proprio mistero, ma abitudini errate, come l’esposizione della pelle a saponi che non vengono sciacquati, unite agli allergeni in polvere presente nell’ambiente domestico e nel cibo, possono essere cause scatenanti. “Questa è una ricetta per lo sviluppo di allergie alimentari – dichiara Joan Cook-Mills, professore di immunologia allergologica presso la Scuola di Medicina Feinberg della Northwestern University -. È un importante progresso nella nostra comprensione di come l’allergia alimentare inizi presto nella vita”. Infatti alcuni fattori di rischio possono essere modificati proprio all’interno delle mura domestiche.

Fino al 35% dei bambini con allergie alimentari presenta dermatite atopica

Le prove cliniche dimostrano che fino al 35% dei bambini con allergie alimentari presenta forme di dermatite atopica, riferisce Ansa, e gran parte di ciò è spiegato da almeno tre diverse mutazioni geniche che riducono la barriera cutanea. I problemi della pelle che si verificano con le mutazioni della barriera cutanea possono non essere visibili fino a molto tempo dopo che un’allergia alimentare sia già iniziata. Ma esiste un ampio continuum di disfunzione cutanea da lieve a dermatite atopica, che nella sua forma più lieve può semplicemente sembrare pelle secca.

Chiacchiera servite in tazza

Sul web lo sappiamo, si compra, si lavora, ci si informa, si eseguono attività finanziarie, si imparano ricette, si prenotano viaggi… ma, sopratutto, si “cazzeggia”. Che non è una parolaccia, non sia mai, ma una terminologia diretta e schietta per evitare giri di parole e verbi troppo sofisticati. Facebook è un pò il re del cazzeggio:  ed è infatti attraverso il noto social che abbiamo scoperto un sito molto carino, ben fatto ed interessante. Si tratta di www.caffeblabla.it, un portale effettivamente nato da poche settimane che propone contenuti molto leggeri ma al tempo stesso interessanti per chi, come noi, ama alla follia il caffè…

Ed il caffè non è solo una bevanda: è uno stile di vita, o meglio è una parte integrante della nostra vita. E’ il compagno che scandisce i momenti della nostra giornata, che ci da la carica, che ci sveglia, che ci fa socializzare, che ci fa trascorrere del tempo con noi stessi o con altri: e allora abbiamo apprezzato molto un sito web interamente dedicato al caffè, con notizie e curiosità ad esso correlati ma anche spunti interessanti per la salute, lo sport e la cucina.

Caffeblabla.it è un sito fresco e giovane, che vi consigliamo di visitare per scoprire aspetti ed informazioni legate alla nostra bevanda preferita: imparerete aforismi originali e passerete qualche minuto di relax, magari sorseggiando il vostro caffè preferito!

L’eccesso di social non rende asociali. Oppure si?

Da quando piattaforme come Facebook, WhatsApp, Twitter, Instagram e Snapchat hanno raggiunto numeri enormi e con una percentuale di penetrazione tra i più giovani superiore all’80%, esperti e psicologi hanno iniziato a indagare il fenomeno. Ma se alcuni studiosi e ricercatori ritengono che i social portino l’utente a estraniarsi dalla società, secondo altri, se usate nella giusta maniera, le piattaforme social aiutano a rapportarsi con il mondo esterno e ad avere maggiore fiducia nelle proprie capacità.

C’è chi è a favore dei social…

I ricercatori dell’Università del Kansas hanno dimostrato che non c’è una connessione diretta tra l’eccessiva presenza sulle reti virtuali e il dislocamento sociale. Se la regola fosse corretta, spiega Jeffrey Hall, docente di scienze della comunicazione, “le persone sarebbero dovute uscire di meno e fare meno telefonate, ma non è stato questo il caso”. Quello che invece è risultato da due studi pubblicati sulla rivista Information, Communication & Society, “è che l’uso dei social media da parte delle persone – continua Hall – non aveva alcun rapporto con coloro i quali avrebbero parlato più tardi quello stesso giorno”, riferisce Ansa.

