Italia che invecchia: sfide fiscali, produttività e le politiche per invertire la tendenza

L’invecchiamento demografico rappresenta oggi una delle sfide strutturali più rilevanti per l’economia italiana. Con una popolazione tra le più anziane al mondo e tassi di natalità tra i più bassi in Europa, l’Italia si trova a dover ridefinire scelte fiscali, mercato del lavoro e politiche pubbliche per garantire sostenibilità finanziaria e crescita. Questo articolo analizza dati recenti, mette a confronto esempi concreti e delinea le implicazioni future per imprese, famiglie e decisori politici.

Il contesto è ormai noto: il rapporto tra popolazione in età attiva e quella non più operativa (il cosiddetto rapporto di dipendenza) è peggiorato costantemente negli ultimi decenni. Secondo le stime demografiche, entro il 2050 la quota di over 65 in Italia potrebbe superare il 30% della popolazione totale, con profonde ricadute su spesa pensionistica, sanità pubblica e tenuta del sistema di welfare. Il saldo naturale negativo e il limitato flusso migratorio netto non riescono a compensare questo squilibrio, creando pressioni crescenti sui conti pubblici e una potenziale riduzione del PIL pro capite se non intervenuto con decisione.

Dal punto di vista fiscale, la spesa per pensioni e sanità è già una voce significativa del bilancio pubblico. Nel 2024 la spesa pensionistica continua ad assorbire una quota elevata del bilancio dello Stato, mentre i costi sanitari legati a una popolazione più anziana aumentano non solo in termini di volumi ma anche di intensità di cura. Questo scenario obbliga il legislatore a valutare strumenti di riequilibrio: riforme pensionistiche mirate alla sostenibilità, incentivi per il lavoro delle fasce d’età più elevate e revisione dei meccanismi di finanziamento delle cure a lungo termine. Al tempo stesso, un aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro per finanziare la spesa corrente rischia di deprimere ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro e gli investimenti.

La produttività è il secondo grande fronte. Un tessuto produttivo caratterizzato da piccole imprese e limitata digitalizzazione fatica a compensare la contrazione della forza lavoro. L’automazione, l’introduzione di tecnologie abilitanti e la formazione continua sono leve fondamentali: le imprese che adottano soluzioni di Industry 4.0 e puntano su upskilling e reskilling riescono a mantenere livelli produttivi competitivi nonostante la carenza di personale. Esempi positivi emergono da settori come la meccatronica e l’agroalimentare, dove investimenti in macchinari intelligenti e in logistica hanno permesso di incrementare produttività e di accedere a mercati internazionali con prodotti a maggiore valore aggiunto.

Un altro elemento chiave è l’immigrazione economica: politiche di integrazione efficaci possono mitigare il calo demografico e rafforzare l’offerta di lavoro. Paesi europei con politiche strutturate di accoglienza e inserimento professionale mostrano come l’arrivo di lavoratori stranieri, combinato a percorsi di riconoscimento delle competenze, contribuisca a sostenere settori in sofferenza, come l’assistenza domiciliare e l’agricoltura. Tuttavia, l’integrazione richiede investimenti in formazione linguistica, servizi di accompagnamento e percorsi di certificazione professionale affinché l’impatto sia realmente positivo per l’economia e la coesione sociale.

Il ruolo delle politiche familiari e della conciliazione lavoro-famiglia non va sottovalutato. Incentivi alla natalità, asili nido accessibili e sgravi fiscali per genitori lavoratori possono gradualmente invertire la tendenza al ribasso delle nascite. Alcune Regioni italiane stanno sperimentando modelli di sostegno integrato che combinano servizi territoriali, buoni nido e welfare aziendale per supportare la genitorialità e favorire il rientro nel mercato del lavoro delle madri, riducendo così la perdita di capitale umano prezioso.

Infine, la finanza pubblica deve ripensare strumenti di sostenibilità a lungo termine. Oltre alle riforme strutturali, l’Italia può sfruttare i fondi europei e il PNRR per finanziare investimenti produttivi, digitalizzazione e politiche attive del lavoro. Una strategia efficace combina disciplina di bilancio con investimenti mirati che favoriscano crescita potenziale, contenendo al contempo l’aumento delle passività implicite legate all’invecchiamento.

