Transizione verde e PMI italiane: opportunità e ostacoli nell’era post‑PNRR

L’Italia si trova a un punto di svolta nella riconversione industriale: la transizione verde sta diventando non solo una priorità ambientale, ma un fattore competitivo per le piccole e medie imprese (PMI) che costituiscono il tessuto produttivo del Paese. Dopo l’importante afflusso di risorse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), molte aziende affrontano la sfida di trasformare processi, prodotti e competenze per ridurre le emissioni, aumentare l’efficienza energetica e accedere a nuovi mercati.

Contestualizzare significa riconoscere due driver chiave: da una parte il massiccio sostegno pubblico ed europeo — l’Italia ha a disposizione su base nazionale decine di miliardi dedicati a digitalizzazione e verde — dall’altra la struttura delle imprese italiane, dominata da PMI spesso familiari e radicate in distretti. La combinazione di finanziamenti, obblighi normativi più stringenti e pressioni della domanda sta creando pressione per l’adozione di tecnologie pulite, ma anche opportunità diffuse.

Analisi con dati ed esempi

Le PMI italiane rappresentano la maggioranza del tessuto produttivo e dell’occupazione: sono numerose e concentrate in settori come manifattura, moda, agroalimentare e ceramica. Questo porta due conseguenze pratiche. Primo, la decarbonizzazione su scala nazionale passa necessariamente attraverso l’adeguamento delle piccole imprese. Secondo, la dispersione geografica e dimensionale rende più complicata la diffusione delle innovazioni rispetto a grandi gruppi centralizzati.

Dal punto di vista finanziario, il PNRR e le linee di finanziamento europee hanno reso disponibili risorse che mirano a stimolare la riqualificazione energetica degli edifici produttivi, l’efficienza degli impianti, l’adozione di fonti rinnovabili e la mobilità sostenibile. Le misure più utilizzabili dalle PMI includono contributi a fondo perduto per interventi di efficientamento, crediti d’imposta per investimenti green e bandi regionali per progetti aggregati. Tuttavia, l’accesso a queste risorse resta diseguale: molte imprese lamentano complessità burocratiche, requisiti di cofinanziamento e capacità amministrative insufficienti.

A livello operativo, emergono esempi virtuosi. In distretti come quello della ceramica in Emilia‑Romagna o della meccanica in Lombardia, gruppi di aziende hanno avviato progetti comuni di cogenerazione o impianti fotovoltaici condivisi, riducendo costi energetici e impronta carbonica. Nel settore agroalimentare, alcune cooperative hanno investito in impianti di biogas per valorizzare gli scarti. Le start‑up cleantech italiane forniscono soluzioni di monitoraggio energetico e ottimizzazione dei processi, permettendo anche alle PMI di misurare e gestire consumi senza grandi investimenti iniziali.

Tuttavia le criticità rimangono: costi iniziali elevati, competenze specialistiche scarse, difficoltà nell’accesso al credito per investimenti non tradizionali e tempi di ritorno dell’investimento che possono superare gli orizzonti imprenditoriali di breve periodo. Anche la frammentazione normativa tra livelli nazionale e regionale crea incertezza per gli investimenti a medio termine.

Implicazioni future

Per trasformare le opportunità in crescita concreta servono azioni coordinate su più fronti. Sul piano pubblico è essenziale semplificare le procedure di accesso ai fondi e finanziare sportelli territoriali che affianchino le PMI nella progettazione e nella rendicontazione. Strumenti di finanziamento innovativi — green loan, garanzie pubbliche su progetti aggregati, leasing energetico — possono ridurre la barriera economica iniziale.

Le imprese devono investire in competenze: tecnici per la manutenzione di impianti rinnovabili, data analyst per il monitoraggio dei consumi, e figure per la certificazione ambientale. Le camere di commercio, gli enti di formazione e i grandi player industriali possono svolgere un ruolo di accelerazione attraverso programmi di formazione congiunta e progetti pilota nei distretti.

