Misery Index di Confcommercio: a dicembre il disagio sociale sale al 9,6%

Nonostante i marginali movimenti il Misery Index di Confcommercio (MIC) si conferma ai minimi storici. Nella media del 2025 il MIC si è infatti attestato a 10,0%, il valore più basso dall’inizio delle serie storiche.
L’indicatore, che misura il disagio sociale in Italia, considera i dati relativi a inflazione e mercato del lavoro.

Secondo una prima stima, il MIC di dicembre 2025 sale al 9,6%, un decimo in più rispetto a novembre.
La stima MIC dell’ultimo mese è il risultato della sintesi tra un lieve aumento dell’inflazione per i beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto e di una stabilizzazione del tasso di disoccupazione esteso.

Disoccupazione stabile al 5,7%

In considerazione delle attese di una stabilizzazione dell’inflazione e del permanere di una moderata dinamicità sul versante del mercato del lavoro, si stima che nei prossimi mesi l’area del disagio sociale si mantenga sui valori attuali.
Sul versante del mercato del lavoro a dicembre è attesa una sostanziale invarianza del numero di occupati, associata a una modesta riduzione delle persone in cerca di lavoro.

Dinamiche, queste, che lascerebbero inalterato al 5,7% il tasso di disoccupazione ufficiale, anch’esso ai minimi storici.
Sul versante delle unità di lavoro standard (Ula) destagionalizzate, interessate dalle diverse forme d’integrazione salariale (CIG e FIS), si conferma una situazione di scarsa dinamicità, con un tasso di disoccupazione esteso stimato in conferma al 6,3%.

Inflazione: dal 2,0% di novembre al 2,2%

Secondo le prime indicazioni a dicembre 2025 l’inflazione dei beni e dei servizi ad alta frequenza d’acquisto è salita su base annua dal 2,0% di novembre al 2,2%. 

Il dato riflette essenzialmente la tendenza all’aumento dei prezzi degli alimentari.
In termini prospettici l’inflazione è stimata permanere, al netto dei marginali movimenti attesi per i consueti adeguamenti d’inizio anno, sui livelli storicamente contenuti registrati nei periodi più recenti.

Un mercato del lavoro inalterato ma poco vivace 

Anche sul versante del mercato del lavoro non sono attese, nel breve periodo, sostanziali modifiche rispetto alle attuali dinamiche, con un tasso di disoccupazione che dovrebbe mantenersi ai minimi storici.
Quest’ultimo elemento necessita, peraltro, di una maggiore attenzione, in quanto le dinamiche occupazionali, pur mantenendosi complessivamente in territorio positivo, mostrano minore vivacità anche per le difficoltà di ampliamento della forza lavoro presente sul mercato.

Anche in conseguenza all’inverno demografico, le difficoltà di sostituzione al momento dell’uscita dei lavoratori più anziani rendono urgente l’aumento della quota di popolazione femminile presente attivamente nel mercato del lavoro.
Elemento che nel medio termine avrebbe riflessi positivi sulla condizione reddituale delle famiglie e sui consumi.

Emigrazione: tra il 2011 e il 2024 oltre 600mila giovani “scappano” dall’Italia 

Nel solo 2024 i giovani che hanno lasciato l’Italia sono stati 78mila, pari al 24% del numero delle nascite. E tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani tra 18 e 34 anni, il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila.
Complessivamente, i giovani andati all’estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024.

Nel triennio 2022-2024 tra i giovani emigrati la quota di laureati è pari al 42,1%, in aumento rispetto al 33,8% dell’intero periodo.
È quanto emerge dal Rapporto CNEL “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, illustrato in una Guida uscita in edicola con il Sole 24 Ore.

Per ogni 9 italiani in uscita 1 straniero in entrata

Ammonta a circa 160 miliardi di euro il valore del capitale umano uscito dal nostro Paese nel 2011-24.
Si tratta del costo, stimato sul saldo migratorio, sostenuto dalle famiglie e per la sola istruzione dal settore pubblico, per crescere ed educare i giovani italiani emigrati. Le tre regioni con il valore maggiore sono Lombardia (28,4 miliardi), Sicilia (16,7) e Veneto (14,8). In termini di Pil il valore del capitale umano uscito dal Paese nel 2011-24 è pari al 7,5%. 

