No Food: 10 tendenze e nuovi fenomeni di consumo

La pandemia sta cambiando anche il No Food. A cominciare dal carrello della spesa: la minor vita sociale ha tagliato infatti molte esigenze degli italiani, facendo diminuire la spesa per prodotti come rossetti, sneaker e ferri da stiro. Di contro, la maggior vita domestica ha spronato l’acquisto di altri prodotti, come tagliacapelli, macchine per il caffè e barbecue. L’home working, inoltre, ha imposto nuove esigenze, che hanno attutito il calo storico di comparti come cancelleria e tessile casa. L’Osservatorio Non Food 2021 di GS1 Italy ha stilato il decalogo delle tendenze e dei fenomeni di consumo per il settore No Food. Si tratta di trend che a volte non rimangono confinati all’interno di un singolo comparto, rappresentando tendenze di fondo comuni. Che impattano, in modalità diverse, tutto il mondo del largo consumo non alimentare.

Edutainment, commercio urbano centrale, luxury shopping

In cinque anni l’edutainment è passato dal 3,2% al 4,9% di incidenza sul totale dei consumi Non Food in Italia, e oltre la metà delle vendite è realizzata online. Ma il commercio urbano centrale resta ancora il più rilevante tra le sei tipologie di agglomerazioni commerciali classificate dall’Osservatorio. Con la pandemia ha visto infatti la riscoperta da parte degli italiani, e non solo per ragioni di comodità, ma anche perché ha saputo rispondere in modo più efficace alle nuove esigenze. Il ritorno all’essenzialità e la riduzione degli acquisti voluttuari hanno poi penalizzato i beni di lusso. Ma sul luxury shopping ha avuto un impatto negativo anche il crollo del turismo straniero.

Centri commerciali, e-commerce, distribuzione alternativa

D’altronde, le misure sanitarie hanno penalizzato anche i centri commerciali e accelerato il loro processo di cambiamento. Nel post Covid-19 sarà quindi ancora più importante riposizionarsi come luoghi di ristoro ed entertainment, e non solo di shopping. Le limitazioni agli spostamenti e i timori sanitari hanno poi spinto l’e-commerce: le vendite online hanno guadagnato quota e valore in tutti i comparti del Non Food, con performance di spicco nell’elettronica di consumo e nei piccoli elettrodomestici, dove il web è diventato il primo canale di vendita. Accelera poi la crescita delle forme di distribuzione alternativa, come le vendite a domicilio o per corrispondenza, e quelle realizzate nei distributori automatici e nelle cosiddette ‘tabelle speciali’ (tabaccherie, stazioni di carburanti e farmacie).

Negozi specializzati, piccoli centri urbani, e blogger

Negozi di ottica e computer shop, mobilifici e ferramenta, garden center e autofficine sono invece alcuni negozi specializzati che stanno dimostrando di saper resistere all’evoluzione dei consumi non alimentari. E se uffici chiusi e lavoro da casa hanno penalizzato le attività commerciali nei business district, il permanere dello smart working potrebbe portare alla rivitalizzazione stabile dei centri di minori dimensioni. Ma se 88 italiani over 14 su 100 sono internauti, e amano soprattutto i social, si tratta di un trend che i retailer del Non Food hanno ben intercettato.  Emblematici sono i casi dell’ottica e dei libri non scolastici, dove l’aumento delle vendite online è stato sostenuto da influencer e blogger.

Welfare aziendale, il 92% degli HR punta su sport e benessere psicofisico

Tra gli HR italiani cresce l’interesse per iniziative di welfare aziendale che promuovano lo sport e il benessere psicofisico. Il 92% dei responsabili risorse umane sono infatti convinti che sia utile alle aziende l’adozione di iniziative di questo tipo. Lo conferma un sondaggio di Urban Sports Club, realizzato nel mese di agosto 2021 su 262 tra HR manager, ceo e responsabili welfare di aziende italiane.
“Emerge un interesse crescente a inserire lo sport tra i benefit che le aziende offrono ai propri dipendenti – spiega Filippo Santoro, Managing Director di Urban Sports Club Italia -. Un benefit che si posiziona sempre di più come un must have piuttosto che un nice to have. In questo scenario la flessibilità e la possibilità di scegliere fra più strutture in base ai propri impegni e al luogo dove si lavora – aggiunge Santoro – è un elemento imprescindibile”.