Implicazioni future: senza interventi strutturali, l’invecchiamento rischia di tradursi in una stagnazione prolungata, con riduzione dei servizi pubblici e aumento della pressione fiscale sulle generazioni attive. Viceversa, strategie integrate — basate su automazione intelligente, politiche migratorie mirate, investimenti in capitale umano e misure di supporto alla famiglia — possono trasformare la sfida demografica in opportunità di rinnovamento produttivo. Per imprese e policymaker il messaggio è chiaro: non si tratta solo di gestire una questione sociale, ma di riprogettare il modello economico per garantire prosperità sostenibile alle prossime generazioni.

Carenza di manodopera in Italia: tra automazione, formazione e rilancio produttivo

L’Italia si trova davanti a una sfida strutturale: la combinazione di un invecchiamento demografico, tassi di natalità tra i più bassi d’Europa e il progressivo abbandono del mercato del lavoro da parte dei giovani sta creando una marcata carenza di manodopera in settori chiave. Il fenomeno non riguarda solo le attività manuali a bassa qualifica, ma si estende anche a competenze tecniche e digitali di cui le imprese, in particolare le PMI e i distretti industriali, hanno urgente bisogno. Questo articolo analizza le radici della carenza, fornisce dati e casi concreti e valuta le leve — dall’automazione alla formazione — che possono trasformare il problema in opportunità per rilanciare la produttività italiana.

Contesto: numeri e tendenze. Negli ultimi anni l’Italia ha registrato un declino demografico costante e un tasso di fertilità che resta tra i più bassi in Europa. Parallelamente, rilevamenti statistici indicano un aumento dell’età media della forza lavoro e una perdita netta di giovani qualificati verso l’estero. Settori come manifattura, edilizia, agroalimentare e turismo segnalano difficoltà di reclutamento: alcune imprese dichiarano posizioni vacanti per mesi, con ripercussioni sulla capacità produttiva e sui tempi di consegna. Il problema si somma a una produttività stagnante rispetto ai grandi competitor europei e a un debito pubblico elevato che limita il margine fiscale per interventi immediati.

Analisi: dove si concentra la carenza e perché. La disallineamento tra domanda e offerta di lavoro ha tre radici principali. Prima, la discontinuità tra i percorsi formativi e le competenze richieste dal mercato: i curricula scolastici e professionali non sempre forniscono competenze digitali, tecniche e trasversali adeguate. Seconda, la segmentazione territoriale del mercato del lavoro: le regioni del Nord, pur essendo più produttive, faticano a reperire operai specializzati e tecnico-professionisti; il Sud soffre di fuga di cervelli e scarsa offerta formativa professionalizzante. Terza, la trasformazione tecnologica: le imprese richiedono figure in grado di lavorare con macchine automatizzate, sensorizzazione e analisi dati, ma il ricambio generazionale non sempre garantisce tali skill.

Esempi concreti. Nei distretti meccanici della Lombardia e dell’Emilia, diverse PMI si affidano a contratti a termine e lavoro interinale per coprire picchi produttivi; questo rende difficile costruire capitale umano interno. Alcuni distretti tessili come Prato hanno iniziato a investire in macchine a controllo numerico e formazione interna, combinando automazione e riqualificazione del personale. Nel settore agroalimentare dell’Emilia-Romagna, cooperative e consorzi hanno attivato percorsi di apprendistato e stage che riducono l’asimmetria tra scuola e impresa. Sul fronte dell’innovazione, startup e centri di ricerca collaborano con aziende per creare micro-corsi mirati in ambito Industria 4.0, ma la scala rimane limitata rispetto al fabbisogno nazionale.

Le leve di azione: automazione smart e investimento in capitale umano. L’automazione non è la nemica della occupazione: ben implementata, può aumentare la produttività e liberare risorse umane per attività a valore aggiunto. La chiave è un approccio di “automazione complementare”, che combina robotica collaborativa con formazione continua per i lavoratori. Allo stesso tempo è necessario potenziare l’istruzione tecnica e professionale, estendere l’apprendistato duale e incentivare la formazione aziendale tramite crediti d’imposta e programmi co-finanziati (misure già presenti ma da ampliare nei contenuti e nella diffusione). Politiche migratorie mirate per attrarre competenze e piani di rientro per i cervelli all’estero possono attenuare il problema demografico nel medio periodo.

Implicazioni future: produttività, competitività e disuguaglianze. Se non affrontata, la carenza di manodopera rischia di rallentare la crescita e accentuare le disuguaglianze territoriali: regioni con ecosistemi formativi e imprese capaci di investire in capitale umano e tecnologia si rafforzeranno, lasciando indietro aree già fragili. Al contrario, una strategia coordinata — che integri incentivi per l’adozione di tecnologie, riforme della formazione e politiche per il lavoro inclusivo — può tradursi in un aumento di produttività e in nuovi posti di lavoro qualificati. Per le imprese significa ripensare i modelli organizzativi: dalla gestione delle risorse umane all’adozione di processi digitali, passando per partnership pubblico‑private per la formazione.