Le prime dieci nazioni verso cui vanno i giovani italiani sono, in ordine alfabetico, Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svizzera e USA.

Un esodo strutturale

Nel 2011-24 sono espatriati in questi Paesi 486mila giovani italiani, e nel medesimo periodo sono arrivati in Italia 55mila giovani cittadini di questi stessi Paesi. Quindi, nove italiani in uscita per uno straniero in entrata.
L’Italia, come tutti i Paesi avanzati, è destinataria di copiosi arrivi di persone originarie di Paesi più poveri. Al tempo stesso partono dal nostro Paese decine di migliaia di giovani cittadini italiani, diretti verso altri Paesi avanzati, senza che da questi stessi Paesi arrivino altrettanti giovani.

Così l’Italia sta perdendo una parte quantitativamente e qualitativamente importante della sua generazione giovane e qualificata. Un esodo strutturale, non episodico, non compensato da arrivi equivalenti dagli altri sistemi economico-sociali avanzati.

Prima destinazione il Regno Unito

Rendere l’Italia più attrattiva per i giovani vuol dire risolvere i nostri ritardi culturali ed economici e fare quel salto qualitativo che permetterebbe al Paese sia maggiore crescita e sviluppo sia più alti standard di vita per tutti. 

Il Rapporto CNEL conferma che i giovani italiani come motivazione per andare via mettono al primo posto le migliori opportunità lavorative, seguite da maggiore efficienza dei sistemi pubblici, riconoscimento dei diritti civili e superiore qualità della vita. 
Prima destinazione dei giovani italiani emigrati è il Regno Unito, con una quota pari al 26,5%, seconda la Germania (21,2%), seguita da Svizzera (13,0%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%).

Salute e benessere, una priorità per un italiano su due

Emerge dall’indagine realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia in occasione della Social Sustainability Week: in Italia la sostenibilità sociale ha il volto della fragilità. Oltre sette italiani su dieci vivono con ansia il proprio doman, più dell’80% teme per il futuro del Paese e quasi nove cittadini su dieci guardano con paura al futuro del pianeta. 

A questi segnali d’allarme si accompagna una crescente consapevolezza. Il 92% degli italiani sono infatti consapevoli della connessione tra salute e ambiente, ma allo stesso tempo si sentono schiacciati da preoccupazioni globali (guerre, cambiamento climatico, deterioramento ambientale) e dalla sensazione che il proprio destino dipenda soprattutto da fattori economici incontrollabili (62,4%).

Le criticità del Sistema Sanitario Nazionale

Il 46% degli italiani dichiara di avere fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 54% esprime scetticismo o sfiducia.
La sostenibilità sociale tocca direttamente anche il rapporto con il SSN. Si tratta di una criticità che non riguarda la qualità del personale, considerato preparato dal 58% degli intervistati, ma piuttosto la capacità organizzativa e la carenza di risorse. Tanto che l’81% ritiene che il numero degli operatori sanitari sia insufficiente.

Questa percezione porta oltre la metà del campione (53%) a considerare indispensabile una assicurazione integrativa, e spinge il 67% a ritenere inevitabile il ricorso alla sanità privata, segnale di un bisogno crescente di sicurezza e accessibilità nelle cure. 

Aumentano le aspettative verso le aziende private

In un contesto in cui le istituzioni e i soggetti collettivi sono percepiti come meno efficaci, si ampliano le aspettative nei confronti delle imprese, chiamate sempre più a svolgere un ruolo sociale.
Quando organizzazioni e aziende parlano di sostenibilità trasmettono speranza o interesse (54%). Solo l’8% si dichiara indifferente.

Al mondo del lavoro gli italiani chiedono innanzitutto stabilità contrattuale, considerata prioritaria dal 53% degli intervistati, relazioni positive tra colleghi, indicate dal 47% e flessibilità e smart working (34%). L’attenzione alla salute e la domanda di un’ampia offerta di welfare aziendale (26%) superano, anche se di poco, la rilevanza attribuita all’assenza di discriminazione e pari opportunità (23%) e alla formazione (22%).

Lavoro: deve garantire stabilità e relazioni sane

Il 60% ritiene tuttavia insufficiente l’attuale impegno aziendale per il benessere e il 61% del campione pensa che le aziende dovrebbero promuovere servizi psicologici. Ma solo il 16% conosce aziende che li offrono.