Combattere lo stress e rafforzare lo spirito di squadra

Quali sono i principali benefici dell’attività sportiva in relazione al lavoro? Secondo gli intervistati, i benefici apportati dallo sport sono combattere lo stress (43%), migliorare le relazioni tra colleghi (20%), rafforzare lo spirito di squadra (20%), ma anche sviluppare l’engagement e tutto ciò che concerne il cosiddetto employer branding (15%). Per i manager, l’offerta di sport in ambito welfare deve però avere alcune caratteristiche essenziali, come la customizzazione e la semplicità gestionale.

Scongiurare l’effetto ‘Coppa Cobram’

La flessibilità e la possibilità di customizzazione, sia sul fronte della gestione aziendale sia sul fronte dei dipendenti, è infatti indicata come caratteristica principale dal 42% del campione. Questo, in modo che ognuno possa scegliere l’attività sportiva in base alla propria agenda, agli spostamenti e alle esigenze della vita privata e familiare. Un altro elemento fondamentale è la libertà di scelta (31%): è bene, per scongiurare l’effetto ‘Coppa Cobram’, che ognuno possa scegliere lo sport o l’attività che meglio si adatta alle proprie attitudini e alle proprie preferenze. Terzo elemento, la semplicità gestionale (18%): è importante che la persona a capo di un sistema di welfare in una media o grande organizzazione trovi un sistema facile da gestire.

Sport di squadra, yoga e pilates, ma anche corsa, bici e functional training

Ma quali sono secondo la ricerca di lrban Sports Club Le tipologie di sport più adatte a diventare strumento di welfare? Al primo posto gli intervistati, riferisce Italpress, indicano sport di squadra (40%), al secondo, attività di meditazione e relax, come yoga e pilates (34%), al terzo gli sport di endurance, come corsa lunga e bici (9%), e al quarto le attività brevi ad alta intensità, come, ad esempio, l’EMS e il functional training (5%).

Facebook, nuovo studio: le fake news hanno interazioni 6 volte superiori alle notizie affidabili

I post di Facebook da fonti di disinformazione ottengono un coinvolgimento 6 volte maggiore rispetto a quelli originati da siti di notizie affidabili: ad affermarlo è un nuovo studio condotto da ricercatori di due prestigiosi atenei, l’Università di New York e l’Université Grenoble Alpes, in Francia. Pubblicata sul Washington Post, la ricerca è partita analizzando i post delle pagine Facebook di oltre 2.500 “produttori” di notizie tra agosto 2020 e gennaio 2021. Da qui, la scoperta: le pagine che pubblicano le informazioni più imprecise, o addirittura delle fake news, ottengono un coinvolgimento decisamente superiore a quelle che propongono notizie da fonti affidabili. La differenza è addirittura di sei volte tanto in termini di like, condivisioni e commenti. 

Questione aperta per i temi politici

Il fenomeno è diffuso su tutti gli argomenti, ma pare ci sia una certa predominanza per i temi a sfondo politico, di qualunque colore. Tuttavia, lo studio ha rilevato che “gli editori di destra hanno molte più probabilità di condividere informazioni fuorvianti rispetto agli editori di altre categorie politiche”. 

Come replica Facebook

Ovviamente il colosso di Mark Zuckerberg ha rimandato al mittente le accuse. Un portavoce della società ha infatti dichiarato che lo studio condotto dalle due università ha delle limitazioni, in quanto esamina solo il coinvolgimento, non la “copertura”, che è il termine che l’azienda usa per descrivere quante persone vedono i contenuti su Facebook, indipendentemente dal fatto che interagiscano con essi. E, secondo i portavoce della piattaforma social, esistono a loro volta diverse analisi che lo confermano. Tuttavia, riportano fonti americane, Facebook avrebbe negato poi l’accesso ai suoi dati relativi ai mesi successivi ai ricercatori della New York University, sostenendo che il modo in cui stavano raccogliendo i vari elementi era in conflitto con un accordo precedentemente raggiunto con la Federal Trade Commission.

Controllo in 60 lingue contro le fake news

Sempre da Facebook hanno fatto sapere che la piattaforma ha 80 società partner dedicate al controllo delle notizie e alla lotta alla fake news, che operano scandagliando i possibili contenuti dei post in ben 60 lingue diverse. In ogni caso, per completezza di informazione, pare che i ricercatori universitari abbiano utilizzato per il loro studio le metriche di NewsGuard e Media Bias/Fact Check, due organizzazioni no profit che esplorano la disinformazione, usando strumenti di categorizzazione simili.

