Una casa in Italia: gli acquirenti esteri continuano a crescere

Lo ha scoperto il portale immobiliare italiano per l’estero Gate-away.com: in base ai dati raccolti durante il 2024, gli Stati Uniti si confermano saldamente al primo posto nella classifica delle nazionalità più attive nella ricerca di immobili da acquistare in Italia. Il 29,92% delle richieste totali proviene infatti dagli USA. Al secondo posto, il Regno Unito (9,78%), che nonostante le difficoltà legate alla Brexit mostra come i cittadini britannici superino i tedeschi nella ricerca di abitazioni sul territorio italiano.

La Germania scende in terza posizione (9,58%), registrando una performance annuale negativa del -21%, in un trend al ribasso che prosegue dal 2022.
In ogni caso, anche nel 2024 l’Italia si conferma una delle mete preferite per chi cerca una nuova casa all’estero.

Il 5,6% di richieste proviene da stranieri in vacanza nel Belpaese

Tra le prime dieci nazionalità più attive nella richiesta di case all’estero si trova anche l’Italia, che raggiunge il quarto posto della classifica.
Come è possibile? Il motivo è semplice: il 5,6% di richieste totali sul portale viene effettuato da stranieri nel corso di un soggiorno nel nostro Paese.

Di fatto, l’Italia è seguita da Francia (4,88%), Canada (4,39%), Olanda (4,07%), Belgio (3,07%), Svezia (2,75%) e Svizzera (2,45%).
Particolarmente interessante la crescita su base annua delle richieste provenienti da Slovacchia (+65,69%), Grecia (+47,2%) e Messico (+46,6%).

Toscana, Sicilia, Lombardia le regioni preferite

La Toscana guida la classifica delle richieste regionali, con il 16,89% del totale, seguita da Sicilia (10.16%), Lombardia (8.86%), Liguria (8,16%) e Puglia (8%).
Sul fronte provinciale, Como è al primo posto (4,7%), seguita da Perugia (4,62%), Lucca (4,57%) e Cosenza (4,36%).
Rispetto al 2023, performance significative si registrano a Ragusa (+78,47%), Nuoro (+59,41%) e Biella (+55,95%).
Le abitazioni più ricercate continuano a essere gli appartamenti (19,67%), seguiti da ville (15.71%) e case indipendenti (12.37%).

Non mancano alcune soluzioni tipiche del territorio italiano, come, ad esempio appartamenti (+18.3%) e dimore storiche (+6.56%), segnale dell’interesse per l’unicità e il fascino del patrimonio architettonico italiano. Ma si evidenzia un incremento anche per costruzioni tipiche del Sud Italia, come dammusi e sassi.

Valore medio 423.286 euro, -2,46% rispetto al 2023

Il valore medio degli immobili richiesti nel 2024 si attesta a 423.286 euro (-2,46% rispetto al 2023).
Le richieste di acquisto si concentrano principalmente su immobili fino a 250mila euro (oltre il 60% del mercato). Domina la fascia fino a 100mila euro (41,61%), seguita da quella tra 100 e 250mila (25,06%).
Gli immobili tra 250 e 500mila euro rappresentano il 16,7%, quelli tra 500mila-1 milione sono il 9,66%.

Quanto alla metratura, gli acquirenti stranieri si orientano principalmente verso immobili con superfici superiori a 120mq (53,7%), seguiti da immobili tra 80-100mq (12,23%).
Predominano poi le abitazioni con 2 camere da letto (28,6%) e 3 camere da letto (21,93%), ma crescono le richieste per immobili con 7 camere o più (+9,49%), segno di un rinnovato interesse per le proprietà di grandi dimensioni.

Affitti a breve termine: diventa obbligatorio il Codice Identificativo Nazionale

Dal 1° gennaio 2025, i proprietari di immobili destinati agli affitti a breve termine saranno tenuti a esporre obbligatoriamente il Codice Identificativo Nazionale (CIN). Tuttavia, non tutti sembrano pronti ad adeguarsi alla normativa.