“La crescente vulnerabilità e la carenza dei presìdi collettivi spingono le persone a rivolgere alle imprese aspettative un tempo rivolte alle istituzioni – dichiara Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon -. Il lavoro diventa il luogo in cui si cercano stabilità, relazioni sane e tutela del benessere. Questa trasformazione segnala un cambiamento profondo nei bisogni comunitari. Le aziende che sapranno accoglierlo contribuiranno a rafforzare nuove forme di sicurezza condivisa”.

(In)fedeltà all’insegna: italiani pronti a cambiare supermercato se conviene di più

Complici la riduzione del potere di acquisto, e la crescente necessità di ricercare offerte in linea con il proprio budget di spesa, oggi quasi 1 italiano su 2, il 49%, è propenso a cambiare supermercato o punto vendita se risulta più conveniente.

Lo rivela l’ultima indagine svolta da DoveConviene, l’app per semplificare lo shopping: gli italiani sono sempre più infedeli alle insegne. Con l’aumento generalizzato del costo della vita, soprattutto dei prezzi dei beni alimentari, i dati legati alla fedeltà alle insegne dei supermercati o ipermercati da parte dei consumatori sono ulteriormente peggiorati.

Solo il 5% dei consumatori frequenta un unico punto vendita

Secondo l’Osservatorio Shopping di DoveConviene, rispetto alla rilevazione precedente, nell’arco di un appena mese solo il 5% degli intervistati oggi dichiara di frequentare un unico punto vendita.

La maggior parte degli intervistati afferma di ‘muoversi’ tra più insegne. In particolare, il 36% ne visita regolarmente tre e il 16% addirittura più di quattro.
E se la fedeltà non è il fattore principale, a guidare la scelta del punto vendita in cui fare la spesa è il risparmio.

Alla ricerca di offerte vantaggiose e prezzi bassi

A fare la differenza sono infatti soprattutto promozioni e prezzi convenienti.
Il 60% dei consumatori si orienta quindi verso le offerte più vantaggiose, mentre il 50% privilegia i supermercati con i prezzi più bassi.

Altri fattori che orientano gli acquisti sono la prossimità del punto vendita e la varietà dei prodotti. Il 29% opta infatti per i negozi vicini a casa, mentre il 28% predilige store con ampi assortimenti di articoli disponibili.
Tuttavia, negli acquisti il risparmio rimane centrale.

Iper, super, discount o negozi specializzati? Dipende dal prodotto

Di certo si tratta di un effetto collaterale dell’aumento dei prezzi. Alle prese con l’erosione del loro potere d’acquisto, gli italiani si scoprono sempre meno fedeli alle insegne al momento di fare la spesa. Non è un caso se il 70% degli italiani consulti sempre i volantini promozionali in fase di pianificazione della spesa.
L’indagine evidenzia, inoltre, la tendenza da parte dei consumatori a prediligere formati di negozi diversi, a seconda della tipologia dei prodotti acquistati.

Nel dettaglio, per quanto riguarda la spesa alimentare l’86% degli italiani preferisce affidarsi a supermercati e ipermercati, mentre il 52% sceglie il discount.
Per l’acquisto di prodotti per la cura della casa e della persona, invece, il 62% si rivolge a negozi specializzati e il 50% a supermercati e ipermercati.

Staccare davvero: come fare un digital detox in sicurezza 

Finalmente arrivano le tanto desiderate vacanze! L’estate è il momento ideale per rallentare, rigenerarsi e riconnettersi con se stessi. Ma è un dato di fatto che, anche se ci si allontana dal lavoro e dalla routine, i nostri device tecnologici ci seguono. Scrollare i social sotto l’ombrellone o controllare le email in montagna è un’abitudine diffusa. Per chi desidera disintossicarsi dall’iperconnessione, il cosiddetto “digital detox” non è solo una scelta di benessere, ma un gesto concreto per ritrovare equilibrio e serenità.

Ma come si può disconnettersi senza compromettere la sicurezza dei propri dati? Kaspersky, gruppo internazionale nella protezione informatica, ha stilato una serie di buone pratiche per affrontare le ferie in modo consapevole e sicuro.

Prima della partenza: proteggi i tuoi dati

Prima di partire, assicurati di salvare file importanti, foto e documenti su supporti sicuri. È utile avere una copia su cloud crittografato e una su disco fisico, come un hard disk o un server domestico.