Lo smartphone soppianta la macchina fotografica in vacanza

Un sondaggio condotto dal brand di telefonia Wiko all’interno della sua Instagram Community lo conferma: lo smartphone ha letteralmente soppiantato la macchina fotografica. Sempre più diffuso, accessoriato e facili da utilizzare, lo smartphone, è infatti dotato di comparti fotografici all’avanguardia e ha letteralmente spiazzato le macchine fotografiche tradizionali, almeno, per tutti gli utenti, aumentati anche loro, che si dilettano nell’arte della fotografia, soprattutto durante le vacanze.  In questo sondaggio a chiusura dell’estate si è voluto indagare gli ultimi trend di utilizzo dello smartphone. E se secondo il 79% degli intervistati da quando c’è lo smartphone si fotografa molto di più sono proprio le vacanze uno di quei momenti in cui cimentarsi nella creazione di souvenir digitali da condividere con amici, partner e parenti. Tanto che il 54% ammette di aver scattato ben oltre 50 foto.

Ormai gli apparecchi tradizionali sono di ‘nicchia’

Insomma, nella scelta del device da portare in viaggio, tra macchina fotografica e smartphone, non ci sono dubbi: vince il cellulare (91%). Solo il 9%, una nicchia di veri appassionati, opta per gli apparecchi tradizionali. Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, però, per l’83% dei partecipanti alla survey, meno del 20% delle fotografie che vengono realizzate è destinata alla pubblicazione sui social. Solo il 17% dichiara che l’80% degli scatti che produce vedrà la luce sui feed o nelle story dei propri profili social.

Quali sono i soggetti preferiti da immortalare?

Tra ritratti, selfie, foto di panorami e Golden Hour, i soggetti preferiti sono proprio questi ultimi due (86%).
Un semplice trend del momento o la fine di un’era focalizzata sull’individualità? Di certo quest’estate la luna ha offerto colori straordinari, invogliando sempre più utenti a catturarla. Ma si sa, i risultati, con lo smartphone, sono spesso scarsi (55%) e molti degli intervistati preferiscono addirittura rinunciare (45%).
Provare invece a immortalare panorami mozzafiato in notturna? Qui il campione si divide equamente a metà. Da un lato c’è chi lo ritiene impossibile, e dall’altro chi, grazie alla Night Mode, come quella presente sull’ultimo Power U10, riesce a portare a casa buoni risultati.

L’album delle vacanze diventa sempre più digitale

Che gli album dei ricordi dei viaggi siano sempre più digitali è ormai noto. Eppure, un buon 32% degli utenti coinvolti preferisce stampare le best pics di ogni vacanza per conservarle e metterle al riparo dai mancati backup. La maggioranza (68%), comunque, sceglie di creare album dedicati sul proprio smartphone.
Ed è proprio qui che il 62% degli intervistati conserva i propri ricordi, una scelta favorita rispetto ai servizi cloud. Le memorie dei nostri device ormai custodiscono preziosamente sempre più pezzi delle nostre vite. Allora perché non munirsi di uno smartphone in grado di offrire tanto spazio di archiviazione? 

I Millennials sono pronti a partire

La seconda stagione turistica estiva in compagnia del Covid-19 è alle porte, e WeRoad, la community di giovani viaggiatori ha condotto una ricerca all’interno dell’Osservatorio sul mondo del travel, a cui hanno partecipato 1.721 Millennials di età compresa tra i 21 e i 40 anni. Alla prima domanda, “cosa farai quest’estate?” l’86% afferma che viaggerà, mentre il 17% di questi nel 2020 aveva preferito rimanere a casa. La grande maggioranza quindi non vede l’ora di viaggiare. Ma dove andrà? Le risposte si dividono tra chi rimarrà in Italia (44%) e chi visiterà un Paese europeo (43%), ma un 13% è convinto che farà un viaggio intercontinentale.