Infine, la digitalizzazione è un abilitatore cruciale: sensori IoT, piattaforme di energy management e soluzioni cloud rendono possibile l’ottimizzazione continua e l’accesso a mercati che premiano la trasparenza ambientale lungo la filiera. Le PMI che sapranno integrare green e digital non solo ridurranno costi ed emissioni, ma accederanno a nuove opportunità commerciali, dai bandi pubblici alle filiere internazionali attente alla sostenibilità.

Conclusione

La transizione verde per le PMI italiane è una sfida sistemica che combina finanziamenti, competenze e innovazione tecnologica. Il PNRR ha aperto una finestra di opportunità che, se accompagnata da semplificazioni, strumenti finanziari adeguati e formazione mirata, può trasformare i distretti produttivi italiani in laboratori di sostenibilità competitiva. Per imprenditori e policy maker la priorità è ora tradurre risorse e intenti in progetti reali, replicabili e scalabili, perché la decarbonizzazione diventi driver di resilienza e crescita per l’economia italiana.

Industria, la ripresa c’è (ma non si vede ancora)


I primi segnali economici positivi spesso non fanno tanto rumore. Eppure, valgono più dei titoloni. È il caso di quanto sta accadendo all’industria italiana tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

I numeri, riletti con attenzione dal Centro studi di Unimpresa su dati Istat, raccontano una storia meno spettacolare di un rimbalzo, ma forse più interessante: quella di un sistema che smette di giocare in difesa e prova a rimettersi in campo.

Un assestamento profondo

Tra settembre e novembre il totale della produzione industriale torna a crescere, con un +1,4% che si ripete nei mesi chiave. Non è tanto il dato in sé a colpire, quanto la sua continuità. Dopo un 2024 complicato, fatto di correzioni e frenate, il finale del 2025 mostra un miglioramento più deciso. Come se l’industria avesse finalmente assorbito gli scossoni accumulati negli anni precedenti.

Il ritorno dei “veri” investimenti

Il segnale più eloquente arriva dai beni strumentali. A settembre crescono dello 0,9%, a novembre accelerano fino al +3,3%. Sono numeri che parlano chiaro: le imprese tornano a investire. Non per inseguire bonus o scorciatoie, ma perché iniziano a intravedere un orizzonte un po’ più leggibile.

Quando ripartono i macchinari, di solito è perché qualcuno ha smesso di pensare solo a breve termine.

Le filiere rimettono insieme i pezzi

Anche i beni intermedi tornano positivi tra settembre e novembre. È un passaggio meno visibile, ma fondamentale. Significa che le filiere ricominciano a funzionare come sistemi, non come isole.

Nel 2024 ogni comparto sembrava muoversi per conto proprio; ora, invece, emerge una maggiore coerenza lungo la catena produttiva. Un segnale di fiducia reciproca tra imprese, prima ancora che di crescita.

Energia meno imprevedibile

Il capitolo energia resta delicato, ma cambia tono. Pur restando volatile, nel 2025 smette di essere il grande fattore di disturbo. Le variazioni positive registrate in diversi mesi riducono l’incertezza sui costi e restituiscono alle aziende un minimo di capacità di pianificazione.
Non è poco, per chi deve fare conti a medio termine.

Il cambio di qualità 

Letti insieme, gli ultimi anni raccontano un percorso coerente. Il 2022 ha tenuto, il 2023 ha salvato gli investimenti, il 2024 ha fatto da anno di “pulizia”. Il 2025, soprattutto nel finale, sembra il punto in cui i pezzi tornano al loro posto.

Come osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, non siamo ancora in piena espansione, ma il cambio di qualità è evidente.

Export agroalimentare, continua a crescere ma sul futuro pesano i dazi USA

Anche nel 2025 l’export agroalimentare italiano continua a correre. Con un +5,7% a settembre a fine anno dovrebbe superare per la prima volta quota 70 miliardi di euro.
Una crescita trainata soprattutto dai mercati della UE (+9%), in particolare, Polonia (+17,3%), Romania (+11,1%), Repubblica Ceca (+9,1%) e Spagna (+14,5%).