Aggiorna e proteggi i dispositivi
Verifica che computer, tablet e smartphone siano aggiornati all’ultima versione disponibile e dotati di un software di sicurezza affidabile. Imposta password complesse e valuta la disattivazione del riconoscimento facciale o impronte digitali, sostituendoli con metodi di accesso più sicuri.

Gestione intelligente delle password
Sostituisci le password deboli con una versione più avanzata. Utilizza un gestore affidabile per conservarle e attiva l’autenticazione a due fattori, preferibilmente tramite app dedicate.

Attenzione alla SIM
Proteggi la tua scheda telefonica con un codice PIN e, se utilizzi una eSIM, conserva il codice QR in un luogo sicuro. Il numero di telefono è spesso collegato a conti bancari e servizi online: meglio non lasciarlo esposto a rischi.

Sicurezza domestica anche da remoto
Per chi ha una casa con dispositivi smart, è consigliabile lasciare attivi solo quelli fondamentali, come videocamere o sensori antifurto. Disattiva gli altri e cambia tutte le password predefinite.

Buon senso anche in viaggio

Conviene seguire qualche semplice regola di buon senso anche quando si è in viaggio, tra stazioni, aeroporti e hall. Le reti Wi-Fi pubbliche, anche se comode, sono spesso vulnerabili. Quando possibile, è meglio utilizzare una rete mobile o proteggere la connessione con una VPN affidabile.

Allo stesso modo conviene evitare i continui aggiornamenti sui social in tempo reale. Posticipare la pubblicazione dei post aiuta a proteggere la propria privacy e scoraggia eventuali intrusioni durante la tua assenza da casa. 
Infine, quando si viaggia è opportuno verificare il livello di copertura nel Paese di destinazione ed eventualmente informarsi sui dispositivi satellitari disponibili.

Rientro a casa: fai pulizia

Al tuo ritorno, controlla l’attività recente dei tuoi account principali e modifica le password se noti qualcosa di insolito.

Cancella le reti Wi-Fi temporanee e rimuovi le app installate solo per il periodo di vacanza. Assicurati che i dispositivi siano aggiornati e protetti anche per l’uso quotidiano.

Disconnect to reconnect

Come ricorda Cesare D’Angelo, General Manager per l’Italia e l’area mediterranea di Kaspersky, “Disconnettersi non significa solo spegnere il telefono, ma ritrovare tempo per sé stessi senza rinunciare alla sicurezza”.

Anche poche attenzioni possono fare la differenza: una vacanza rigenerante comincia con una tecnologia usata in modo più consapevole.

Ceto medio: 2 italiani su 3 pensano di farne parte, ma i figli “staranno peggio”

Il ceto medio non si definisce attraverso il reddito, ma attraverso l’identità culturale. Il 66% degli italiani si riconosce nel ceto medio per il livello di istruzione e le competenze acquisite (90%), ma questi valori non trovano più riscontro nella realtà economica.

Per l’82% degli italiani che si autodefinisce di ceto medio il capitale culturale non si traduce in una giusta retribuzione, e oltre il 70% chiede meno tasse sui redditi lordi. Inoltre, più della metà teme che i propri figli staranno peggio.
È il ritratto che emerge dal 2° rapporto Cida-Censis ‘Rilanciare l’Italia dal ceto medio. Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare’, commissionato da Cida (Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità).

Un capitale culturale senza ritorno economico

Negli ultimi anni, oltre la metà degli italiani che rappresentano l’ossatura sociale del Paese ha visto il proprio reddito fermo, mentre più di uno su quattro lo ha visto calare. Solo il 20% dichiara un miglioramento.

Più che arretrare, il ceto medio oggi galleggia senza prospettiva. Anche i consumi riflettono questo stato, con il 45% che li ha ridotti e la maggioranza che teme ulteriori tagli nel prossimo futuro.
Non è solo una condizione economica, è un malessere sociale diffuso che svuota di speranza il futuro. Un futuro, che sempre più spesso, il ceto medio non riesce più a immaginare dentro i confini del Paese.

Si spezza il sogno di mobilità sociale interna

Il 50% dei genitori appartenenti al cuore produttivo del Paese ritiene che i figli staranno economicamente peggio, e il 51% auspica che cerchino opportunità all’estero, segnando il sorpasso definitivo del ‘mito dell’altrove’ sul sogno di mobilità sociale interna.