Si inverte il trend del last minute

A sorpresa poi si inverte il trend del last minute, che sembrava un’eredità della pandemia destinata a rimanere. Sebbene il 47% affermi infatti che prenoterà all’ultimo momento, il 46% ha già prenotato entro maggio. E quale sarà il mood? Il 44% non vede l’ora di partire per una vacanza beach life, il 25% non rinuncerà allo zaino in spalla per un’avventura on the road, e per il 25% “l’importante è essere immersi nella natura”, mentre il 6% visiterà una città d’arte. Quanto al tempo di permanenza, il 69% conferma di voler stare via tra i 7 e i 10 giorni, il 24% vorrebbe partire per almeno due settimane, mentre cresce il fronte (7%) di chi organizzerà uno o più week-end per ferie distribuite lungo tutta la stagione.

Il 14% però non viaggerà   

Ma il 14% non viaggerà, perché se il 34% l’ha fatto nel 2020 e crede sia rischioso, il 22% non ha ferie, e il 44% non ha abbastanza soldi. Alla domanda “cosa ti spingerebbe a prenotare”, il 57% vorrebbe contare su flessibilità per modifiche e cancellazioni, il 42% partirebbe se coperto da un’assicurazione, il 33% pensa che sarebbe utile applicare uno sconto sul prezzo, magari per fare un tampone ed essere più sicuri prima di partire, e il 37% aspetta date e regole certe che valgono però per tutto il periodo delle vacanze.

Ci si sposta in aereo e si soggiorna in appartamento, e tornano i viaggi di lavoro

Per quanto riguarda il mezzo di trasporto considerato più sicuro al primo posto c’è l’aereo (47%), poi il treno (32%) e l’auto (21%). Tra le accomodation invece il preferito è l’hotel (66%), seguito dall’appartamento (17%), e per il restante 17% un B&B. E i viaggi di lavoro? Insieme a BizAway, la piattaforma all-in-one per il B2B travel, WeRoad si è concentrata poi sul settore del business travel. Il 23% delle persone intervistate, riporta Ansa, non vuole rinunciare ai meeting di lavoro in presenza e soltanto il 10% crede che fare riunioni in presenza e online sia la stessa cosa. Il 67% pensa sia utile avere una piattaforma che gestisca la trasferta di lavoro e l’82% vorrebbe poter gestire tutte le fasi del viaggio su un dispositivo in ottica sostenibile.

Natale e Capodanno si festeggiano online

Come e dove passeranno le feste di questo fine 2020 gli italiani? La risposta è: online, perfettamente in linea con un anno vissuto in gran parte virtualmente a causa delle ben note restrizioni dovute alla pandemia. Il desiderio di prenotare esperienze online per rimanere in contatto con amici e familiari, e la volontà di non rinunciare alle classiche tradizioni natalizie, fa sì che anche Natale e Capodanno diventino digitali. Airbnb ha condotto un sondaggio per scoprire proprio come trascorreranno Natale e Capodanno gli italiani. E se il 60% degli intervistati ha dichiarato che trascorrerà le feste in compagnia di un gruppo ristretto di familiari, c’è anche chi rimarrà fisicamente lontano, ma virtualmente vicino con famiglia e amici.

I viaggi si prenotano ancora, ma sono virtuali

Feste e tradizioni natalizie diventano così surrogati virtuali della realtà a cui eravamo abituati. Non più quindi appuntamenti al cinema per assistere alle novità del grande schermo, ma per il 39% degli intervistati appuntamenti online per guardare film insieme. E ancora, niente riunioni di famiglia per cucinare tutti insieme, ma per il 35% degli intervistati cooking class online. Addio anche ai viaggi in occasione della pausa dal lavoro e benvenuto ai viaggi virtuali in giro per il mondo per il 20% degli intervistati. Specchio di questa tendenza sono le Esperienze Online su Airbnb , tra le quali spiccano le sempre più numerose lezioni di cucina e mixology, i viaggi virtuali in capitali europee o Paesi lontani, ed eventi virtuali tra cabaret, spettacoli di magia e favole per bambini, riporta Adnkronos.

Festeggiare con un’esperienza online

Per un brindisi in compagnia, per esempio, si può scegliere tra una lezione sui classici aperitivi italiani, oppure una lezione in vero british-style sull’arte del gin, una tra le esperienze più prenotate sulla piattaforma. Chi è a caccia di divertimento può invece assistere virtualmente a uno spettacolo natalizio con le drag queen in diretta da Lisbona, e per tutti coloro che hanno nostalgia dei viaggi di fine anno si può partire alla scoperta di un villaggio thailandese o di Città del Capo.