Secondo lo studio di Nomisma, presentato in occasione del IX edizione del Forum Agrifood Monitor, oggi l’Italia è il nono esportatore mondiale per valore, con 67,2 miliardi di euro nel 2024, e secondo Paese al mondo per crescita nell’ultimo quinquennio (+55%).
La crescita extra UE (+4%) risulta meno brillante, frenata dai cali registrati negli Stati Uniti (-1,1%), Russia (-8%) e Giappone (-13%). Sullo sviluppo futuro dell’export agroalimentare italiano pesano infatti i dazi USA.

Equilibri commerciali globali sempre più fragili

Nonostante ciò, gli Stati Uniti restano un mercato strategico e difficilmente sostituibile per il food&beverage italiano.
Tra il 2019 -2024 gli acquisti di prodotti italiani negli USA sono aumentati del 66% e oggi l’Italia è il terzo fornitore di prodotti food&agroalimentari dopo Canada e Messico.

Inoltre, i primi cinque mercati di destinazione, Germania, USA, Francia, UK e Spagna, rappresentano ancora il 50% dell’export complessivo. Una dipendenza che rende urgente una maggiore diversificazione, soprattutto in una fase caratterizzata da incertezza e complessità, in cui gli equilibri commerciali globali si stanno rivelando sempre più fragili.

Necessario ampliare la presenza del Made in Italy in altri mercati

Il calo dell’export agroalimentare negli USA è legato principalmente alla svalutazione del dollaro (oltre -10% da inizio anno) e all’incertezza generata dalle politiche daziarie dell’Amministrazione Trump, che hanno provocato un andamento altalenante: una forte crescita nei primi tre mesi dell’anno, dovuta all’effetto scorte, e un crollo fino al -22% in agosto, con l’introduzione del dazio aggiuntivo del 15% su alcuni dei nostri prodotti.

Per ridurre i rischi e rafforzarne la crescita futura, diventa quindi fondamentale ampliare la presenza dell’agroalimentare Made in Italy in altri mercati.
“Per quanto il mercato statunitense sia insostituibile per il nostro export agroalimentare, vi sono Paesi che nell’ultimo decennio hanno incrementato le importazioni di nostri prodotti food&beverage a tassi medi annui superiori al 12%”, dichiara Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare Nomisma.

Nuovi accordi di libero scambio con Mercosur e Indonesia

Si tratta, in particolare, di paesi come Messico, Polonia, Romania, Corea del Sud. Ma anche Australia e Brasile.
In questo contesto, un ruolo decisivo potrà essere svolto dai nuovi accordi di libero scambio. L’intesa UE–Mercosur, che coinvolge 260 milioni di persone e oltre 3.000 miliardi di dollari di Pil, rappresenta un’opportunità per le aziende italiane, considerando che il nostro export agroalimentare verso quest’area già oggi vale 440 milioni di euro (+68% negli ultimi cinque anni).

Ulteriori prospettive arrivano dalla chiusura del negoziato con l’Indonesia, mercato da 287 milioni di abitanti, dove l’export italiano ha già raggiunto 90 milioni di euro, con una crescita del +58% dal 2019.

Bollette: perchè sono le PMI a pagare di più

Energia, quanto mi costi! E’ lo scenario italiano: ad agosto le bollette ‘tricolori’ sono risultate molto più care rispetto a quelle dei nostri principali partner europei: +41% rispetto alla Germania e +26% rispetto alla Francia. Un divario che pesa soprattutto sulle piccole imprese.

Secondo i dati di Unioncamere, con il supporto del Centro studi Tagliacarne, il 26% delle micro e piccole aziende ha visto i prezzi dell’energia crescere tra il 50 e il 100%. Una pressione che si traduce in una riduzione dei margini per il 69% delle realtà fino a 50 dipendenti e per il 75% delle aziende di medie dimensioni.

Meno ridotti e investimenti col freno tirato

Il caro energia non si limita a ridurre i profitti: rallenta anche la capacità di investire e produrre. Tra le piccole imprese il 13% ha già rinviato progetti di sviluppo, mentre la percentuale scende di poco (12%) nelle medie.