Secondo un’indagine condotta da Facile.it in collaborazione con mUp Research e Norstat, il 33% dei proprietari di case, pari a circa 230.000 persone, dichiara di non essere a conoscenza di questo obbligo.

Chi sono i proprietari degli immobili?
Contrariamente all’idea comune, il 62% di coloro che affittano a breve termine lo fa per integrare il proprio reddito principale, senza considerarlo un’attività professionale. Tuttavia, tra i giovani proprietari di età compresa tra i 25 e i 34 anni, la situazione è diversa: per il 61% degli intervistati, l’affitto a breve termine rappresenta un vero e proprio lavoro.

Le motivazioni che spingono i proprietari verso questa modalità sono diverse. Il 39,8% la sceglie per ottenere maggiori guadagni rispetto agli affitti a lungo termine; il 35,7% la preferisce per evitare i rischi legati agli inquilini morosi; il 28,3% per avere la possibilità di usare l’immobile in caso di necessità. Infine, il 13,7% ha optato per questa soluzione dopo esperienze negative con affitti tradizionali.

Il grado di preparazione e le difficoltà
La normativa, inizialmente prevista per novembre 2024, è stata posticipata al nuovo anno, ma molti proprietari sono ancora impreparati. Secondo l’indagine, il 44% non ha ancora richiesto il CIN e il 33% lo ha fatto ma non lo ha ancora ricevuto. In pratica, solo il 20% dei proprietari è pronto a rispettare le nuove regole.

Tra chi non ha ancora richiesto il codice, il 30% prevede di farlo a breve, mentre il 38% vuole prima informarsi meglio. Un 9,3% di proprietari, invece, ha dichiarato che abbandonerà l’attività, considerandola ormai troppo complessa. La percentuale sale al 14% tra i residenti nel Sud e nelle Isole. Infine, il 6% del campione ha affermato che continuerà ad affittare ignorando l’obbligo.

Novità per la sicurezza degli ospiti
Oltre al CIN, la normativa introduce l’obbligo di installare dispositivi di sicurezza negli immobili, come rilevatori di fumo, estintori e rilevatori di monossido di carbonio. Su questo fronte, i proprietari sembrano più attenti: il 63% ha già installato rilevatori di fumo, e quasi due su tre si sono dotati di estintori. Tuttavia, solo il 49% ha installato i rilevatori di monossido.

Assicurazioni e protezione
Sebbene non obbligatorie in tutte le regioni, molte polizze casa sono state sottoscritte dai proprietari: il 65% ha un’assicurazione per tutelarsi da eventuali danni agli ospiti e il 68% ha polizze che proteggono l’immobile. Questi strumenti, pur facoltativi, offrono un’ulteriore garanzia in un settore sempre più regolamentato.

Franchising, nel 2023 accelera il business: più occupati e punti vendita 

Con un giro d’affari che nel 2023 sfiora 34 miliardi di euro, +9,9% rispetto al 2022, razionalizzazione è la parola che meglio riassume le tendenze del franchising in Italia. Un settore che vale l’1,8% del PIL e che conferma l’accelerazione del business.
È quanto emerge dal Rapporto Assofranchising Italia 2024 – Strutture, Tendenze e Scenari realizzato da Nomisma per Assofranchising, marchio di rappresentanza del franchising italiano aderente a Confcommercio-Imprese per l’Italia.

Secondo il Rapporto, nel 2023 cresce il numero di punti vendita, che raggiungono 65.806 unità (+4.664 rispetto al 2022), con una spinta superiore rispetto al trend registrato in passato (+7,6% vs 2,2%).
Parimenti crescono anche il numero degli occupati, che si attesta a 287.767 (+34.919 unità).