Nonostante questo, il 67% delle famiglie di sostiene spese straordinarie per garantire un futuro ai figli, mentre oltre il 41% aiuta economicamente figli e nipoti, confermandosi come primo ammortizzatore sociale del Paese.
Tra i pensionati, il 47% aiuta regolarmente figli o nipoti, e il 66% ha finanziato o finanzierà almeno una spesa straordinaria. Ma questa ‘generosità silenziosa’ è sempre più sotto pressione. 

Oscillare tra incertezza e vera e propria insicurezza

Inoltre, solo il 52% si sente protetto da reti di welfare, e il risparmio, da sempre uno dei tratti distintivi del ceto medio, si erode.
Quando la fiducia nel futuro si incrina, cresce il bisogno di protezione, ma è proprio qui che il sistema mostra le sue crepe più profonde: solo il 18% giudica sufficiente il welfare pubblico.

Di fronte a questa percezione di inadeguatezza, riporta Adnkronos, cresce la corsa al welfare integrativo: il 45% possiede polizza sanitaria/fondo pensione e circa il 36% vorrebbe che il contratto collettivo del settore in cui lavora prevedesse la sanità integrativa.
Il rischio è una nuova disuguaglianza tra chi può permettersi una protezione privata e chi resta scoperto.

Da Great Resignation a Great Detachment: aumentano i disillusi al lavoro 

Aumento dell’inflazione, timori di una recessione e instabilità economica oggi rendono più rischioso cambiare lavoro, facendo sentire spesso le persone ‘bloccate’ e mentalmente disconnesse.
Così, dopo i fenomeni di Great Resignation e Great Regret, il boom di dimissioni volontarie e relativi pentimenti, si affaccia il Great Detachment: lavoratori rassegnati all’insoddisfazione che rinunciano a cercare una condizione migliore e spengono le proprie energie.

Insomma, nel 2025 tra i lavoratori italiani si conferma un diffuso malessere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, solamente il 17% è pienamente ingaggiato, e appena il 10% ’sta bene’ nelle tre dimensioni lavorative fisica, relazionale, mentale.

Fare il minimo indispensabile senza coinvolgimento

Nell’ultimo anno, l’11% dei dipendenti ha cambiato impiego o ha intenzione di farlo entro 18 mesi (30%). 
E aumentano i quiet quitter, che sono il 14% del totale e restano al loro posto facendo il minimo indispensabile senza essere emotivamente coinvolti.
Tra chi vuole cambiare impiego la quota di chi sta effettivamente facendo colloqui passa dal 58% al 52%, mentre crolla la quota di chi dopo aver cambiato lavoro si è pentito (56% vs 20%).

Parallelamente, si afferma una crescente ricerca di protezione e stabilità economica. Nella scelta di un nuovo lavoro, dopo il benessere tornano in primo piano tutele del contratto, retribuzione e benefit. Tanto che i servizi di wellbeing più richiesti sono l’assistenza sanitaria e i buoni pasto.

Un terzo dei lavoratori usa l’AI

In questo contesto, si diffonde l’AI, che in ambito HR può aumentare produttività, engagement e benessere.
Il 45% delle aziende ha già investito in AI a supporto dei processi e il 60% a supporto della produttività individuale, ma le direzioni HR faticano ancora a guidare questa trasformazione e a comprendere come questi strumenti vengono utilizzati al proprio interno.

Nell’ultimo anno, infatti, il 32% dei lavoratori ha utilizzato l’AI nelle sue attività, ma soprattutto soluzioni personali o gratuite reperite online, non quelle fornite dall’azienda. E solo un’azienda su sette analizza l’impatto che i sistemi di AI possono avere sulle attività lavorative.

“In un’epoca di grande trasformazione l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento”

“Tra i lavoratori italiani si rileva una crescente frustrazione, attribuibile alla percezione di instabilità del mercato del lavoro, accentuata da conflitti e crisi globali e da retribuzioni spesso inadeguate al costo della vita – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice -.  Così, a fianco al benessere e all’equilibrio, che continuano a essere le priorità delle persone, si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione. In questo contesto, la sfida principale per le Direzioni HR nel 2025 è lavorare sul senso e il significato del lavoro, cercando di ovviare al senso di precarietà crescente. In un’epoca di grande trasformazione, tra ricambio generazionale e rivoluzione tecnologica, l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento delle organizzazioni, che oggi passa da AI, nuove strategie e nuove competenze”.