La produzione e il fatturato hanno subito una contrazione nel 5% delle piccole e nel 7% delle medio-grandi. Una situazione che diventa ancora più delicata in vista dei nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti, che rischiano di colpire ulteriormente la competitività delle aziende italiane.

Le PMI non hanno una strategia 

Se per tutte le imprese la bolletta rappresenta un problema, a preoccupare è l’incertezza delle piccole realtà: il 42% delle Pmi non ha una strategia per contenere i costi, contro appena il 18% delle imprese medio-grandi.

Un segnale di fragilità che emerge in un momento cruciale, al centro della Conferenza nazionale delle Camere di commercio in corso a Cagliari, promossa da Unioncamere insieme al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Mediterraneo e transizione verde

“La transizione energetica oggi è più che mai fondamentale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Il Mediterraneo è tornato ad avere una centralità globale, per via delle crisi geopolitiche ed energetiche, ma anche per le opportunità legate alle nuove rotte commerciali e alle fonti rinnovabili”.

Le Camere di commercio, in collaborazione con il Ministero, stanno puntando sulla diffusione delle comunità energetiche rinnovabili, promuovendo impianti fotovoltaici di nuova generazione anche per piccole comunità locali.

Il caro energia è oggi la seconda barriera agli investimenti

Secondo Eurobarometro, il costo dell’energia è oggi la seconda barriera agli investimenti per le imprese italiane (24%), subito dopo la burocrazia. Cinque anni fa la stessa voce era indicata solo dal 13% delle aziende.

Anche il Fondo monetario internazionale conferma che nei primi otto mesi del 2025 i prezzi energetici restano circa il 30% più alti rispetto al 2019.

Transizione energetica, è un’opportunità? 

Il nostro Paese dipende ancora per l’80% da fonti fossili estere e, secondo il Piano nazionale energia e clima, serviranno 174 miliardi di euro di investimenti per trasformare il sistema energetico.
Oggi quasi metà delle imprese (47,2%) vede nella transizione un’opportunità, ma per un terzo (31,7%) il rischio è di trovarsi di fronte a nuovi costi e burocrazia aggiuntiva. La sfida, per l’Italia, sarà proprio bilanciare queste due visioni.

Lavoro estivo: previste 335mila assunzioni ad agosto 2025

Secondo i dati emersi dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel mese di agosto sono 335mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese.

Le previsioni evidenziano però una flessione rispetto ad agosto 2024, con 12mila ingressi programmati in meno (-3,6%). Al contempo, permane elevata la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (46,0%), soprattutto a causa della mancanza di candidati per ricoprire le posizioni lavorative aperte. 
Completano le previsioni occupazionali i dati per il trimestre agosto-ottobre: salgono a oltre 1,4 milioni le assunzioni previste, segnalando un andamento pressoché stabile rispetto al trimestre agosto-ottobre 2024.

L’industria ricerca oltre 76mila lavoratori

Il settore primario programma nel mese più di 36mila assunzioni e nel trimestre oltre 126mila. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 17mila nel mese e circa 55mila nel trimestre), seguite da quelle che si dedicano alle coltivazioni di campo (circa 10mila e 38mila).

L’industria nel suo complesso ricerca oltre 76mila lavoratori ad agosto e circa 365mila nel trimestre. Per il manifatturiero (oltre 49mila e circa 228mila) le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 17mila e quasi 52mila), seguite dalle industrie della meccatronica (quasi 10mila contratti e più di 50mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (circa 8mila nel mese, 40mila nel trimestre).

Opportunità da costruzioni, servizi e turismo

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni si attesta su 27mila assunzioni nel mese che nel trimestre salgono a quasi 137mila. Sono invece poco meno di 223mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi ad agosto e quasi 935mila nel trimestre. Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità (oltre 78mila lavoratori nel mese, circa 260mila nel trimestre) seguito dal commercio (circa 45mila nel mese, oltre 190mila nel trimestre) e dal comparto dei servizi alle persone (37mila e 196mila).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta, con circa 225mila unità (67,0% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (42mila, 12,7%) e da quelli di somministrazione (30mila, 9,1%).