Nuove insegne per i grandi brand

L’affiliazione a un franchisor si consolida come una soluzione in grado di offrire un rapido posizionamento strategico per entrare nel mercato con una base solida, riducendo il rischio d’impresa. 
Per il 2024 le previsioni sul fatturato complessivo del comparto sono viste in crescita nell’ordine del +4,3%, con alcuni settori merceologici dove è previsto un aumento a doppia cifra, tra cui cura e benessere della persona (+10,3%).

Gli elementi che hanno caratterizzato la crescita sono riconducibili in particolare agli investimenti attuati per coinvolgere nuovi franchisee, soprattutto da parte dei grandi brand, e la creazione di nuove insegne.
Ma se da una parte crescono punti vendita e addetti coinvolti, dall’altra diminuiscono le insegne attive. Considerando le insegne operative, nonostante l’inserimento di nuovi player, continua il trend discendente accentuato nel 2022, e nel 2023 sono 25 le insegne venute a mancare. 

AI ancora poco utilizzata dai franchisor

Quanto alle tecnologie impiegate dal comparto, soltanto il 19% degli intervistati dichiara di utilizzare l’Intelligenza artificiale nei processi aziendali, mentre il 27% la impiega sporadicamente.

La necessità di innovare e creare un vantaggio competitivo è il fattore chiave che ha spinto le aziende a utilizzarla la prima volta. Comunicazione, marketing e CRM sono invece gli ambiti dove l’AI viene utilizzata più frequentemente (84%), seguita da sicurezza informatica (34%), produzione (33%) e logistica (23%).
La mancanza di competenze ed expertise è la prima causa che disincentiva l’utilizzo dell’AI, anche se nel 2028 si prevede un utilizzato da parte di un’azienda su 2.

ESG: un presidio fondamentale  

L’attenzione da parte delle aziende che operano in franchising sui tre pilastri ESG (impegno sociale, ambientale e buone pratiche di governance) è abbastanza omogenea, tuttavia, anche se nelle imprese l’ambito ESG è presidiato, nel 76% dei casi manca un referente.

Presidiare i temi ESG è fondamentale per le aziende al fine di comunicare apertamente il proprio impatto su ambiente, società ed economia (63%), ma anche per aumentare la propria competitività (43%).
La sostenibilità e l’impegno sociale sono gli ambiti dove la cultura aziendale si è più radicata, con l’87% delle imprese che ha realizzato almeno un’azione per ridurre il proprio impatto ambientale, e l’86% almeno una procedura o policy relativa ai temi sociali.

L’Intelligenza artificiale migliora le fasi del recruiting. Parola di HR

Il 97% degli HR a livello globale e il 94% in Italia ha già utilizzato le nuove tecnologie digitali per migliorare le tre fasi cruciali del recruiting, ovvero, attrarre, coinvolgere e fidelizzare i talenti.
L’Intelligenza artificiale è, e sarà, sempre più centrale al lavoro. Sa per essere assunti sia per trovare le giuste risorse. In pratica, sarà sempre più indispensabile per lavorare. 

Emerge dal Talent Trends Report di Randstad Enterprise, condotto in 21 Paesi fra oltre 1000 human capital leader di grandi organizzazioni e diversi settori. E per il 76% dei Direttori del personale AI e Big Data stanno già influenzando la gestione dei talenti in azienda, nonché le decisioni relative ad assunzioni, promozioni, formazione e sviluppo.

L’AI apre le porte anche a un percorso professionale più dinamico

Ma l’Intelligenza artificiale apre le porte anche a un percorso professionale più dinamico e in linea con le proprie competenze, e il 65% degli HR ha investito in strumenti digitali per favorire la mobilità interna dei talenti.

Per ora, a un anno e mezzo dal boom di ChatGPT, ancora pochi HR utilizzano direttamente l’Intelligenza artificiale per identificare profili ad alto potenziale e ricercare competenze specifiche (30% mondiale, 14% Italia). Dati che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme sulla reattività del nostro sistema.