Conclusione: trasformare la sfida in opportunità. L’Italia ha gli strumenti per affrontare la carenza di manodopera: una rete di PMI dinamiche, distretti industriali riconosciuti a livello globale e risorse di capitale umano potenzialmente disponibili, se adeguatamente formate. Occorre combinare investimenti mirati in automazione intelligente con politiche di formazione e inclusione sul territorio. Solo così la penisola potrà aumentare la produttività, attrarre investimenti e garantire crescita sostenibile, trasformando la pressione demografica e la digitalizzazione in leva per un rilancio industriale competitivo e resiliente.

Transizione verde e PMI italiane: opportunità e ostacoli nell’era post‑PNRR

L’Italia si trova a un punto di svolta nella riconversione industriale: la transizione verde sta diventando non solo una priorità ambientale, ma un fattore competitivo per le piccole e medie imprese (PMI) che costituiscono il tessuto produttivo del Paese. Dopo l’importante afflusso di risorse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), molte aziende affrontano la sfida di trasformare processi, prodotti e competenze per ridurre le emissioni, aumentare l’efficienza energetica e accedere a nuovi mercati.

Contestualizzare significa riconoscere due driver chiave: da una parte il massiccio sostegno pubblico ed europeo — l’Italia ha a disposizione su base nazionale decine di miliardi dedicati a digitalizzazione e verde — dall’altra la struttura delle imprese italiane, dominata da PMI spesso familiari e radicate in distretti. La combinazione di finanziamenti, obblighi normativi più stringenti e pressioni della domanda sta creando pressione per l’adozione di tecnologie pulite, ma anche opportunità diffuse.

Analisi con dati ed esempi

Le PMI italiane rappresentano la maggioranza del tessuto produttivo e dell’occupazione: sono numerose e concentrate in settori come manifattura, moda, agroalimentare e ceramica. Questo porta due conseguenze pratiche. Primo, la decarbonizzazione su scala nazionale passa necessariamente attraverso l’adeguamento delle piccole imprese. Secondo, la dispersione geografica e dimensionale rende più complicata la diffusione delle innovazioni rispetto a grandi gruppi centralizzati.

Dal punto di vista finanziario, il PNRR e le linee di finanziamento europee hanno reso disponibili risorse che mirano a stimolare la riqualificazione energetica degli edifici produttivi, l’efficienza degli impianti, l’adozione di fonti rinnovabili e la mobilità sostenibile. Le misure più utilizzabili dalle PMI includono contributi a fondo perduto per interventi di efficientamento, crediti d’imposta per investimenti green e bandi regionali per progetti aggregati. Tuttavia, l’accesso a queste risorse resta diseguale: molte imprese lamentano complessità burocratiche, requisiti di cofinanziamento e capacità amministrative insufficienti.

A livello operativo, emergono esempi virtuosi. In distretti come quello della ceramica in Emilia‑Romagna o della meccanica in Lombardia, gruppi di aziende hanno avviato progetti comuni di cogenerazione o impianti fotovoltaici condivisi, riducendo costi energetici e impronta carbonica. Nel settore agroalimentare, alcune cooperative hanno investito in impianti di biogas per valorizzare gli scarti. Le start‑up cleantech italiane forniscono soluzioni di monitoraggio energetico e ottimizzazione dei processi, permettendo anche alle PMI di misurare e gestire consumi senza grandi investimenti iniziali.

Tuttavia le criticità rimangono: costi iniziali elevati, competenze specialistiche scarse, difficoltà nell’accesso al credito per investimenti non tradizionali e tempi di ritorno dell’investimento che possono superare gli orizzonti imprenditoriali di breve periodo. Anche la frammentazione normativa tra livelli nazionale e regionale crea incertezza per gli investimenti a medio termine.

Implicazioni future

Per trasformare le opportunità in crescita concreta servono azioni coordinate su più fronti. Sul piano pubblico è essenziale semplificare le procedure di accesso ai fondi e finanziare sportelli territoriali che affianchino le PMI nella progettazione e nella rendicontazione. Strumenti di finanziamento innovativi — green loan, garanzie pubbliche su progetti aggregati, leasing energetico — possono ridurre la barriera economica iniziale.