Gli auguri in chat hanno sostituito definitivamente biglietti e cartoline

Tra gli intervistati da Airbnb il 75% sta infatti valutando l’idea di prenotare un’esperienza online per festeggiare il Natale e il Capodanno.

Un nuovo modo per rimanere connessi e comunicare con amici e familiari, al secondo posto tra i mezzi più utilizzati dagli italiani durante queste festività, ma che comunque non sostituisce la principale forma di comunicazione. Al primo posto rimangono i gruppi e i sistemi di messaggistica online, con buona pace delle tradizionali cartoline d’auguri, ormai dal sapore vintage.

Facebook lancia Dating, l’app per trovare l’anima gemella

Facebook lancia in Europa Dating, la sua app per gli incontri, e con un bacino potenziale di oltre 2 miliardi e mezzo di utenti mondiali sfida Tinder e le altre app per cuori solitari. Il nuovo strumento, preannunciato da Facebook nel maggio 2018, è stato testato in vari Paesi del mondo e ora è già attivo in 20 nazioni, dove ha registrato 1,5 miliardi di match, ovvero di abbinamenti amorosi. Il colosso californiano porta così in 32 Paesi europei, compresa l’Italia, il suo Facebook Dating, uno spazio a sé stante all’interno dell’app Facebook, dove gli utenti maggiorenni interessati potranno attivarne le funzioni creando un profilo a parte, e i loro contatti sul social non ne saranno informati.

Le funzioni per cercare l’anima gemella

Dating è gratuito, e offre una serie di funzioni per cercare l’anima gemella. L’utente potrà condividere all’interno di Dating le sue Storie di Facebook e di Instagram, e anche aggiungere gli Eventi e i Gruppi per entrare in contatto con persone che condividono i suoi interessi. Con la funzionalità “Passioni segrete” potrà poi stilare una lista contenente fino a nove nomi di persone con cui è già amico su Facebook e Instagram, e a cui è “segretamente” interessato. Se una di queste persone farà lo stesso, si creerà un abbinamento. Una volta avvenuto il match, si potrà avviare una videochiamata, riporta Ansa.

“Amici” esclusi dai suggerimenti per i march 

L’iscrizione a Dating però non verrà condivisa con i contatti dell’utente, ma rimarrà “segreta”. “Non suggeriremo gli attuali amici di Facebook come potenziali partner, né invieremo loro una notifica per comunicare la tua presenza su Dating – sottolinea la società di Mark Zuckerberg in un comunicato -. Ad esempio, il tuo profilo Dating, i tuoi messaggi e le persone a cui sei interessato/a o con cui sei entrata/o in contatto su Dating non appariranno nel tuo News Feed”.

Più semplice mostrare chi si è realmente

“Con Facebook Dating è più semplice mostrare chi si è realmente e allo stesso tempo conoscere gli altri in modo più autentico”, scrive ancora Facebook. Le funzioni presenti su Dating sono simili a quelle dei social più famosi targati Zuckenberg, come le Storie: “se scegli di condividere le tue Storie Facebook e Instagram sul tuo profilo Dating, potrai mostrare chi sei, al di là delle parole, e conoscere meglio gli altri, sia prima che dopo il match”.

Con gli Appuntamenti Video, invece, una volta effettuato il match fra le due persone, si potrà dare avvio a una videochiamata. “Prima di accedere alla videochiamata, la persona riceverà una notifica di invito e se accetterà, potrete cominciare a conoscervi meglio – specifica la piattaforma -. Il tuo nome e la tua foto profilo Dating verranno mostrati non appena partirà la videochiamata”.

Scuola a distanza? No grazie, il 57% dei ragazzi vuole tornare in classe

Finalmente le scuole hanno riaperto, e dopo sei mesi dalla chiusura le preoccupazioni e i dubbi sulla nuova normalità della didattica non smettono di accendere le polemiche. Ma i ragazzi non hanno dubbi, la scuola è meglio in presenza. Il 57% degli studenti, insomma, manifesta il desiderio di tornare in classe. La conferma arriva dai risultati di un’indagine condotta da Studenti.it, il sito gestito direttamente dagli studenti italiani che offre vari servizi e informazioni a tema scolastico. La ricerca ha coinvolto 18.150 ragazzi delle scuole superiori di 1° e 2° grado, con l’obiettivo di mettere a fuoco cosa pensano, come vivono questo momento di ritorno a scuola dopo la pandemia, e se e come cambieranno le loro abitudini.