… e chi è contro

Uno degli attacchi più duri però è arrivato da parte di Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di sezione per l’aumento degli utenti di Facebook, che ha incolpato il social di distruggere il tessuto sociale. O da Sean Parker (creatore di Napster nonché ex presidente di Facebook) che con Palihapitiya condivide l’opinione che sia l’intero sistema dei social network e del mondo dell’online a essere “rischioso” e a mettere in pericolo la salute delle persone.

Inoltre, secondo una ricerca della Royal Society for Public Health britannica, è Instagram la piattaforma più problematica per la salute mentale dei giovani. Il social dedicato alle immagini favorisce la promozione della propria identità, ma allo stesso tempo porta alla depressione e all’ansia. Sotto accusa anche Snapchat, che secondo uno studio realizzato dall’American Academy of Pediatrics, potrebbe condurre a uno stato d’ansia e depressione. O alla voglia di imitazione.

Per rendere più felici gli utenti Facebook cambia l’algoritmo

Anche il social network di Mark Zuckerberg ha commissionato una ricerca: come rendere più felici le persone che ogni giorno utilizzano Facebook? In un lungo post pubblicato sul blog ufficiale, il capo dei ricercatori di Facebook ha spiegato che solamente l’uso passivo della piattaforma porta a problemi mentali. L’interazione attiva svilupperebbe al contrario un miglioramento del proprio benessere mentale.

I risultati di questa ricerca hanno convinto Mark Zuckerberg a cambiare l’algoritmo che gestisce il NewsFeed di Facebook, la sezione Notizie che ci accoglie quando entriamo all’interno del social network. Il nuovo algoritmo mostrerà nelle prime posizione i post dei propri amici e parenti, che secondo i risultati delle ricerche sono quelli che rendono maggiormente felici gli utenti. I post delle Pagine, invece, saranno penalizzati, e bisognerà scrollare verso il basso per trovarli.

Amazon apre il suo primo supermarket. Dove “entri, prendi ed esci” con un’App

Dallo shopping virtuale a quello “reale” il passo è breve, almeno per Amazon. Che, negli Stati Uniti, ha appena aperto il suo primo supermercato fisico, battezzato Amazon Go. Un market tradizionale? Mica tanto. Il punto vendita inaugurato a Seattle, dopo un anno e mezzo dai primi annunci, non prevede ne casse ne cassieri. I clienti faranno tutto da sé, supportati da una tecnologia sempre più efficace ed efficiente, anche per lo shopping di tutti i giorni. Quindi, dopo aver fatto la spesa, “te ne uscirai tranquillamente con il conto di quello che hai comprato sull’account Amazon del cellulare” spiega il numero uno del colosso delle-commerce, Jeff Bezos.

Shopping da Amazon Go, come funziona

Per entrare nel nuovo negozio, si passa attraverso dei tornelli del tutto simili a quelli che si trovano nelle stazioni della metropolitana. Con questi passaggi, il cliente viene identificato attraverso l’app che ha già scaricato sul proprio smartphone. Nonostante l’operazione appaia semplicissima – entri, prendi quello che ti serve ed esci – la tecnologia necessaria per un simile punto vendita è veramente tanta. Mancano sì casse e cassieri, ma in compenso ci sono un’infinità di telecamere che tengono monitorati i clienti e un sofisticato sistema di sensori sugli scaffali che invece controlla i prodotti. Il Grande Fratello dei supermarket.

Amazon presenta Amazon Go

Lo spot di Amazon pre presentare il supermercato di Seattle – al momento non si sa quando e dove verranno inaugurati altri punti vendita analoghi – dice: “Prendi quello che vuoi dallo scaffale e semplicemente te ne vai”. Le immagini della promo mostrano clienti felici e senza carrelli, muniti solo di grandi buste rigorosamente arancioni.  Spiega sempre la multinazionale che le telecamere e i sensori “segnano quello che prendi, mettendo sul conto Amazon, i prodotti scelti”. “Se per esempio scegli una bella torta e, poi, cambi idea non è un problema – si legge nella nota diffusa dalla società-. Basta rimettere la vaschetta al suo posto e il conto virtuale si aggiorna automaticamente come fosse una spesa online”.

Il personale c’è, eccome

Amazon Go, nonostante le premesse, non sarà un luogo privo di umanità. Anzi. Il personale ci sarà, eccome, ma in ruoli diversi rispetto a quelli dei tradizionali supermercati. I dipendenti, quindi, non staranno alla cassa a battere scontrini, “ma si occuperanno del magazzino, di dare informazioni e consigli ai clienti, lavoreranno nelle cucine e nella preparazione dei pasti da take-away” precisa la società americana.