Permane il mismatch occupazionale

Ad agosto, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni programmate (46% del totale), confermando come causa prevalente la mancanza di candidati (33%), mentre la preparazione inadeguata si attesta (11,6%). A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (62,5%), le imprese del legno-mobile (55,8%), le imprese del comparto costruzioni (55,7%), le industrie della meccatronica (55,0%) e quelle tessili, abbigliamento e calzature (54,8%). 

Per il settore primario la difficoltà di reperimento supera il 50% delle ricerche di personale negli ambiti di attività miste di coltivazione e allevamento, di quelli delle aziende di allevamento e delle coltivazioni ad albero. 

Noleggio auto a lungo termine conquista il mercato

Cresce l’interesse degli italiani verso soluzioni flessibili e programmabili alternative all’acquisto dell’auto di proprietà.
Gli italiani mostrano una progressiva apertura verso formule in grado di garantire costi certi, aggiornamento tecnologico e minori responsabilità legate alla manutenzione.

Secondo i risultati dell’indagine dell’Osservatorio per la Mobilità di Yoyomove se fino a pochi anni fa l’acquisto dell’auto era considerato imprescindibile oggi molti automobilisti sarebbero disposti a rivedere questa logica.
Circa il 30%, infatti, è orientato a tenere la stessa vettura per più di cinque anni, ma in fase di cambio auto il noleggio a lungo termine emerge come soluzione naturale per chi cerca flessibilità contrattuale, assenza di imprevisti e costi trasparenti.

Efficienza e sicurezza al primo posto

Come priorità, il 57,7% degli intervistati indica i bassi consumi, seguiti da prezzo competitivo (53,7%), sicurezza (37,1%), spazio e comodità (28,3%), manutenzione, estetica, tecnologia utile e sostenibilità ambientale.
L’attenzione alla funzionalità e all’efficienza orienta le scelte verso veicoli ibridi ed elettrici, e rafforza la preferenza per formule che consentano di avere sempre un mezzo aggiornato e in linea con le normative vigenti.

Inoltre, se un tempo la rincorsa all’auto dei sogni era predominante, oggi gli italiani apprezzano sempre più la concretezza della comodità e dell’affidabilità.
Questo cambiamento di prospettiva è evidente anche nelle risposte al sondaggio riguardante l’acquisto dell’auto dei sogni. Tanto che il 26,6% segnala un netto spostamento verso un approccio più pratico nella scelta dell’auto.

L’auto dei sogni ora è in funzione di esigenze più pragmatiche

Inoltre, il 22,9% degli intervistati ha dichiarato di non aver acquistato l’auto dei sogni e di aver “cambiato più sogni che auto”, dimostrando che il desiderio di possedere un veicolo ideale può essere soggetto a evoluzione, in funzione delle esigenze del momento.

Il 12,5%, invece, ha ritenuto che “non fosse il momento giusto” per l’auto dei sogni, indicando come pur mantenendo il sogno nel cuore, la scelta del veicolo si è fatta più ponderata e legata alle circostanze.
Sebbene poi una parte significativa degli automobilisti italiani continui a nutrire il sogno dell’auto di proprietà, è sempre più evidente una forte tendenza al pragmatismo. 

Target trasversale, scelta consapevole

Molti riconoscono che le priorità cambiano con il tempo, e la comodità e l’affidabilità diventano ormai fattori determinanti nella scelta del veicolo, superando l’ideale di possedere il veicolo perfetto.

La fascia d’età più rappresentata nel sondaggio, riporta Askanews, è quella tra 35 e 55 anni, tradizionalmente associata a maggiore stabilità economica. Significativa anche la presenza degli over55, che rappresentano circa il 25% del campione, segno che il noleggio a lungo termine grazie alle sue caratteristiche di flessibilità e trasparenza si sta affermando come scelta trasversale, capace di adattarsi a diverse fasi della vita e a molteplici esigenze.

PMI italiane: il digitale sostenibile conquista le imprese, ma mancano strumenti e competenze

Il tema dell’impatto ambientale del digitale è sempre più centrale nelle strategie aziendali, anche tra le piccole e medie imprese italiane. Secondo una recente ricerca condotta da ASUS in collaborazione con Research Dogma, il 91% delle PMI ha già intrapreso almeno una iniziativa per rendere più sostenibile l’uso delle tecnologie in azienda.