Le imprese devono investire in competenze: tecnici per la manutenzione di impianti rinnovabili, data analyst per il monitoraggio dei consumi, e figure per la certificazione ambientale. Le camere di commercio, gli enti di formazione e i grandi player industriali possono svolgere un ruolo di accelerazione attraverso programmi di formazione congiunta e progetti pilota nei distretti.

Infine, la digitalizzazione è un abilitatore cruciale: sensori IoT, piattaforme di energy management e soluzioni cloud rendono possibile l’ottimizzazione continua e l’accesso a mercati che premiano la trasparenza ambientale lungo la filiera. Le PMI che sapranno integrare green e digital non solo ridurranno costi ed emissioni, ma accederanno a nuove opportunità commerciali, dai bandi pubblici alle filiere internazionali attente alla sostenibilità.

Conclusione

La transizione verde per le PMI italiane è una sfida sistemica che combina finanziamenti, competenze e innovazione tecnologica. Il PNRR ha aperto una finestra di opportunità che, se accompagnata da semplificazioni, strumenti finanziari adeguati e formazione mirata, può trasformare i distretti produttivi italiani in laboratori di sostenibilità competitiva. Per imprenditori e policy maker la priorità è ora tradurre risorse e intenti in progetti reali, replicabili e scalabili, perché la decarbonizzazione diventi driver di resilienza e crescita per l’economia italiana.

Industria, la ripresa c’è (ma non si vede ancora)


I primi segnali economici positivi spesso non fanno tanto rumore. Eppure, valgono più dei titoloni. È il caso di quanto sta accadendo all’industria italiana tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

I numeri, riletti con attenzione dal Centro studi di Unimpresa su dati Istat, raccontano una storia meno spettacolare di un rimbalzo, ma forse più interessante: quella di un sistema che smette di giocare in difesa e prova a rimettersi in campo.

Un assestamento profondo

Tra settembre e novembre il totale della produzione industriale torna a crescere, con un +1,4% che si ripete nei mesi chiave. Non è tanto il dato in sé a colpire, quanto la sua continuità. Dopo un 2024 complicato, fatto di correzioni e frenate, il finale del 2025 mostra un miglioramento più deciso. Come se l’industria avesse finalmente assorbito gli scossoni accumulati negli anni precedenti.

Il ritorno dei “veri” investimenti

Il segnale più eloquente arriva dai beni strumentali. A settembre crescono dello 0,9%, a novembre accelerano fino al +3,3%. Sono numeri che parlano chiaro: le imprese tornano a investire. Non per inseguire bonus o scorciatoie, ma perché iniziano a intravedere un orizzonte un po’ più leggibile.

Quando ripartono i macchinari, di solito è perché qualcuno ha smesso di pensare solo a breve termine.

Le filiere rimettono insieme i pezzi

Anche i beni intermedi tornano positivi tra settembre e novembre. È un passaggio meno visibile, ma fondamentale. Significa che le filiere ricominciano a funzionare come sistemi, non come isole.

Nel 2024 ogni comparto sembrava muoversi per conto proprio; ora, invece, emerge una maggiore coerenza lungo la catena produttiva. Un segnale di fiducia reciproca tra imprese, prima ancora che di crescita.

Energia meno imprevedibile

Il capitolo energia resta delicato, ma cambia tono. Pur restando volatile, nel 2025 smette di essere il grande fattore di disturbo. Le variazioni positive registrate in diversi mesi riducono l’incertezza sui costi e restituiscono alle aziende un minimo di capacità di pianificazione.
Non è poco, per chi deve fare conti a medio termine.

Il cambio di qualità 

Letti insieme, gli ultimi anni raccontano un percorso coerente. Il 2022 ha tenuto, il 2023 ha salvato gli investimenti, il 2024 ha fatto da anno di “pulizia”. Il 2025, soprattutto nel finale, sembra il punto in cui i pezzi tornano al loro posto.

Come osserva il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, non siamo ancora in piena espansione, ma il cambio di qualità è evidente.

Export agroalimentare, continua a crescere ma sul futuro pesano i dazi USA

Anche nel 2025 l’export agroalimentare italiano continua a correre. Con un +5,7% a settembre a fine anno dovrebbe superare per la prima volta quota 70 miliardi di euro.
Una crescita trainata soprattutto dai mercati della UE (+9%), in particolare, Polonia (+17,3%), Romania (+11,1%), Repubblica Ceca (+9,1%) e Spagna (+14,5%).