Pokemon Go: i giocatori hanno provocato 150mila incidenti stradali

Da passatempo innocente dal successo planetario a causa di incidenti stradali. Pokemon Go, il game per smartphone che ha inchiodato allo schermo milioni di persone (e non solo ragazzini) in tutto il mondo, avrebbe infatti provocato non pochi guai sulle strade d’America. A parte l’ossessione nel dare la caccia a qualunque ora del giorno e della notte ai “mostricciattoli” nascosti nelle vie, nelle case e in tutti i luoghi pubblici, Pokemon Go avrebbe distratto dalla guida migliaia di automobilisti.

I danni della passione Pokemon Go

A dare i numeri sono due professori della statunitense Purdue University, secondo cui il popolare gioco di realtà aumentata avrebbe generato fino a 7 miliardi di dollari di danni. La loro ricerca, intitolata “Morte dovuta a Pokemon Go”, rivela che il videogame per smartphone potrebbe aver causato quasi 150mila incidenti stradali negli Stati Uniti nell’arco di cinque mesi, dal lancio della app nel luglio 2016 fino al novembre dello stesso anno. Una media di 30.000 sinistri al mese.

Dati incrociati partendo dai Pokestop

Gli autori hanno preso in esame una contea dell’Indiana, incrociando i dati sugli incidenti stradali con la posizione dei Pokestop, cioè i luoghi di interesse delle città dove è possibile raccogliere ricompense del gioco. Come riporta l’Ansa, in base ai dati raccolti, la probabilità che un incidente accadesse nel raggio di 100 km da un Pokestop era del 26,5% più alta. Gli autori hanno quindi esteso i risultati su scala nazionale, arrivando a calcolare che negli Stati Uniti “l’aumento degli incidenti attribuibile a Pokemon Go è di 145.632, con un aumento associato del numero di feriti pari a 29.370 e di morti pari a 256 persone”. Le responsabilità, ovviamente, non sono di Pokemon Go, ma degli automobilisti così appassionati al gioco da non saper aspettare di parcheggiare prima di ricominciare la caccia. Insomma, i guidatori si distraevano dalla guida pur di acchiappare un Pokemon. Con effetti evidentemente devastanti.

E oggi cosa succede?

A dire la verità, passati i primi mesi di boom e di passione sfrenata per il game, l’entusiasmo è già scemato. Dopo l’effetto novità è arrivato inevitabile il declino. Il messaggio però è chiaro: i giochi si fanno nei momenti liberi e non certo al volante. Anche perché il Codice della strada prevede sanzioni molto severe per chi guida con lo smartphone in mano: nei casi senza danni, si parte da una multa di 161 euro, la decurtazione di 5 punti-patente. E se capita una seconda volta, si è passibili della sospensione della patente da uno a 3 mesi.

Comprare voli aerei on line? Il prezzo cambia a seconda da dove li prenoti

Pensate di aver trovato on line la miglior tariffa possibile per un volo aereo? Probabilmente vi sbagliate. Basta fare un piccolo test: provate a prenotare un volo aereo dal telefonino mentre camminate in centro città. I vari portali di e-travel e le varie app vi suggeriranno un prezzo. Ripete la stessa operazione, con le medesime specifiche, dal pc dell’ufficio o dal tablet a casa: le tariffe proposte – per lo stesso volo, ovvio – saranno più care. Ma come è possibile?

Il “mistero” delle tariffe personalizzate

Dietro questa stranezza – che per gli esperti di digital marketing non è strana proprio per niente – c’è un algoritmo capace di personalizzare le tariffe. Un sistema utilizzato da alcune compagnie aeree e dai motori di ricerca dedicati ai viaggi che, a seconda del dispositivo usato e della zona nella quale viene effettuata la prenotazione, propone prezzi differenti per l’identico volo.