L’indagine, realizzata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, ha coinvolto oltre 400 responsabili IT e decision maker. Ne emerge un quadro positivo in termini di sensibilità ambientale, ma segnato da un evidente bisogno di formazione e orientamento tecnico. Un terzo degli intervistati, infatti, dichiara di non possedere gli strumenti necessari per trasformare l’impegno teorico in prassi quotidiana.

Scelte hardware più consapevoli, ma gestione ancora disomogenea

Le imprese cominciano a valutare con attenzione l’impatto ambientale dei propri strumenti digitali. Il 57% sceglie dispositivi certificati o ricondizionati, contribuendo a rallentare l’obsolescenza e a ridurre i rifiuti elettronici. Inoltre, il 74% ha investito in tecnologie più efficienti sotto il profilo energetico, come sistemi cloud ottimizzati e server meno energivori.

Ma quando si tratta di smaltire i dispositivi a fine vita, le pratiche non sono ancora uniformi. Solo una PMI su tre si affida ai canali ufficiali di riciclo. Altre preferiscono donare i dispositivi ai dipendenti o collaborare con realtà del terzo settore. Queste soluzioni, seppur valide, rivelano una mancanza di linee guida comuni e condivise.

Certificazioni ambientali: ancora poco considerato il loro valore

Strumenti come EPEAT, TCO ed Energy Star sono noti, ma poco compresi. Solo il 30% dei responsabili IT sa applicarli concretamente alle scelte aziendali. La carenza di competenze tecniche penalizza le realtà più piccole, che spesso affidano la gestione informatica a figure generaliste.

Anche le buone pratiche quotidiane, come l’uso della modalità scura o la riduzione delle periferiche attive, faticano a diffondersi per mancanza di consapevolezza.

Fornitori green sempre più richiesti

Oggi le PMI non cercano solo prestazioni, ma anche valore ambientale. Il 90% preferisce partner tecnologici che offrano servizi di riciclo e dispositivi con efficienza certificata. Per molte aziende, sostenibilità fa ormai rima con affidabilità.

Occupazione e disoccupazione: i dati Istat per marzo 2025 

Secondo le previsioni dell’Istat, a marzo 2025 il tasso di occupazione è stabile al 63,0%. Ma rispetto al mese precedente gli occupati diminuiscono del -0,1%, pari a -16mila unità.
Questa diminuzione riguarda le donne, i minori di 35 anni, i dipendenti a termine e gli autonomi. Nelle altre classi d’età, per gli uomini e i dipendenti permanenti, il numero di occupati è in crescita. 

Sempre a marzo, il tasso di disoccupazione sale al 6,0% (+0,1%), quello giovanile al 19,0% (+1,6%). L’aumento del +2,1% di chi è in cerca di lavoro (+32mila) si osserva soltanto per uomini e under50. 
Il tasso di inattività è invariato al 32,9%.
Calano gli inattivi tra 15 e 64 anni (-0,1%, -11mila), gli uomini e i 35-49enni, aumentano tra le donne e nelle altre classi d’età.
Fanno eccezione i 15-24enni, che registrano una stabilità. 

Nel trimestre più occupati e in cerca di lavoro

Confrontando il primo trimestre 2025 con il quarto 2024, si osserva un aumento di 224mila occupati (+0,9%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+0,5%, +7mila) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, -217mila).

A livello tendenziale, a marzo 2025 il numero di occupati supera quello di marzo 2024 dell’1,9% (+450mila).
L’aumento riguarda uomini, donne e under35, mentre per i 15-34enni si osserva una diminuzione. Il tasso di occupazione, in un anno, sale del +0,9%.
Sempre rispetto a marzo 2024, diminuiscono anche il numero di persone in cerca di lavoro (-11,8%, -208mila) e quello degli inattivi (-0,9%, -107mila).