Secondo lo studio di Nomisma, presentato in occasione del IX edizione del Forum Agrifood Monitor, oggi l’Italia è il nono esportatore mondiale per valore, con 67,2 miliardi di euro nel 2024, e secondo Paese al mondo per crescita nell’ultimo quinquennio (+55%).
La crescita extra UE (+4%) risulta meno brillante, frenata dai cali registrati negli Stati Uniti (-1,1%), Russia (-8%) e Giappone (-13%). Sullo sviluppo futuro dell’export agroalimentare italiano pesano infatti i dazi USA.

Equilibri commerciali globali sempre più fragili

Nonostante ciò, gli Stati Uniti restano un mercato strategico e difficilmente sostituibile per il food&beverage italiano.
Tra il 2019 -2024 gli acquisti di prodotti italiani negli USA sono aumentati del 66% e oggi l’Italia è il terzo fornitore di prodotti food&agroalimentari dopo Canada e Messico.

Inoltre, i primi cinque mercati di destinazione, Germania, USA, Francia, UK e Spagna, rappresentano ancora il 50% dell’export complessivo. Una dipendenza che rende urgente una maggiore diversificazione, soprattutto in una fase caratterizzata da incertezza e complessità, in cui gli equilibri commerciali globali si stanno rivelando sempre più fragili.

Necessario ampliare la presenza del Made in Italy in altri mercati

Il calo dell’export agroalimentare negli USA è legato principalmente alla svalutazione del dollaro (oltre -10% da inizio anno) e all’incertezza generata dalle politiche daziarie dell’Amministrazione Trump, che hanno provocato un andamento altalenante: una forte crescita nei primi tre mesi dell’anno, dovuta all’effetto scorte, e un crollo fino al -22% in agosto, con l’introduzione del dazio aggiuntivo del 15% su alcuni dei nostri prodotti.

Per ridurre i rischi e rafforzarne la crescita futura, diventa quindi fondamentale ampliare la presenza dell’agroalimentare Made in Italy in altri mercati.
“Per quanto il mercato statunitense sia insostituibile per il nostro export agroalimentare, vi sono Paesi che nell’ultimo decennio hanno incrementato le importazioni di nostri prodotti food&beverage a tassi medi annui superiori al 12%”, dichiara Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare Nomisma.

Nuovi accordi di libero scambio con Mercosur e Indonesia

Si tratta, in particolare, di paesi come Messico, Polonia, Romania, Corea del Sud. Ma anche Australia e Brasile.
In questo contesto, un ruolo decisivo potrà essere svolto dai nuovi accordi di libero scambio. L’intesa UE–Mercosur, che coinvolge 260 milioni di persone e oltre 3.000 miliardi di dollari di Pil, rappresenta un’opportunità per le aziende italiane, considerando che il nostro export agroalimentare verso quest’area già oggi vale 440 milioni di euro (+68% negli ultimi cinque anni).

Ulteriori prospettive arrivano dalla chiusura del negoziato con l’Indonesia, mercato da 287 milioni di abitanti, dove l’export italiano ha già raggiunto 90 milioni di euro, con una crescita del +58% dal 2019.

Bollette: perchè sono le PMI a pagare di più

Energia, quanto mi costi! E’ lo scenario italiano: ad agosto le bollette ‘tricolori’ sono risultate molto più care rispetto a quelle dei nostri principali partner europei: +41% rispetto alla Germania e +26% rispetto alla Francia. Un divario che pesa soprattutto sulle piccole imprese.

Secondo i dati di Unioncamere, con il supporto del Centro studi Tagliacarne, il 26% delle micro e piccole aziende ha visto i prezzi dell’energia crescere tra il 50 e il 100%. Una pressione che si traduce in una riduzione dei margini per il 69% delle realtà fino a 50 dipendenti e per il 75% delle aziende di medie dimensioni.

Meno ridotti e investimenti col freno tirato

Il caro energia non si limita a ridurre i profitti: rallenta anche la capacità di investire e produrre. Tra le piccole imprese il 13% ha già rinviato progetti di sviluppo, mentre la percentuale scende di poco (12%) nelle medie.

La produzione e il fatturato hanno subito una contrazione nel 5% delle piccole e nel 7% delle medio-grandi. Una situazione che diventa ancora più delicata in vista dei nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti, che rischiano di colpire ulteriormente la competitività delle aziende italiane.