Una conclusione anomale per l’anno scolastico 2019-2020

La conclusione dell’anno scolastico 2019-2020 è stata anomala: solo il 30% degli intervistati ha dichiarato che nella propria classe ci sono stati bocciati o rimandati. Non sembrano esserci state grandi lacune o necessità di recuperare, dunque, visto che solo il 38% degli istituti ha organizzato corsi di recupero.

Nell’anno scolastico 2018-2019, invece, i corsi di recupero sono stati organizzati in tutte le scuole, a fronte di un 21% di studenti rimandati a settembre e di un 6,8% di bocciati.

C’è voglia di normalità

Ma ora che le scuole hanno riaperto i portoni c’è voglia di normalità. Secondo gli intervistati la didattica a distanza non è un’opzione gradita, perché manca il contatto con i compagni e con i professori, elemento fondamentale nella vita degli studenti. Il 66% ritiene addirittura che la didattica online sia penalizzante, perché i problemi di connessione e gli strumenti informatici non sempre adeguati hanno reso faticosa e non ottimale l’interazione tra studenti e docenti.

I banchi a rotelle non sono la giusta soluzione al distanziamento

Sulla questione dei banchi a rotelle, per la maggioranza dei ragazzi che hanno risposto al sondaggio (86%), questi potrebbero essere fonte di un uso improprio da parte degli studenti stessi, e quindi di ulteriori problemi. Per il restante 14%, invece, i banchi singoli rappresentano una buona soluzione a garanzia del distanziamento, riferisce Italpress. La maggioranza dei ragazzi, inoltre, afferma che non cambierà le proprie abitudini per recarsi a scuola. Secondo la ricerca, il 23% troverà un modo alternativo di spostarsi rispetto al periodo pre Covid, mentre il 77% continuerà a utilizzare gli stessi mezzi di trasporto. Di questi, il 40% userà i mezzi pubblici, il 32% si sposterà in automobile, il 18% andrà a scuola a piedi, il 4% con il motorino, e il 6% con la bicicletta o il monopattino.

Smart working, per continuare così gli italiani cambierebbero addirittura lavoro

Lo smart working ha conquistato gli italiani, che per la prima volta si sono approcciati in modo massiccio a questa modalità di lavoro. Così a settembre, quando si tornerà dalle vacanze estive – per chi ha potuto concedersele – moltissimi nostri connazionali si troveranno anche a dover affrontare lo scoglio del rientro in ufficio, abbandonando le postazioni allestite a casa.

E le preoccupazioni, insieme alla tristezza, non mancano. A rilevare questo sentimento diffuso è una ricerca di Wyser, società internazionale di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, effettuata per scoprire il mood degli italiani rispetto al termine dello smart working.

Timori legati alla sicurezza e paura della nuova routine

Tra le principali preoccupazioni espresse dai nostri connazionali in merito al ritorno in sede spicca quella del mancato rispetto delle normative vigenti in fatto di sicurezza, segnalata da oltre il 30% degli intervistati. Un altro 32% teme la possibilità di un secondo lockdown, però esiste anche un 80% di ottimisti che afferma di fidarsi della capacità della propria azienda di dotarsi delle necessarie misure anti virus.

A casa si sta bene

In base ai dati raccolti nella survey, riporta AdnKronos, si scopre che oltre il 70% dei lavoratori vorrebbe che lo smart working continuasse a essere parte integrante della nuova vita lavorativa, anche in misura minore. Un approccio flessibile da parte delle organizzazioni è sempre più richiesto dai candidati e manager, per cui non stupisce che l’interruzione del lavoro da casa potrebbe essere per molti un fattore determinante nella scelta di cambiare lavoro. Per molti, quindi, il rientro alla normale routine sarà traumatico perché a casa si sta bene. Il 50% troverà pesante ritornare ad affrontare la solita vita lavorativa, tra i mezzi pubblici affollati e il traffico sulle strade, mentre il 30% soffrirà il trantran mattutino con la sveglia anticipata e il pensiero dell’abbigliamento. Passare fuori casa la maggior parte delle ore della giornata, come era norma fino allo scorso gennaio, sarà fonte di grande disagio per un lavoratore su 3 (33,3%) e dover continuamente prestare attenzione e rispettare le limitazioni e le misure vigenti renderà meno piacevole e spontaneo interagire con gli altri (19,2%). L’aspetto positivo sarà invece riprendere i rapporti interpersonali: il 52,6% ha sofferto infatti la mancanza della socialità nella quotidianità lavorativa e il 20,5% non vede l’ora di spegnere Zoom e tornare a confrontarsi di persona e avere occasioni di networking (9,6%).