In un anno meno disoccupati e inattivi

Su base annua, sia per gli uomini sia per le donne si osserva la crescita del tasso di occupazione (+0,8, +1,0%) e la diminuzione di quelli di disoccupazione (-0,3% uomini, -1,7% donne) e di inattività (-0,6%, -0,1%).

La diminuzione congiunturale del numero di occupati, registrata a marzo 2025,è il risultato del calo dei dipendenti a termine (-2,4%) e degli autonomi (-0,3%) associato alla crescita dei dipendenti permanenti (+0,4%).
In termini tendenziali, l’occupazione cresce tra i dipendenti permanenti (+4,2%) e gli autonomi (+0,9%), mentre cala tra i dipendenti a termine (-9,4%).

Per i giovani aumenta la difficoltà a trovare lavoro

Tra febbraio e marzo 2025, per gli under35 il calo del tasso di occupazione si associa all’aumento di quello di disoccupazione (particolarmente marcato per i 15-24enni), e l’inattività cresce tra i 25-34enni e diminuisce tra i più giovani.

Tra i 35-49enni aumentano i tassi di occupazione e disoccupazione e cala il tasso di inattività. Inoltre, tra chi ha almeno 50 anni la stabilità dell’occupazione si accompagna alla diminuzione della disoccupazione e alla crescita dell’inattività.
Su base annua, per i 15-34enni cala l’occupazione e cresce l’inattività. Al contrario, per gli under35 anni l’occupazione aumenta e l’inattività diminuisce.
La disoccupazione, invece, si riduce in tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni.

Una casa in Italia: gli acquirenti esteri continuano a crescere

Lo ha scoperto il portale immobiliare italiano per l’estero Gate-away.com: in base ai dati raccolti durante il 2024, gli Stati Uniti si confermano saldamente al primo posto nella classifica delle nazionalità più attive nella ricerca di immobili da acquistare in Italia. Il 29,92% delle richieste totali proviene infatti dagli USA. Al secondo posto, il Regno Unito (9,78%), che nonostante le difficoltà legate alla Brexit mostra come i cittadini britannici superino i tedeschi nella ricerca di abitazioni sul territorio italiano.

La Germania scende in terza posizione (9,58%), registrando una performance annuale negativa del -21%, in un trend al ribasso che prosegue dal 2022.
In ogni caso, anche nel 2024 l’Italia si conferma una delle mete preferite per chi cerca una nuova casa all’estero.

Il 5,6% di richieste proviene da stranieri in vacanza nel Belpaese

Tra le prime dieci nazionalità più attive nella richiesta di case all’estero si trova anche l’Italia, che raggiunge il quarto posto della classifica.
Come è possibile? Il motivo è semplice: il 5,6% di richieste totali sul portale viene effettuato da stranieri nel corso di un soggiorno nel nostro Paese.

Di fatto, l’Italia è seguita da Francia (4,88%), Canada (4,39%), Olanda (4,07%), Belgio (3,07%), Svezia (2,75%) e Svizzera (2,45%).
Particolarmente interessante la crescita su base annua delle richieste provenienti da Slovacchia (+65,69%), Grecia (+47,2%) e Messico (+46,6%).

Toscana, Sicilia, Lombardia le regioni preferite

La Toscana guida la classifica delle richieste regionali, con il 16,89% del totale, seguita da Sicilia (10.16%), Lombardia (8.86%), Liguria (8,16%) e Puglia (8%).
Sul fronte provinciale, Como è al primo posto (4,7%), seguita da Perugia (4,62%), Lucca (4,57%) e Cosenza (4,36%).
Rispetto al 2023, performance significative si registrano a Ragusa (+78,47%), Nuoro (+59,41%) e Biella (+55,95%).
Le abitazioni più ricercate continuano a essere gli appartamenti (19,67%), seguiti da ville (15.71%) e case indipendenti (12.37%).

Non mancano alcune soluzioni tipiche del territorio italiano, come, ad esempio appartamenti (+18.3%) e dimore storiche (+6.56%), segnale dell’interesse per l’unicità e il fascino del patrimonio architettonico italiano. Ma si evidenzia un incremento anche per costruzioni tipiche del Sud Italia, come dammusi e sassi.