Le due grandi sfide del futuro

Secondo la ricerca Randstad, gli HR di tutto il mondo individuano due grandi sfide per il futuro, ed entrambe riguardano le competenze: maggiore concorrenza per le competenze di difficile reperibilità, e crescente carenza delle competenze specialistiche.
Emerge poi una sfida di più ampio respiro, che tocca le radici del sistema lavoro italiano, ovvero l’incapacità di attrarre candidati qualificati.

Questo problema, unito alle previsioni future fatte dagli HR, rischia di rendere poco efficiente la ricerca di personale in un Paese che già ora registra una delle più basse produttività dell’area Ocse e una profonda crisi di competenze.

In Italia pesano crisi demografica e situazione economica

Ma la situazione nel Belpaese è delicata anche a causa della crisi demografica, che incide sulla situazione economica e che da essa, almeno in parte, dipende.
Insomma, le persone con le competenze richieste dal mercato saranno poche, ed è vietato lasciarsele sfuggire.

Per questo, riferisce Adnkronos, diventa cruciale l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale. Intanto, agli HR viene chiesto di fare sempre di più, ma con meno budget e meno personale. Come testimoniato dal 64% degli intervistati, sia a livello globale sia in Italia.

Franchising in Italia, un comparto che produce valore

Il franchising si rivela essere un pilastro dell’attività economica italiana. L’impatto di questo specifico comparto è stato messo in luce da uno studio condotto da Nomisma per conto di Assofranchising, rappresentante del franchising italiano sotto Confcommercio-Imprese per l’Italia. Nello specifico, lo studio ha valutato e misurato le componenti dell’impatto socio-economico riconducibili alla presenza e all’attività del franchising nel nostro Paese.

Un settore resiliente nonostante le crisi congiunturali

Nonostante le sfide congiunturali, il settore ha registrato un fatturato di 30,9 miliardi di euro nel 2023, segnando una crescita del 7,1% rispetto all’anno precedente. Complessivamente, impiega 252.848 addetti. Lo studio di Nomisma ha stimato gli effetti direttamente riconducibili al comparto del franchising in Italia attraverso le proprie attività e gli acquisti presso i fornitori (impatto diretto), quelli prodotti dal comparto lungo tutta la catena del valore (impatto indiretto) e gli effetti riconducibili all’incremento di domanda finale determinato dai percettori di reddito coinvolti a vario titolo nelle attività innescate dal comparto del franchising (impatto indotto).

Secondo gli ultimi dati disponibili, l’attività del comparto del franchising ha generato un impatto in termini di valore aggiunto pari a 37,122 miliardi di euro: di questi, 21,7 miliardi di euro sono attribuibili all’attivazione diretta, 4,4 miliardi a quella indiretta e 11,0 miliardi di euro all’indotto. L’impatto complessivo stimato da Nomisma è pari al 2,2% del Valore Aggiunto generato dal totale dell’economia nazionale.

Il moltiplicatore finale è 2,8

Considerando il valore della produzione, ogni euro investito nel franchising genera 2,8 euro nell’economia nazionale, con un impatto complessivo stimato di 85,686 miliardi di euro. Il franchising sostiene l’occupazione con 657.219 posti di lavoro generati, con un moltiplicatore finale di 2,6, contribuendo così al tessuto economico del Paese. I redditi da lavoro dipendente complessivamente generati sono pari a 14,5 miliardi di euro.

Fiducia e fedeltà dei consumatori

In un contesto non facile sotto il profilo economico, a livello globale, , i consumatori trovano nel franchising un punto di riferimento sicuro. In particolare, gli utenti riconoscono una buona fiducia nel settore e confermano il rapporto di fedeltà che i brand hanno saputo instaurare con il mercato, come sottolineano Roberta Gabrielli e Paola Piccioni di Nomisma. Il franchising emerge dunque non solo come un modello di business di successo ma anche come un elemento chiave nell’impulso all’economia nazionale, con effetti che si riflettono in termini di crescita, occupazione e fiducia dei consumatori.