Ora legale: quanto può “risparmiare” l’Italia?

Ora legale sì, ora legale no… anche a livello europeo, il tema è ampiamente dibattuto. Innanzitutto, è vero che è utile per generare benefici sia a livello di risparmio energetico sia di tutela per l’ambiente? In Italia, sì. Secondo Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel periodo in cui sarà attiva l’ora legale, il Paese potrà risparmiare circa 100 milioni di euro. Questo grazie a una riduzione del consumo elettrico stimata in 330 milioni di kWh.

L’impatto positivo sull’ambiente

Oltre al risparmio economico, l’adozione dell’ora legale contribuisce alla sostenibilità ambientale. La minore richiesta di energia si traduce in una riduzione di circa 160 mila tonnellate di CO2 immesse in atmosfera, favorendo il contrasto ai cambiamenti climatici.

I numeri del 2025

Nel 2025, l’ora legale è entrata in vigore nella notte tra il 29 e il 30 marzo, con lo spostamento delle lancette un’ora avanti alle 2:00. Il ritorno all’ora solare avverrà domenica 26 ottobre.
Questa variazione permette di sfruttare meglio la luce naturale nelle ore serali, limitando l’uso dell’illuminazione artificiale.

Quanto ci guadagnano le famiglie?

Il minor consumo di energia ha un impatto diretto sui costi domestici. Considerando il prezzo medio del kWh stimato da ARERA per il primo trimestre del 2025 (circa 29,9 centesimi di euro), il risparmio generato equivale al fabbisogno annuo di oltre 125 mila famiglie italiane.

Vent’anni che valgono 2,2 miliardi di euro risparmiati

Dal 2004 al 2024, l’adozione dell’ora legale ha consentito all’Italia di risparmiare oltre 11,7 miliardi di kWh, con un beneficio economico complessivo di circa 2,2 miliardi di euro. Un impatto significativo sia per le famiglie che per le aziende.

Cosa accadrà in futuro?

Nonostante i vantaggi, il dibattito sull’abolizione del cambio d’ora rimane aperto a livello europeo. Alcuni Paesi sostengono che i benefici siano ormai marginali, mentre altri ritengono che il mantenimento dell’ora legale continui a rappresentare una strategia efficace per ridurre i consumi energetici e le emissioni inquinanti.

Videogiochi per bambini, quelli “giusti” hanno un valore educativo  

Nell’era della digitalizzazione, la tecnologia offre strumenti innovativi per la crescita e l’apprendimento dei bambini. Secondo una ricerca condotta da un team inglese e riportata dalla Fondazione AIDR – Association Italian Digital Revolution, i videogiochi possono avere un impatto positivo sullo sviluppo cognitivo e sociale, a patto che siano progettati con attenzione.

Oltre a rappresentare un’opportunità di svago, essi contribuiscono a stimolare la creatività e a rafforzare l’identità personale dei più giovani.

Pensiero critico e capacità decisionali

Molti videogiochi richiedono ai giocatori di affrontare challenge, risolvere problemi e pianificare strategie efficaci. Questi elementi favoriscono il pensiero critico, migliorano la capacità di prendere decisioni rapide e affinano le competenze logiche.

Attraverso esperienze interattive e dinamiche, i bambini imparano a elaborare soluzioni e a sviluppare maggiore autonomia nella gestione delle difficoltà.

I videogame come strumento di socializzazione

In un contesto sempre più connesso, i videogiochi rappresentano anche un’opportunità per incentivare l’interazione sociale. Le piattaforme multiplayer e i giochi cooperativi permettono ai bambini di imparare a collaborare, migliorare la comunicazione e costruire relazioni con coetanei di diversa provenienza.

Si tratta di una modalità che contribuisce a sviluppare empatia e a rafforzare le dinamiche di gruppo, anche in ambienti virtuali.

Inclusione e accessibilità nel gaming

Un altro aspetto fondamentale è l’inclusività. Molti videogiochi moderni sono progettati per essere accessibili anche a bambini con difficoltà motorie o sensoriali, garantendo loro la possibilità di partecipare attivamente.