Valore medio 423.286 euro, -2,46% rispetto al 2023

Il valore medio degli immobili richiesti nel 2024 si attesta a 423.286 euro (-2,46% rispetto al 2023).
Le richieste di acquisto si concentrano principalmente su immobili fino a 250mila euro (oltre il 60% del mercato). Domina la fascia fino a 100mila euro (41,61%), seguita da quella tra 100 e 250mila (25,06%).
Gli immobili tra 250 e 500mila euro rappresentano il 16,7%, quelli tra 500mila-1 milione sono il 9,66%.

Quanto alla metratura, gli acquirenti stranieri si orientano principalmente verso immobili con superfici superiori a 120mq (53,7%), seguiti da immobili tra 80-100mq (12,23%).
Predominano poi le abitazioni con 2 camere da letto (28,6%) e 3 camere da letto (21,93%), ma crescono le richieste per immobili con 7 camere o più (+9,49%), segno di un rinnovato interesse per le proprietà di grandi dimensioni.

Affitti a breve termine: diventa obbligatorio il Codice Identificativo Nazionale

Dal 1° gennaio 2025, i proprietari di immobili destinati agli affitti a breve termine saranno tenuti a esporre obbligatoriamente il Codice Identificativo Nazionale (CIN). Tuttavia, non tutti sembrano pronti ad adeguarsi alla normativa.

Secondo un’indagine condotta da Facile.it in collaborazione con mUp Research e Norstat, il 33% dei proprietari di case, pari a circa 230.000 persone, dichiara di non essere a conoscenza di questo obbligo.

Chi sono i proprietari degli immobili?
Contrariamente all’idea comune, il 62% di coloro che affittano a breve termine lo fa per integrare il proprio reddito principale, senza considerarlo un’attività professionale. Tuttavia, tra i giovani proprietari di età compresa tra i 25 e i 34 anni, la situazione è diversa: per il 61% degli intervistati, l’affitto a breve termine rappresenta un vero e proprio lavoro.

Le motivazioni che spingono i proprietari verso questa modalità sono diverse. Il 39,8% la sceglie per ottenere maggiori guadagni rispetto agli affitti a lungo termine; il 35,7% la preferisce per evitare i rischi legati agli inquilini morosi; il 28,3% per avere la possibilità di usare l’immobile in caso di necessità. Infine, il 13,7% ha optato per questa soluzione dopo esperienze negative con affitti tradizionali.

Il grado di preparazione e le difficoltà
La normativa, inizialmente prevista per novembre 2024, è stata posticipata al nuovo anno, ma molti proprietari sono ancora impreparati. Secondo l’indagine, il 44% non ha ancora richiesto il CIN e il 33% lo ha fatto ma non lo ha ancora ricevuto. In pratica, solo il 20% dei proprietari è pronto a rispettare le nuove regole.

Tra chi non ha ancora richiesto il codice, il 30% prevede di farlo a breve, mentre il 38% vuole prima informarsi meglio. Un 9,3% di proprietari, invece, ha dichiarato che abbandonerà l’attività, considerandola ormai troppo complessa. La percentuale sale al 14% tra i residenti nel Sud e nelle Isole. Infine, il 6% del campione ha affermato che continuerà ad affittare ignorando l’obbligo.

Novità per la sicurezza degli ospiti
Oltre al CIN, la normativa introduce l’obbligo di installare dispositivi di sicurezza negli immobili, come rilevatori di fumo, estintori e rilevatori di monossido di carbonio. Su questo fronte, i proprietari sembrano più attenti: il 63% ha già installato rilevatori di fumo, e quasi due su tre si sono dotati di estintori. Tuttavia, solo il 49% ha installato i rilevatori di monossido.

Assicurazioni e protezione
Sebbene non obbligatorie in tutte le regioni, molte polizze casa sono state sottoscritte dai proprietari: il 65% ha un’assicurazione per tutelarsi da eventuali danni agli ospiti e il 68% ha polizze che proteggono l’immobile. Questi strumenti, pur facoltativi, offrono un’ulteriore garanzia in un settore sempre più regolamentato.