La questione è finita sulle pagine dei giornali

Di  recente questa “forbice” dei prezzi tra voli prenotati da smartphone o da pc è salita agli onori della cronaca. Merito (o colpa?) di Rafi Mohammed, di professione consulente, che ha raccontato alla rivista Harvard Business Review la sua avventura. “Stavo usando Orbitz, un’app per cercare un pacchetto vacanze a New York. Arrivato in un hotel, ho aperto il sito web di Orbitz sul mio portatile per prenotare e mi sono accorto che il pacchetto – stesso volo, stesso hotel, stessa camera – costava 117 dollari in più rispetto al prezzo che proponeva l’applicazione, una cifra maggiorata del 6,5%” ha dichiarato il consulente, come riporta l’agenzia AdnKronos. E non è finita qui: dopo aver provato a comprare lo stesso pacchetto attraverso il cellulare di un suo amico, si è accorto che per lo stesso pacchetto “Il prezzo era aumentato di 50 dollari”.

La spiegazione dei big del travel

Expedia (che è la casa madre di Orbitz) attraverso la sua portavoce ha fatto sapere che le differenze di prezzo siano da attribuire al fatto che i fornitori consentono di offrire prezzi diversi ai clienti che si collegano da mobile. Orbitz, dal canto suo, nega di proporre tariffe diversificate a seconda della tipologia di dispositivo o browser utilizzato. E quindi? Il consulente Mohammed, nella sua intervista, dichiara che “Si sta verificando una personalizzazione rudimentale dei prezzi.  I prezzi vengono personalizzati a seconda delle caratteristiche di ciascun cliente e osservando le loro azioni. Come si vestono, le risposte che danno a domande apparentemente innocue (dove vivi, cosa fai per vivere?) che però forniscono indizi”.

Piccoli debiti, la cartella esattoriale va in pensione (forse)

In arrivo qualche vantaggio per i contribuenti alle prese con il fisco. La buona notizia riguarda le querelle relative ai piccoli debiti, per i quali potrebbero essere abolite le famigerate cartelle esattoriali. In Commissione alla Camera ha infatti preso il via l’esame della proposta di legge n. 4042,  mirata a modificare il d.P.R. n. 602/1973 in materia di riscossione mediante ruolo e la legge 24 dicembre 2012, n. 228, in materia di sospensione della riscossione delle somme iscritte a ruolo “nonché altre disposizioni di interpretazione autentica concernenti i termini per la notificazione degli atti e per la prescrizione dei crediti”. Come riporta l’agenzia AdnKronos, questa nuova norma dovrebbe introdurre misure volte a garantire maggiori tutele per i contribuenti nella fase della riscossione.

Si alza l’importo minimo ascrivibile a ruolo

In estrema sintesi, la proposta di legge è destinata ad elevare l’importo minimo iscrivibile a ruolo dal limite di 20mila lire a un limite costituito dal triplo del contributo unificato di iscrizione a ruolo, dovuto nel processo civile, nel processo amministrativo e nel processo tributario, per come determinato dall’articolo 13, comma 1, lettera a), del testo unico in materia di spese di giustizia (di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002).

Le parole del deputato che ha proposto la legge

Il relatore della proposta di legge n. 4042 è Carlo Sibilia (M5S). L’onorevole ricorda che il contributo unificato indicato nella citata lettera a) equivale a 43 euro: pertanto secondo le previsioni della proposta in esame l’importo minimo iscrivibile a ruolo ammonterebbe a 129 euro. Inoltre, si integra la disciplina sul contenuto necessario del ruolo prevedendo che debbano essere indicati: il codice fiscale del contribuente; la specie del ruolo; la data in cui il ruolo diviene esecutivo; il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o altro atto presupposto; la motivazione, anche sintetica, della pretesa; per i ruoli straordinari viene stabilito che la motivazione deve indicare i presupposti di fatto e di diritto che giustificano il fondato pericolo per la riscossione. Ancora, il ruolo deve indicare in modo analitico tutti gli interessi maturati e i relativi criteri di calcolo. Se così non fosse, non potrà avvenire l’iscrizione.

Rateizzazione, non è il riconoscimento del debito

Per quanto riguarda l’eventuale rateazione del pagamento, viene indicato che la presentazione della richiesta di rateazione non costituisce in nessun caso riconoscimento del debito. Inoltre la nuova norma rende più semplice l’iter per richiedere un nuovo piano di dilazione anche in presenza di rate non saldate.