Le PMI non hanno una strategia 

Se per tutte le imprese la bolletta rappresenta un problema, a preoccupare è l’incertezza delle piccole realtà: il 42% delle Pmi non ha una strategia per contenere i costi, contro appena il 18% delle imprese medio-grandi.

Un segnale di fragilità che emerge in un momento cruciale, al centro della Conferenza nazionale delle Camere di commercio in corso a Cagliari, promossa da Unioncamere insieme al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Mediterraneo e transizione verde

“La transizione energetica oggi è più che mai fondamentale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Il Mediterraneo è tornato ad avere una centralità globale, per via delle crisi geopolitiche ed energetiche, ma anche per le opportunità legate alle nuove rotte commerciali e alle fonti rinnovabili”.

Le Camere di commercio, in collaborazione con il Ministero, stanno puntando sulla diffusione delle comunità energetiche rinnovabili, promuovendo impianti fotovoltaici di nuova generazione anche per piccole comunità locali.

Il caro energia è oggi la seconda barriera agli investimenti

Secondo Eurobarometro, il costo dell’energia è oggi la seconda barriera agli investimenti per le imprese italiane (24%), subito dopo la burocrazia. Cinque anni fa la stessa voce era indicata solo dal 13% delle aziende.

Anche il Fondo monetario internazionale conferma che nei primi otto mesi del 2025 i prezzi energetici restano circa il 30% più alti rispetto al 2019.

Transizione energetica, è un’opportunità? 

Il nostro Paese dipende ancora per l’80% da fonti fossili estere e, secondo il Piano nazionale energia e clima, serviranno 174 miliardi di euro di investimenti per trasformare il sistema energetico.
Oggi quasi metà delle imprese (47,2%) vede nella transizione un’opportunità, ma per un terzo (31,7%) il rischio è di trovarsi di fronte a nuovi costi e burocrazia aggiuntiva. La sfida, per l’Italia, sarà proprio bilanciare queste due visioni.

Lavoro estivo: previste 335mila assunzioni ad agosto 2025

Secondo i dati emersi dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel mese di agosto sono 335mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese.

Le previsioni evidenziano però una flessione rispetto ad agosto 2024, con 12mila ingressi programmati in meno (-3,6%). Al contempo, permane elevata la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (46,0%), soprattutto a causa della mancanza di candidati per ricoprire le posizioni lavorative aperte. 
Completano le previsioni occupazionali i dati per il trimestre agosto-ottobre: salgono a oltre 1,4 milioni le assunzioni previste, segnalando un andamento pressoché stabile rispetto al trimestre agosto-ottobre 2024.

L’industria ricerca oltre 76mila lavoratori

Il settore primario programma nel mese più di 36mila assunzioni e nel trimestre oltre 126mila. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 17mila nel mese e circa 55mila nel trimestre), seguite da quelle che si dedicano alle coltivazioni di campo (circa 10mila e 38mila).

L’industria nel suo complesso ricerca oltre 76mila lavoratori ad agosto e circa 365mila nel trimestre. Per il manifatturiero (oltre 49mila e circa 228mila) le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 17mila e quasi 52mila), seguite dalle industrie della meccatronica (quasi 10mila contratti e più di 50mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (circa 8mila nel mese, 40mila nel trimestre).

Opportunità da costruzioni, servizi e turismo

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni si attesta su 27mila assunzioni nel mese che nel trimestre salgono a quasi 137mila. Sono invece poco meno di 223mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi ad agosto e quasi 935mila nel trimestre. Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità (oltre 78mila lavoratori nel mese, circa 260mila nel trimestre) seguito dal commercio (circa 45mila nel mese, oltre 190mila nel trimestre) e dal comparto dei servizi alle persone (37mila e 196mila).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta, con circa 225mila unità (67,0% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (42mila, 12,7%) e da quelli di somministrazione (30mila, 9,1%).

Permane il mismatch occupazionale

Ad agosto, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni programmate (46% del totale), confermando come causa prevalente la mancanza di candidati (33%), mentre la preparazione inadeguata si attesta (11,6%). A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (62,5%), le imprese del legno-mobile (55,8%), le imprese del comparto costruzioni (55,7%), le industrie della meccatronica (55,0%) e quelle tessili, abbigliamento e calzature (54,8%). 

Per il settore primario la difficoltà di reperimento supera il 50% delle ricerche di personale negli ambiti di attività miste di coltivazione e allevamento, di quelli delle aziende di allevamento e delle coltivazioni ad albero. 