L’impatto della tecnologia 5G nel 2024

Negli ultimi anni, la tecnologia 5G ha trasformato radicalmente il panorama tecnologico, offrendo connettività più veloce e affidabile rispetto alle generazioni precedenti. Nel 2024, l’implementazione su larga scala della rete 5G sta rivoluzionando settori cruciali, dall’Internet delle cose (IoT) alla salute e all’industria.

Dalle smart city alla salute

Uno degli aspetti più significativi è la trasformazione dell’IoT. La connettività 5G offre una latenza ridotta e una maggiore larghezza di banda, consentendo la comunicazione istantanea tra dispositivi. Questo ha reso possibile lo sviluppo di smart cities, in cui dispositivi come semafori, sensori ambientali e veicoli comunicano in tempo reale per ottimizzare il traffico e migliorare l’efficienza energetica.

Nel settore della salute, la tecnologia 5G ha aperto nuove opportunità per la telemedicina. La trasmissione di dati ad alta velocità consente consulenze mediche virtuali più fluide e interventi chirurgici remoti più precisi. Questa innovazione è particolarmente cruciale in situazioni di emergenza, dove la connessione veloce può fare la differenza tra la vita e la morte.

I vantaggi nel settore industriale

L’industria manifatturiera sta anch’essa beneficiando della rete 5G. La comunicazione ultraveloce supporta l’implementazione di tecnologie avanzate come la realtà aumentata (AR) e la realtà virtuale (VR) nell’ambito della formazione e della manutenzione industriale.

Questa implementazione consente un apprendimento più efficace e una manutenzione predittiva, riducendo i tempi di fermo e aumentando l’efficienza produttiva.

La questione della privacy

Nonostante i numerosi vantaggi, la diffusione della tecnologia 5G solleva anche preoccupazioni riguardo alla sicurezza e alla privacy. La crescente interconnessione dei dispositivi e la vasta quantità di dati trasferiti richiedono un attento monitoraggio e protocolli di sicurezza avanzati per proteggere le informazioni sensibili.

In conclusione, la tecnologia 5G ha già dimostrato di essere un catalizzatore per l’innovazione in vari settori nel 2024. Con il suo impatto trasformativo sulla connettività e sulla comunicazione, questa tecnologia continua a modellare il futuro, aprendo la strada a nuove possibilità e sfide che richiedono una gestione attenta e responsabile.

Quali sono le 12 professioni del futuro?

Quali sono le 12 professioni del futuro, sulla base della rivoluzione tecnologica in corso? I profili dei lavoratori di domani sono state identificate nella ricerca “Stranger Skills” condotta da PHD Media, agenzia media, comunicazione e marketing di Omnicom Media Group.
I risultati del sondaggio coinvolgono marketer, HR & Head Hunter e futuri professionisti del settore, offrendo uno sguardo sulle potenziali evoluzioni nel mondo del lavoro.

Machine Learning Creative Producer e Creator Collaborator

Tra le professioni emergenti, si evidenziano il “Machine Learning Creative Producer” e il “Creator Collaborator”. Il primo si occupa di sviluppare creatività in modo rapido e automatico attraverso innovativi software, riducendo i tempi di produzione e migliorando le performance con il tocco umano del MLCP.
Il secondo, “Creator Collaborator”, lavora con creator e influencer per promuovere il brand, utilizzando avanzate tecnologie di comunicazione ed e-commerce.

Ci sono anche il Conversational AI Developer e il Game Commerce Expert

Altri ruoli chiave includono il “Conversational AI Developer”, che crea comunicazioni interattive utilizzando diverse tecnologie, consentendo agli utenti di interagire direttamente con personaggi pubblicitari.
Nel settore del commercio elettronico, spiccano le figure del “Game Commerce Expert” e del “Video Commerce Specialist”, che si occupano rispettivamente di sviluppare nuove forme di e-commerce nelle piattaforme di gioco online e di integrare strategie di acquisto all’interno di ambienti video.

La rivoluzione nelle HR…

La tecnologia avrà un impatto significativo anche nella gestione delle risorse umane e dell’interoperabilità delle tecnologie. Saranno richieste figure come il “Diversity, Equity & Inclusion Manager”, responsabile della promozione della diversità e dell’inclusione all’interno delle organizzazioni, e il “Technology Orchestration Professional”, con competenze tecniche per collegare attività diverse e facilitare la collaborazione tra team.

… e nella sostenibilità

La ricerca sottolinea inoltre l’importanza delle professioni legate alla sostenibilità, come il “Sustainability Manager”, incaricato di monitorare gli impatti ambientali e sociali delle aziende, sviluppando strategie sostenibili per ridurre gli effetti negativi e promuovere l’etica aziendale. Infine, il “Decision Science Algorithm Trainer” sarà coinvolto nell’addestramento di algoritmi per prendere decisioni di marketing, assegnando punteggi dinamici agli utenti in base alla loro propensione all’acquisto.

Lo studio sottolinea la necessità di adattarsi a nuove competenze e abitudini, affrontando i cambiamenti epocali nel mercato del lavoro attraverso un approccio che integri creatività, tecnologia e umanesimo. In questo scenario così dinamico, la formazione continua è vista come un pilastro fondamentale per mantenere la rilevanza e la competitività.

Commercio: nel 2023 aperte solo 20mila nuove attività commerciali

Una crisi che ha falcidiato il tessuto commerciale italiano, e che senza un’inversione di tendenza è destinata a continuare.
Carovita, rallentamento dei consumi, concorrenza della grande distribuzione e del web non accelerano solo le chiusure di imprese nel commercio, ma fanno crollare anche le ‘nuove nascite’.
Oggi aprire un negozio è una missione sempre più impossibile.

Per il 2023 l’Osservatorio Confesercenti, sulla base di elaborazioni dei dati camerali, stima che abbiano tirato su la saracinesca per la prima volta poco più di 20mila attività, l’8% in meno del 2022. È il numero più basso degli ultimi dieci anni: nel 2013 erano state oltre 44mila, più del doppio. E nel 2030 saranno circa 11mila.

Un crollo generalizzato

Il ‘crollo delle nascite’ riguarda quasi tutte le tipologie di commercio in sede fissa, con cali particolarmente rilevanti per i negozi di articoli da regalo e per fumatori (-91%, -1.293 nuove aperture vs 2013), gestori carburanti (-80%, -441), edicole e punti vendita di giornali, riviste e periodici (-79%, -625), ma anche negozi di tessile, abbigliamento e calzature, che nel 2023 dovrebbero registrare solo 2.167 iscrizioni di nuove attività (-3.349).

Con la progressiva riduzione della rete di negozi, anche gli intermediari del commercio perdono pezzi. Per il 2023 si prevedono solo 9.306 nuove iscrizioni, quasi la metà delle 18.149 del 2013.
Tra le attività del commercio, le nuove imprese aumentano solo nel commercio via internet, che vede esplodere le iscrizioni rispetto a dieci anni fa (6.427 quest’anno, +188%), comunque insufficienti a compensare il calo di natalità complessiva del settore (-23.320). 

Il caso commercio ambulante

Aperture in caduta libera anche per il commercio su aree pubbliche, che quest’anno dovrebbe registrare solo 3.626 nuove imprese, -9.377 rispetto al 2013.
Quello del commercio ambulante è un caso particolare. Se la situazione dei mercati appare compromessa da dieci anni di incertezza, ora il comparto ha frenato gli investimenti, causando la chiusura di migliaia di imprese e il depotenziamento dell’offerta.

Il crollo di aperture del 2023 è il culmine di una tendenza discendente: nel 2022 le nuove imprese erano solo 4.008 e 6.009 nel 2021, numeri lontanissimi dai livelli del 2013 (13.003) e dei primi anni del decennio passato. Se il trend degli ultimi due anni si mantenesse inalterato, nel 2025 non ci sarebbero più nuove iscrizioni.

Denatalità e territori

Nessuna regione sfugge alla riduzione di nuove imprese del commercio, con livelli di aperture ovunque inferiori rispetto al 2022, soprattutto nel Lazio e Sardegna (-11%), Campania e Sicilia (-10%).
Nel confronto decennale la denatalità peggiore è registrata dal Piemonte (-70% vs 2013, -3.201 aperture), seguito da Sardegna (-67%, -852), Lazio (-62%, -2.784), Sicilia (-61%, -2.360).

Considerando il numero assoluto delle nuove aperture, sempre rispetto al 2013, è la Campania a registrare il calo più consistente (-4.421), seguita da Piemonte (-3.201), Lazio (-2.784), Sicilia (-2.360), Lombardia e Veneto (rispettivamente -2.325 e -2.088).

“Milano Produttiva” guida l’economia nel 2022 

Nonostante il clima di incertezza geopolitica ed economica legata alle conseguenze della pandemia, lo scoppio del conflitto russo-ucraino e la recente crisi energetica, la macro area di Milano, Monza Brianza e Lodi continua a registrare risultati positivi. Secondo il Rapporto annuale ‘Milano Produttiva’, realizzato dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, nel 2022 l’economia delle tre province lombarde cresce del 4,7%, guidata da Milano (+5%), seguita da Lodi (+3,8%) e Monza Brianza (+2,9%). Decisiva è la spinta data dai comparti delle costruzioni (+9,1%) e dei servizi (+5,4%), che hanno contribuito a far registrare al territorio un surplus di 11 miliardi di euro rispetto alla situazione pre-pandemica.

Il tessuto imprenditoriale resiste alle incertezze

Grazie al contributo determinante di Milano (+8.126), il saldo tra nuove iscrizioni (30.630) e cancellazioni (21.618) nel 2022 è di 9.012 imprese in più, +1,9%. Un trend migliore di quello nazionale (+0,8%) e lombardo (+1,2%) che si traduce in quasi 390mila imprese operanti sui tre territori.
“L’economia dei nostri territori è in buona salute nonostante le tensioni dovute all’aumento dell’inflazione, al rialzo dei tassi e alla guerra in Ucraina – dichiara Carlo Sangalli, Presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. In particolare sono in aumento le start up innovative, che si stanno dimostrando molto resistenti alle crisi e alle tensioni degli ultimi anni”.

Cresce l’occupazione nella città metropolitana

Nel 2022 nella città metropolitana di Milano il tasso di occupazione si attesta al 70,1%, grazie ai circa 34mila posti di lavoro in più, e la disoccupazione diminuisce al 5,4%.
Complessivamente, nel territorio meneghino, gli occupati sono 1milione e 486mila, in crescita del +2,3%. Ma nonostante la crescita registrata nell’ultimo anno, nella provincia di Milano non si è ancora tornati ai livelli pre-pandemici. E se sono aumentate le donne occupate permane un divario di genere, poiché il tasso di occupazione femminile è inferiore dell’11,6% rispetto a quello maschile.
Resta inoltre elevato il tasso di disoccupazione giovanile (15-34 anni), che raggiunge quota 9,2%, valore, comunque, inferiore al dato nazionale (14,4%).

L’attrattività di Milano per il capitale umano qualificato

Milano continua a risultare attrattiva per il capitale umano qualificato, come dimostra la crescita del numero di giovani laureati provenienti dall’estero che si è mantenuta costante negli ultimi cinque anni.
Ciò si riflette sul sistema produttivo, grazie all’aumento delle start up innovative a guida giovanile e straniera, e delle start up internazionali che hanno stabilito a Milano una seconda sede.
In termini di attrattività turistica, dalla diffusione della pandemia la città si è riscoperta hub di un turismo di prossimità e domestico, a favore dell’intera area metropolitana. Questo, grazie alle nuove tendenze, come l’holiday working e il turismo sostenibile outdoor. Il volto turistico di Milano che porta alla città 6,7 milioni di persone, solo il 10% in meno dei numeri registrati prima della pandemia nel 2019.

Spesa digitale dei professionisti: tocca i 1,765 miliardi di euro nel 2022

Nel 2022, avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro italiani hanno investito complessivamente 1,765 miliardi di euro in tecnologie digitali, una cifra in linea con il 2021 (+0,4%). Tuttavia, la crisi energetica e quella delle supply chain degli ultimi anni hanno avuto impatti finanziari sull’ecosistema professionale, stabilizzando gli investimenti. Ma per il 2023, le previsioni sono più ottimistiche: la spesa digitale dovrebbe crescere del 7%, raggiungendo un valore stimato di poco meno di 1,9 miliardi di euro.

Gli studi multidsciplinari investono più delle altre categorie

Le spese in tecnologia variano notevolmente nel mondo degli studi professionali. Le organizzazioni multidisciplinari continuano a investire mediamente più delle altre categorie, con una spesa media di 25.060 euro, mentre i consulenti del lavoro spendono in media 11.950 euro, i commercialisti 11.390 euro e gli avvocati 8.890 euro. Il 41% degli studi multidisciplinari investe più di 10.000 euro, mentre solo l’11% degli avvocati raggiunge questa cifra. Quasi il 70% degli studi legali investe al massimo 3.000 euro all’anno in tecnologie. Inoltre, la categoria legale risulta essere la più colpita in termini di redditività, con solo il 57% degli studi in positivo nel biennio 2021-2022, a differenza delle altre discipline che superano il 70%.
Questo contesto genera pessimismo per il futuro della professione: negli studi monodisciplinari, gli ottimisti sono una minoranza (38% degli avvocati, 41% dei commercialisti e 45% dei consulenti del lavoro), mentre negli studi multidisciplinari il 59% è ottimista. 

Il digitale può essere un pericolo?

Il principale pericolo per il futuro, secondo i professionisti, è rappresentato dalle diverse piattaforme digitali, alcune delle quali ricorrono anche all’intelligenza artificiale, e potrebbero erogare servizi sostituendo le attività più standardizzate. Il secondo futuro pericolo per i professionisti è non riuscire ad assumere personale per supportare il percorso di crescita dello studio, mentre il terzo è non riuscire a realizzare il passaggio generazionale. Tutte le professioni rivelano difficoltà nel reclutare e trattenere giovani talenti, principalmente a causa della bassa retribuzione, della mancanza di percorsi di carriera strutturati e dello scarso bilanciamento tra lavoro e vita privata. Questi risultati emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Studi professionali, una nuova visione digitale per attrarre i giovani e far evolvere i clienti”.

Serve una nuova visione nei confronti del digitale

Gli esperti sottolineano che è necessaria una nuova visione nei confronti del digitale, affinché gli studi professionali possano introdurre nuovi paradigmi gestionali e supportare i processi decisionali con strumenti e informazioni per generare nuove visioni. Il digitale può essere una leva importante, ma è fondamentale anche lavorare internamente su questi temi per attirare nuovi talenti e svilupparsi ulteriormente.
Per quanto riguarda il patrimonio informatico, la fatturazione elettronica e le videochiamate sono utilizzate da oltre l’80% di tutti gli studi. Altri strumenti come le reti VPN e le piattaforme di eLearning hanno adesione più alta tra i consulenti del lavoro e gli studi multidisciplinari. Tuttavia, in generale, l’aggiornamento tecnologico avviene ancora a tassi contenuti, e le tecnologie di frontiera come l’intelligenza artificiale e la blockchain sono adottate solo da poche realtà lungimiranti.