Una comunicazione chiara e trasparente

“Ritengo che una comunicazione chiara e trasparente – ha commentato Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser – tra azienda e dipendenti sia imprescindibile in questo momento più che mai, così come delle misure di welfare per rendere meno impattante sulla psiche e sulla routine dei lavoratori questa nuova fase. Purtroppo, come risulta dalla nostra ricerca, solo un’azienda su tre ha comunicato, a oggi, quali iniziative saranno adottate a tale scopo: l’ideale sarebbe diramare ogni tipo di informazione utile entro il periodo di ferie o di chiusura. Sarà compito dei team leader lavorare sodo per trovare la quadra, con attività di team building e occasioni di convivialità e svago”.

Pubblicità, sale la fruizione, ma calano i ricavi

 

A causa dell’emergenza covid-19 nel 2020 il mercato pubblicitario varrà poco più di 7 miliardi di euro, il dato peggiore da almeno 15 anni. Dalla TV a Internet, dalla Radio alla Stampa e all’Out of Home tutte le componenti subiranno un calo a doppia cifra. In particolare, l’Internet advertising in Italia calerà del 14%, e sempre a causa dell’emergenza quest’anno la raccolta scenderà a 2,8 miliardi di euro, un valore inferiore a quello registrato nel 2018.

Nell’ambito del Display advertising, invece, rispetto al 2019 si prevede che quest’anno la raccolta pubblicitaria dei video scenderà del 12%, e quella dei Banner del 15%, condizionata soprattutto dalle logiche di Brand Safety delle aziende.

Il 59% degli italiani ha usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento

In diminuzione poi anche la raccolta derivante dall’acquisto di spazi sui motori di ricerca (-14%) e sui portali di eCommerce e Classified advertising (-21%).

Si tratta dei dati raccolti dalla ricerca BVA Doxa per l’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano. Che riguardo alla fruizione dei contenuti nei primi mesi del 2020, anche a causa del lockdown, rileva come il 59% degli italiani abbia usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento (SVOD) in streaming, e il 20% abbia utilizzato contemporaneamente tre o più abbonamenti. Tuttavia, la percentuale di chi ha intenzione di mantenere attiva la sottoscrizione a più di due piattaforme anche nel post-emergenza cala al 12%.

Il covid-19 mina la crescita del mercato pubblicitario online

Nel 2020 anche il canale Internet, seppure in maniera più contenuta rispetto ad altri mezzi, segnerà per la prima volta nella sua storia una decrescita. La stima per quest’anno, infatti, è di un calo almeno del 14% e il valore potrebbe scendere al di sotto della raccolta del 2018, quando toccava quota 2,8 miliardi di euro. Le restrizioni che hanno imposto agli italiani di rimanere in casa hanno però contribuito a modificare alcuni comportamenti abitudinari degli utenti nella fruizione dei Media, in particolare, dei contenuti Video. Il device centrale per vedere questi contenuti rimane il televisore. Il tempo speso su questo dispositivo per fruire dei servizi on demand cresce (passando dal 52% al 55% del tempo complessivo), rimane costante su PC (22%), mentre cala su smartphone e tablet.

Cresce la propensione a fruire di contenuti video creati dagli utenti comuni

Per quanto riguarda in particolare i video fruiti tramite YouTube, dall’analisi emerge come gli utenti propendano sempre di più per contenuti creati dagli utenti comuni (UGC, scelta principale per il 62% degli intervistati) o video prodotti da youtuber o influencer (21%). Solo il 17% si affida principalmente a video editoriali/televisivi. Il quadro cambia se si analizzano le coordinate generazionali: youtuber e influencer sono molto più rilevanti per i Millennials (39%, contro il 5% dei Baby Boomers). Viceversa, i video editoriali sono la scelta principale per il 24% della fascia più anziana.