Noleggio auto a lungo termine conquista il mercato

Cresce l’interesse degli italiani verso soluzioni flessibili e programmabili alternative all’acquisto dell’auto di proprietà.
Gli italiani mostrano una progressiva apertura verso formule in grado di garantire costi certi, aggiornamento tecnologico e minori responsabilità legate alla manutenzione.

Secondo i risultati dell’indagine dell’Osservatorio per la Mobilità di Yoyomove se fino a pochi anni fa l’acquisto dell’auto era considerato imprescindibile oggi molti automobilisti sarebbero disposti a rivedere questa logica.
Circa il 30%, infatti, è orientato a tenere la stessa vettura per più di cinque anni, ma in fase di cambio auto il noleggio a lungo termine emerge come soluzione naturale per chi cerca flessibilità contrattuale, assenza di imprevisti e costi trasparenti.

Efficienza e sicurezza al primo posto

Come priorità, il 57,7% degli intervistati indica i bassi consumi, seguiti da prezzo competitivo (53,7%), sicurezza (37,1%), spazio e comodità (28,3%), manutenzione, estetica, tecnologia utile e sostenibilità ambientale.
L’attenzione alla funzionalità e all’efficienza orienta le scelte verso veicoli ibridi ed elettrici, e rafforza la preferenza per formule che consentano di avere sempre un mezzo aggiornato e in linea con le normative vigenti.

Inoltre, se un tempo la rincorsa all’auto dei sogni era predominante, oggi gli italiani apprezzano sempre più la concretezza della comodità e dell’affidabilità.
Questo cambiamento di prospettiva è evidente anche nelle risposte al sondaggio riguardante l’acquisto dell’auto dei sogni. Tanto che il 26,6% segnala un netto spostamento verso un approccio più pratico nella scelta dell’auto.

L’auto dei sogni ora è in funzione di esigenze più pragmatiche

Inoltre, il 22,9% degli intervistati ha dichiarato di non aver acquistato l’auto dei sogni e di aver “cambiato più sogni che auto”, dimostrando che il desiderio di possedere un veicolo ideale può essere soggetto a evoluzione, in funzione delle esigenze del momento.

Il 12,5%, invece, ha ritenuto che “non fosse il momento giusto” per l’auto dei sogni, indicando come pur mantenendo il sogno nel cuore, la scelta del veicolo si è fatta più ponderata e legata alle circostanze.
Sebbene poi una parte significativa degli automobilisti italiani continui a nutrire il sogno dell’auto di proprietà, è sempre più evidente una forte tendenza al pragmatismo. 

Target trasversale, scelta consapevole

Molti riconoscono che le priorità cambiano con il tempo, e la comodità e l’affidabilità diventano ormai fattori determinanti nella scelta del veicolo, superando l’ideale di possedere il veicolo perfetto.

La fascia d’età più rappresentata nel sondaggio, riporta Askanews, è quella tra 35 e 55 anni, tradizionalmente associata a maggiore stabilità economica. Significativa anche la presenza degli over55, che rappresentano circa il 25% del campione, segno che il noleggio a lungo termine grazie alle sue caratteristiche di flessibilità e trasparenza si sta affermando come scelta trasversale, capace di adattarsi a diverse fasi della vita e a molteplici esigenze.

PMI italiane: il digitale sostenibile conquista le imprese, ma mancano strumenti e competenze

Il tema dell’impatto ambientale del digitale è sempre più centrale nelle strategie aziendali, anche tra le piccole e medie imprese italiane. Secondo una recente ricerca condotta da ASUS in collaborazione con Research Dogma, il 91% delle PMI ha già intrapreso almeno una iniziativa per rendere più sostenibile l’uso delle tecnologie in azienda.

L’indagine, realizzata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, ha coinvolto oltre 400 responsabili IT e decision maker. Ne emerge un quadro positivo in termini di sensibilità ambientale, ma segnato da un evidente bisogno di formazione e orientamento tecnico. Un terzo degli intervistati, infatti, dichiara di non possedere gli strumenti necessari per trasformare l’impegno teorico in prassi quotidiana.

Scelte hardware più consapevoli, ma gestione ancora disomogenea

Le imprese cominciano a valutare con attenzione l’impatto ambientale dei propri strumenti digitali. Il 57% sceglie dispositivi certificati o ricondizionati, contribuendo a rallentare l’obsolescenza e a ridurre i rifiuti elettronici. Inoltre, il 74% ha investito in tecnologie più efficienti sotto il profilo energetico, come sistemi cloud ottimizzati e server meno energivori.