Questo approccio inclusivo favorisce l’integrazione sociale e permette ai bambini di sentirsi parte di una comunità, rafforzando la loro autostima e il senso di appartenenza.

Promuovere il gioco consapevole

Per sostenere l’uso responsabile dei videogiochi, la Fondazione AIDR sta progettando l’apertura di un centro nazionale a Roma dedicato all’educazione digitale. Questo spazio offrirà risorse per bambini, genitori ed educatori, sensibilizzando sull’importanza di un utilizzo equilibrato e positivo del gaming. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per integrare i videogiochi nell’educazione in modo sicuro e costruttivo.

Verso un futuro digitale sano

L’educazione digitale è un’opportunità che va colta e non sprecata. Affinché i videogiochi diventino una risorsa efficace per la crescita dei bambini, è fondamentale il coinvolgimento di genitori ed educatori.

Sostenere iniziative tese alla conoscenza e alla consapevolezza del mondo digitale significa investire in un futuro in cui ci sarà il giusto mix di tecnologia e apprendimento, così da formare individui consapevoli e preparati ad affrontare le sfide della società digitale.

Amore o controllo digitale? I segnali d’allarme da non sottovalutare

Nelle relazioni basate sulla fiducia, la privacy digitale è un valore importante. La decisione di condividere le password o le credenziali di login deve essere volontaria, e non un obbligo o una prova di lealtà. Se da un lato la tecnologia offre nuovi strumenti per costruire la fiducia, dall’altro solleva importanti questioni riguardo la privacy e lo spazio personale nelle relazioni.

Secondo i dati raccolti da Kaspersky, il 14% degli italiani ha subito stalking online da parte di una persona con cui usciva di recente. E sebbene il 58% degli italiani conceda al partner l’accesso completo al proprio dispositivo, il 14% preferisce non farlo. Nelle relazioni digitali il confine tra l’attenzione e il controllo è sottile. Lo stalking online viene infatti spesso frainteso con interesse o attenzione. 

L’ossessione per il controllo della “posizione”

La condivisione della posizione in una relazione può essere una scelta consensuale per motivi di convenienza o sicurezza. Quando, invece, la condivisione della posizione diventa obbligatoria, eccessiva o viene rilevata di nascosto, si trasforma in un comportamento di stalking e controllo.

Un campanello d’allarme si accende quando un partner monitora ossessivamente gli aggiornamenti della posizione, mettendo in dubbio qualsiasi variazione di percorso. Secondo Kaspersky, il 6% degli intervistati è stato tracciato senza il proprio consenso, e il 4% ha scoperto che sui dispositivi era installato senza consenso uno stalkerware. L’uso di strumenti di monitoraggio come AirTag, applicazioni GPS, stalkerware senza autorizzazione rappresenta una grave violazione della privacy.

Sfruttare la tecnologia per distorcere la realtà

La comunicazione digitale dovrebbe favorire la connessione e il sostegno reciproco, rafforzando la fiducia e il legame tra i partner. Al contrario, il gaslighting digitale è una forma subdola di manipolazione psicologica. In pratica, uno dei partner sfrutta la tecnologia per distorcere la realtà e far dubitare l’altro delle proprie percezioni o ricordi.

In Italia il 31% degli intervistati ha subito violenze o abusi, anche digitali, da parte di un partner, attuale o passato. Un partner manipolatore potrebbe cancellare messaggi per nascondere prove, modificare screenshot per alterare i fatti o negare di aver inviato determinati messaggi. Questo comportamento crea confusione e dubbi, compromettendo la sicurezza della vittima nei confronti dei propri ricordi e della propria capacità di giudizio.

Monitorare costantemente l’attività altrui

Un partner sano sostiene la sicurezza e l’indipendenza digitale, perché ha interesse a proteggere il partner, non a controllarlo.
Al contrario, un partner dominante sfrutta la fiducia per entrare negli account, scoprire le password o installare stalkerware per monitorare costantemente l’attività digitale dell’altro.

Alcuni strumenti permettono di leggere i messaggi, tracciare le chiamate o attivare telecamere e microfoni a distanza, senza che la vittima se ne accorga. In realtà, questi strumenti vengono utilizzati per monitorare e controllare, non per proteggere.
L’8% degli intervistati ha ammesso di aver installato o configurato uno stalkerware sul telefono del partner, mentre il 7% si è sentito obbligato a installare un’app di monitoraggio.