Ma quando si tratta di smaltire i dispositivi a fine vita, le pratiche non sono ancora uniformi. Solo una PMI su tre si affida ai canali ufficiali di riciclo. Altre preferiscono donare i dispositivi ai dipendenti o collaborare con realtà del terzo settore. Queste soluzioni, seppur valide, rivelano una mancanza di linee guida comuni e condivise.

Certificazioni ambientali: ancora poco considerato il loro valore

Strumenti come EPEAT, TCO ed Energy Star sono noti, ma poco compresi. Solo il 30% dei responsabili IT sa applicarli concretamente alle scelte aziendali. La carenza di competenze tecniche penalizza le realtà più piccole, che spesso affidano la gestione informatica a figure generaliste.

Anche le buone pratiche quotidiane, come l’uso della modalità scura o la riduzione delle periferiche attive, faticano a diffondersi per mancanza di consapevolezza.

Fornitori green sempre più richiesti

Oggi le PMI non cercano solo prestazioni, ma anche valore ambientale. Il 90% preferisce partner tecnologici che offrano servizi di riciclo e dispositivi con efficienza certificata. Per molte aziende, sostenibilità fa ormai rima con affidabilità.

Occupazione e disoccupazione: i dati Istat per marzo 2025 

Secondo le previsioni dell’Istat, a marzo 2025 il tasso di occupazione è stabile al 63,0%. Ma rispetto al mese precedente gli occupati diminuiscono del -0,1%, pari a -16mila unità.
Questa diminuzione riguarda le donne, i minori di 35 anni, i dipendenti a termine e gli autonomi. Nelle altre classi d’età, per gli uomini e i dipendenti permanenti, il numero di occupati è in crescita. 

Sempre a marzo, il tasso di disoccupazione sale al 6,0% (+0,1%), quello giovanile al 19,0% (+1,6%). L’aumento del +2,1% di chi è in cerca di lavoro (+32mila) si osserva soltanto per uomini e under50. 
Il tasso di inattività è invariato al 32,9%.
Calano gli inattivi tra 15 e 64 anni (-0,1%, -11mila), gli uomini e i 35-49enni, aumentano tra le donne e nelle altre classi d’età.
Fanno eccezione i 15-24enni, che registrano una stabilità. 

Nel trimestre più occupati e in cerca di lavoro

Confrontando il primo trimestre 2025 con il quarto 2024, si osserva un aumento di 224mila occupati (+0,9%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+0,5%, +7mila) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, -217mila).

A livello tendenziale, a marzo 2025 il numero di occupati supera quello di marzo 2024 dell’1,9% (+450mila).
L’aumento riguarda uomini, donne e under35, mentre per i 15-34enni si osserva una diminuzione. Il tasso di occupazione, in un anno, sale del +0,9%.
Sempre rispetto a marzo 2024, diminuiscono anche il numero di persone in cerca di lavoro (-11,8%, -208mila) e quello degli inattivi (-0,9%, -107mila).

In un anno meno disoccupati e inattivi

Su base annua, sia per gli uomini sia per le donne si osserva la crescita del tasso di occupazione (+0,8, +1,0%) e la diminuzione di quelli di disoccupazione (-0,3% uomini, -1,7% donne) e di inattività (-0,6%, -0,1%).

La diminuzione congiunturale del numero di occupati, registrata a marzo 2025,è il risultato del calo dei dipendenti a termine (-2,4%) e degli autonomi (-0,3%) associato alla crescita dei dipendenti permanenti (+0,4%).
In termini tendenziali, l’occupazione cresce tra i dipendenti permanenti (+4,2%) e gli autonomi (+0,9%), mentre cala tra i dipendenti a termine (-9,4%).

Per i giovani aumenta la difficoltà a trovare lavoro

Tra febbraio e marzo 2025, per gli under35 il calo del tasso di occupazione si associa all’aumento di quello di disoccupazione (particolarmente marcato per i 15-24enni), e l’inattività cresce tra i 25-34enni e diminuisce tra i più giovani.

Tra i 35-49enni aumentano i tassi di occupazione e disoccupazione e cala il tasso di inattività. Inoltre, tra chi ha almeno 50 anni la stabilità dell’occupazione si accompagna alla diminuzione della disoccupazione e alla crescita dell’inattività.
Su base annua, per i 15-34enni cala l’occupazione e cresce l’inattività. Al contrario, per gli under35 anni l’occupazione aumenta e l’inattività diminuisce.
La disoccupazione, invece, si riduce in tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni.