Italia seconda sola alla Germania nel riciclo degli imballaggi

Per una volta, l’Italia si conferma tra i più virtuosi dei Paesi dell’area Ue, arrivando a tallonare in performance anche l’efficientissima Germania. Stiamo parlando del tasso di riciclo degli imballaggi, che per quanto riguarda il nostro Paese nel 2020 ha raggiunto quote davvero ragguardevoli:  lo scorso anno è stato avviato a riciclo il 73% dei pack immessi sul mercato, 3,3 punti percentuali in più rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalla relazione generale del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, che sottolinea come il risultato sia davvero un record, soprattutto se si considera che è stato ottenuto durante l’anno più difficile dell’emergenza sanitaria. Tra l’altro, una buona notizia è che tutte le aree del Paese hanno aumentato il conferimento dei loro rifiuti al sistema Conai, con tassi che vanno dal 5 al 6% dal Nord al Sud dello Stivale.

Seconda vita per 9 tonnellate di materiali

Complessivamente, sono state riciclate più di 9 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi sul totale delle 13 milioni immesse al consumo. Immesso che, ricorda una nota del Consorzio, “nel 2020 è calato di più del 4% rispetto al 2019 per il venir meno dei pack destinati ai settori commerciali e industriali. Ma grazie alla crescita della raccolta differenziata urbana, che ha fatto da traino e non è stata messa in crisi dalle difficoltà seguite al lockdown e alle restrizioni, le quantità riciclate non sono diminuite”. Grazie al riciclo, hanno potuto avere una seconda vita 371mila tonnellate di acciaio, 47mila e 400 di alluminio, 4 milioni e 48mila di carta, un milione e 873mila di legno, un milione e 76mila di plastica, 2 milioni e 143mila di vetro. Sommando ai numeri del riciclo quelli del recupero energetico, il totale di imballaggi sottratti alla discarica cresce e si avvicina all’84% (83,7%). Un totale di quasi 11 milioni di tonnellate. 

Già raggiunti gli obiettivi dell’Europa

L’Italia ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo complessivi che l’Europa impone ai suoi Stati membri entro il 2025. Tra cinque anni, infatti, ogni Paese dovrà riciclare almeno il 65% degli imballaggi: con cinque anni di anticipo, quell’obiettivo è già superato di 8 punti percentuali. Anche tutti i singoli materiali di imballaggio hanno raggiunto le percentuali di riciclo richieste entro il 2025. Resta indietro solo la plastica, ma di meno di due punti percentuali: nel 2020 in Italia ne è stata riciclata il 48,7%, ma “raggiungere il 50% richiesto dall’Unione in cinque anni non rappresenta un problema. Oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati” dichiara il presidente del Conai Luca Ruini.

Vacanze italiane extralusso, è caccia agli immobili più esclusivi

Non è certo un segreto che l’Italia sia una delle destinazioni più appealing del mondo per le vacanze. Ora, però, c’è una novità che riguarda il comparto del real estate: i Paperoni di ogni angolo del Pianeta sognano di trascorrere i loro soggiorni estivi nel nostro Paese, ovviamente alloggiando in location di puro lusso. Ad affermare che questo trend sia in decisa crescita è Luxforsale, portale specializzato nella promozione di immobili di lusso, che ha pubblicato il suo nuovo Osservatorio immobiliare dedicato al settore.

400.000 euro al mese per una dimora da sogno

I dati emersi dalla ricerca sono davvero sorprendenti: si scopre ad esempio che cii sono locatori disposti a spendere anche 400.000 euro al mese pur di vivere una vacanza in dimore di assoluto lusso in Italia. Un segnale che evidenzia la straordinaria attrazione che ha il nostro paese nei confronti di clienti alto spendenti interessati ad affittare immobili di lusso per le vacanze estive. Quali sono quindi le “case” più desiderate ed esclusive? In particolare i castelli, tipologia di immobile difficile da trovare nel resto del mondo, ma resta intatto l’appeal delle più “semplici” ville. Ma non è solo la location a fare la differenza nella scelta da parte dei ricchi vacanzieri: questi richiedono anche dotazioni particolari, come ad esempio grandi metrature, un numero elevato di camere da letto e di bagni (per poter accontentare anche i collaboratori),  affacci spettacolari su lago e mare e plus come la presenza di campi da tennis ed eliporti all’interno della proprietà.

Un boom di richieste

“Le richieste si concentrano principalmente in città d’arte o in prossimità del mare o dei laghi. E’ la prima volta che registriamo un impennata così radicale di immobili di lusso in affitto, considerando che rispetto allo scorso anno il nostro portale rileva un incremento del 79%” ha detto Claudio Citzia Ceo di Luxfrosale.  Le regioni più ricercate sono Sardegna, Liguria, Lombardia, Toscana, Puglia e Sicilia e i potenziali locatari derivano da ogni parte del mondo. Oltre agli italiani, infatti, ci sono clienti provenienti da Stati Uniti, Svizzera, Russia e Germania. 

Nuove opportunità per i proprietari

La tendenza in atto è così decisa che ormai è partita la caccia all’immobile di lusso per trascorrervi le vacanze. Tanto che sta cambiando anche l’atteggiamento da parte dei proprietari di queste dimore da sogno: se fino a pochi anni fa erano decisamente restii ad affittare le loro spettacolari case, oggi le cifre sul tavolo rendono difficile il rimanere indifferenti.

Nel 2020 il reddito delle famiglie crolla del 2,8%

Nel 2020 il reddito delle famiglie è diminuito del 2,8%. Nonostante gli interventi di sostegno attivati dalle misure anti-crisi, il reddito primario degli italiani si è ridotto di circa 93 miliardi di euro, e la spesa per i consumi finali si è contratta del 10,9%, portando la propensione al risparmio al 15,8%. Quanto al potere d’acquisto, ovvero il reddito disponibile espresso in termini reali, è diminuito del 2,6%, interrompendo la dinamica positiva in atto dal 2014. Si tratta, insomma, della crisi più forte dal 2012. Lo ha reso noto l’Istat, che ha diffuso il report I conti nazionali per settore istituzionale.

Flessione della spesa per consumi finali a -10,9%

La consistente flessione della spesa per consumi finali delle famiglie (-10,9%) ha generato un deciso incremento della quota di reddito destinata al risparmio, che passa dall’8,2% del 2019 al 15,8% del 2020. L’impatto della crisi sull’attività produttiva ha comportato una riduzione di circa 93 miliardi di euro del reddito primario delle famiglie (-7,3%). I redditi da lavoro dipendente sono diminuiti di circa 50 miliardi di euro (-6,9%), mentre quelli derivanti dall’attività imprenditoriale si sono ridotti di poco più di 40 miliardi di euro (-12,2%). In particolare, dalle piccole imprese di loro proprietà, le famiglie hanno ricevuto 28,7 miliardi in meno di utili rispetto al 2019.

Gli interventi di redistribuzione ammontano a circa 61 miliardi di euro

Il reddito disponibile delle famiglie è stato tuttavia sostenuto dalle amministrazioni pubbliche attraverso diversi interventi di redistribuzione, per un totale di circa 61 miliardi di euro. Da una parte, si è assistito a una riduzione delle imposte correnti per circa 4,7 miliardi di euro (-2,2% rispetto al 2019), e dei contributi sociali per circa 15 miliardi di euro (-5,4%), di cui poco meno di 5 miliardi di euro a carico dei lavoratori dipendenti e autonomi, e il resto a carico dei datori di lavoro. Dall’altra parte, le prestazioni sociali sono aumentate di 37,6 miliardi di euro (+9,6%), principalmente per le misure di sostegno al reddito.

Ridotti gli investimenti in abitazioni per circa 5,5 miliardi

In particolare, sono aumentate di 13,7 miliardi di euro le risorse destinate alla copertura della cassa integrazione guadagni (Cig) e di 14 miliardi gli altri assegni e sussidi, che includono circa 8 miliardi per il sostegno al reddito dei lavoratori autonomi. A copertura delle perdite legate alla crisi, alle piccole imprese e ai lavoratori autonomi (famiglie produttrici) sono stati erogati contributi a fondo perduto per circa 3,5 miliardi di euro, registrati come trasferimenti in conto capitale. Le famiglie consumatrici, riporta Askanews, per la prima volta dal 2015 hanno ridotto gli investimenti in abitazioni per circa 5,5 miliardi di euro (-8,4%).

Nel 2021 il 16% degli occupati lavorerà da casa

Nel 2019 i lavoratori in smart working nelle imprese private in Italia erano meno di un milione. Prima del Covid-19 in Italia il lavoro agile era un fenomeno di nicchia, l’azienda decideva se renderlo disponibile in base alle necessità e alle policy di welfare aziendale. Di fatto, con l’emergenza sanitaria da Covid-19 il modello organizzativo del lavoro è stato al centro di un cambiamento importante: in poco più di due mesi si è registrato un passaggio dal 3% al 34% di lavoratori in modalità remote working.

Si tratta di uno dei dati emersi dall’Osservatorio The World after Lockdown, curato da Nomisma e Crif.

Il fenomeno dello smart working in Italia 

Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria la percentuale di lavoratori “agili” è cresciuta fino al 34% sul totale degli occupati (circa 7 milioni di lavoratori), per la maggior parte nel settore privato e circa 2 milioni nella PA. Con la progressiva riapertura delle attività produttive, a partire dalla metà di maggio a oggi, la quota di lavoratori da remoto si attesta al 24%, con 1 milione di smart worker nella PA e 4 milioni nel settore privato. Ma parlare di smart working, ossia lavoro agile, con organizzazione autonoma e mansioni scansionate per obiettivi, in realtà è fuorviante. Infatti il 97% di chi ha lavorato da remoto lo ha fatto da casa, mantenendo stessi orari e stessi ritmi del lavoro in sede. Complessivamente solo il 9% (prevalentemente nella fascia under 30) si è connesso almeno una volta da un locale pubblico o uno spazio di co-working

Il profilo del lavoratore “agile”

La quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i Millennials, passando da 24% a 27%, al Nord (27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). La propensione allo smart working è più forte nelle aziende più grandi: è 31% la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti, contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti, e nelle multinazionali, dove la quota di chi lavora in remoto arriva al 53%, e in ambito pubblico (44%). Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono Informatica e Telecomunicazioni, dove la quota di telelavoratori si alza fino al 56%.

Previsioni per il futuro

Per il 2021 Nomisma stima che il 16% dei lavoratori italiani svolgerà ameno una giornata di lavoro da remoto. È opinione comune che il lavoro agile tenderà a diventare un fenomeno strutturale, il che dovrà comportare un forte cambiamento in tutti i soggetti coinvolti, lavoratori, imprese, istituzioni e sindacati. Il primo passo verso uno smart working più efficace riguarda la formazione. Il 74% degli italiani evidenzia l’imminente necessità di ricevere una formazione sulle potenzialità dello smart working e sulla digitalizzazione del lavoro. Ma perché sia una vera opportunità dovrebbe essere modulato lasciando al lavoratore stesso la possibilità di decidere se, quando e dove effettuarlo.

A maggio vendite auto in discesa, ma l’elettrico raddoppia grazie all’Ecobonus

Dopo un leggero segno più ad aprile, l’unico del 2019, il mercato auto a maggio torna in territorio negativo. A maggio 2019 infatti la motorizzazione ha immatricolato 197.307 autovetture, -1,19% rispetto a maggio 2018 (199.692), mentre ad aprile 2019 sono state immatricolate 174.775 autovetture, con una variazione di +1,68% rispetto allo stesso mese del 2018 (171.886). E il volume globale delle vendite (570.983 autovetture) ha interessato per il 34,56% auto nuove e per il 65,44% auto usate. Diversa la situazione per le immatricolazioni di vetture elettriche, che a maggio 2019 segnano 1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato. E quasi il doppio di quelle di maggio 2018.

Calo a doppia cifra per il diesel, cresce la benzina, e l’elettrico vola

Per quanto riguarda le vendite di Fca in Italia a maggio calano del 6,09%, e le immatricolazioni, secondo i dati del ministero dei Trasporti, sono state pari a 51.798 auto contro le 55.160 di maggio 2018, mentre la quota mercato è passata dal 27,6% al 26,2% (-1,37%).

Nel mese, inoltre, continuano a calare a doppia cifra le immatricolazioni di autovetture diesel (-20%, 20.000 unità in meno rispetto a maggio 2018), con una quota del 42%, mentre prosegue il trend di crescita della benzina (+22,5% con una quota di mercato del 44%). Le immatricolazioni di vetture elettriche di maggio 2019 (1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato) sono invece quasi il doppio di quelle di maggio 2018, che a loro volta erano il quadruplo di quelle vendute a maggio 2017.

Primi cinque mesi 2019 quasi 3.600 auto elettriche immatricolate

I primi 5 mesi dell’anno raggiungono invece le 910.093 vetture immatricolate, riducendo la flessione a un -3,8% nel confronto con le 946.381 auto dello stesso periodo dello scorso anno. Nei primi cinque mesi dell’anno, riporta Askanews, il diesel segna una contrazione del 24%, mentre per le auto a benzina l’incremento è del 24%. Sempre nei primi cinque mesi del 2019, le auto elettriche immatricolate sono quasi 3.600, il doppio rispetto a un anno fa. Le auto ricaricabili rientrano per la maggior parte tra quelle che usufruiscono dell’Ecobonus.

Ibride a +36%

Anche le auto ibride (incluse le plug-in) riportano una crescita del 36% a maggio (con una quota del 5,4%, un punto e mezzo in più rispetto a maggio dello scorso anno) e del 33% nei primi 5 mesi. Tra le ibride nel mese registrano la crescita maggiore le ricaricabili: +53% e 480 unità, contro il +35%, e 10.000 unità delle ibride tradizionali, che nel primo trimestre del 2019 hanno collocato l’Italia al secondo posto in questo segmento di mercato in UE28+Efta. “La misura dell’Ecobonus – spiega l’Anfia – sta spingendo un comparto che a fine anno potrebbe rappresentare tra l’1% e il 2% del mercato totale, ma in un contesto di infrastrutture ancora fortemente carenti”.

Millennials italiani e lavoro: pronti a rinunciare a 3mila euro per la flessibilità

I giovani italiani sono attratti dalle mulinatinazionali, anche se sono pronti ad ammettere che “piccolo può essere bello”. Però i giovani pensano in grande, e soprattutto puntano alla libertà anche professionale. Lo rivela una recente ricerca condotta da ForceManager, azienda spagnola attiva nel settore del Crm mobile, presente da qualche mese in Italia attraverso l’acquisizione della startup Sellf, nata all’interno del campus di H-Farm.

L’identikit dei Millennials

I ragazzi italiani, in base all’identikit tracciato da ForceManager, sarebbero pronti a fare impresa, attirati dalle startup (il 35%) quasi quanto dalle multinazionali (la scelta del 47% degli intervistati). Ma soprattutto sarebbero disponibili a rinunciare anche a 3 mila euro all’anno in cambio di smart working e “nomadismo digitale”. Secondo l’indagine, condotta su giovani tra 22 e 37 anni, il 35% guarda all’Intelligenza artificiale con ottimismo perché semplificherà il lavoro, specie lontano dall’ufficio. Non mancano le sorprese anche quando si parla di remunerazione: ad esempio, per il 52% dei millennial italiani benefit e “lavoro agile contano di più della cifra indicata nell’ultima riga della busta paga. In particolare, rinuncerebbero fino a 3mila euro all’anno (250 euro al mese), a fronte della possibilità di essere inclusi in programmi di smart working, potendo così gestirsi autonomamente i tempi del lavoro e della vita privata, e di fare parte di progetti di nomadismo digitale. Ovvero, avere la possibilità di lavorare viaggiando, spostandosi da una città all’altra, sfruttando le potenzialità del digitale” riporta l’indagine.

Meno posto fisso più flessibilità

Anche se l’Italia è tradizionalmente associata al mito del posto fisso, forse per le nuove generazioni non è più così. La ricerca mette infatti in luce una nuova tendenza: il 42% dei Millennial italiani rinuncerebbe a un normale stipendio “competitivo” se venisse offerto loro un pacchetto retributivo variabile dove, accanto a una parte fissa, ci fossero bonus e stock option, collegati direttamente al rendimento dell’azienda. I giovani (53%) prediligono orari di lavoro tarati sui ritmi nord-europei, con ingresso in ufficio presto e pausa pranzo ridotta allo stretto necessario, per tornare a casa non più tardi delle 17.30. Per il 75% è poi fondamentale sentirsi coinvolti nel progetto aziendale per il quale lavorano e, allo stesso tempo, sono importanti programmi di wellness, come per esempio corsi di yoga o mindfulness, o iniziative attive di beneficenza o di socializzazione, come dei corsi d cucina. Tuttavia, nonostante i desideri, “Al momento non più del 18% vive quotidianamente questa realtà, all’interno dell’azienda per cui lavora; ma ben il 65% l’apprezzerebbe”.

Imprenditori lombardi campioni di export: +9% rispetto all’anno scorso

Buone notizie per il business lombardo. La Regione, infatti, si rivela campionessa di export con 300 milioni di euro al giorno. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Camera di Commercio di Milano, su elaborazioni dei dati Istat riferiti al primo trimestre 2017,  emerge che la Lombardia vale 60 miliardi di scambi nei primi tre mesi del 2017. Rispetto allo stesso periodo dell’anno passato, si registra un notevole incremento: +9%. E gli imprenditori lombardi si riconoscono il primato, assegnandosi un bel 7 come voto in attività all’estero. Per 3 aziende su 4 centrale è la qualità del prodotto, per 1 su 3 più difficile andare all’estero per la concorrenza globale.

In Lombardia il 28,6% dell’interscambio nazionale

Sull’interscambio nazionale, che nel primo trimestre 2017 ammonta a 211 miliardi (+11,7%), la Lombardia rappresenta il 28,6% del totale italiano. Buone notizia sul fronte sia dell’iimport sia dell’export: nei tre mesi esaminati registrano rispettivamente 31 miliardi (+10%) e 29 miliardi (+8,6%), che pesano il 30,6% e 26,7% del totale italiano. L’export, in particolare, per la Lombardia pesa oltre 300 milioni al giorno. Milano è il territorio che registra il maggior interscambio con 26 miliardi in tre mesi: il 43% del totale lombardo e in crescita del 5,8%. Seguono Brescia (+9,6%) e Bergamo (+5,8%), entrambe con 6 miliardi in tre mesi. Prima Milano anche nell’export con 10 miliardi in tre mesi (+9%). Seconde Brescia (+8,7%) e Bergamo (+5,8%), con quasi 4 miliardi in tre mesi. Superano i due miliardi in tre mesi Monza e Brianza (+15,5%) e Varese (+1%).

Mercati esteri fondamentali per gli imprenditori della Lombardia

Per le imprese milanesi e lombarde attive anche a livello internazionale, il business estero è molto importante. Una tendenza testimoniata dal fatto che il loro fatturato è influenzato in maniera significativa dall’attività sui mercati esteri. Per circa il 37% degli imprenditori coinvolti nella rilevazione, infatti, il business internazionale pesa per oltre il 50% del fatturato. Quasi tutti gli intervistati manifestano la volontà di aumentare il proprio business internazionale e il 74,4% considera la qualità del proprio prodotto il valore aggiunto per il successo nei mercati esteri. Una parte degli imprenditori coinvolti (36%) sostiene di avere relazioni di business in più di 10 paesi e i mercati principali sono nell’Unione Europea per il 66%. Nei prossimi anni punteranno a diversificare: il 31% intende comunque restare concentrato sui mercati dell’Unione Europea.

Costi e dimensioni le criticità

Le problematiche espresse dagli imprenditori, tuttavia, non mancano. Le criticità, indicate dalle stesse imprese, sono: dimensione aziendale (42%), costi d’accesso elevati (28%) e la scarsa conoscenza dei mercati (24%). Il 35% sostiene che negli ultimi anni è più complicato fare business all’estero a causa di un incremento della globalizzazione e della relativa concorrenza internazionale

Italia, il traffico aereo decolla specie sul lungo raggio

Crescono i viaggi intercontinentali in aereo, con un incremento del 3,5% sull’anno precedente. Lo rivela il board che rappresenta 52 compagnie aeree nazionali e straniere operanti in Italia, che ha analizzato il numero e la tipologia dei biglietti aerei venduti dalle agenzie di viaggio nazionali nel corso del primo semestre 2017. Un quadro decisamente positivo per quanto riguarda i viaggi intercontinentali, per i quali si registra un incremento complessivo pari al 3,5%. Insomma, la situazione del mercato di casa nostra – anche per quanto riguarda i viaggi, siano essi business o di pacere – è certamente positivo. Ma quali sono le destinazioni, divise per aree geografiche, preferite dai nostri connazionali? Dove hanno scelto di volare gli italiani nei primi sei mesi dell’anno?

Asia, la Cina resta la meta numero uno

La Cina, con 165.000 biglietti venduti, resta la destinazione preminente per quanto riguarda i volumi. Anche se, segnala il rapporto delle compagnie aeree, ci sono tante mete che hanno registrato nel primo semestre dell’anno numeri di tutto rispetto, con performance decisamente positive. Come le Maldive (+17,3%), Sri Lanka (+16,7%) ed India (+13,6%), le tre mete che mettono a segno le migliori percentuali di crescita.

Africa, quella Nord mantiene le posizioni

Le nazioni del Nord Africa, come  Egitto, Marocco e Tunisia, confermano le loro performance in termini di volumi. Ma crescono tantissimo, soprattuto per il loro appeal legato alla natura e agli animali grazie agli splendidi parchi nazionali, la  Tanzania (+40,1%) e il Kenya (+22,5%).

Americhe, gli States sono sempre un sogno

Gli Stati Uniti d’America sono la meta preferita dai nostri connazionali, con quasi 350.000 biglietti venduti in Italia nel primo semestre 2017. Come a dire, l’American Dream è ancora intatto, almeno per quanto riguarda i viaggiatori.  Bene anche Cuba (+46,8%) e Messico (+20,3%): grazie a nuovi collegamenti aerei diretti, sono cresciuti in modo significativo gli arrivi dal nostro Paese.

Sul medio raggio vincono Europa, low cost e mete di casa

Non ci sono invece particolari sorprese per quanto riguarda i voli in Europa, che restano in linea con le tendenze di mercato. Sono infatti difficilmente misurabili i numeri delle compagnie low cost che non vendono, se non marginalmente, attraverso la rete di agenzie di viaggio e che invece conquistano sempre più il cuore dei viaggiatori italiani. Un ‘altra tendenza emersa dall’indagine, complice anche i timori legati alla sicurezza internazionale, è il consolidarsi delle destinazioni italiane quali meta per le vacanze.

Pubblica Amministrazione, debutta il “cassetto digitale dell’imprenditore”

 

Piccola, grande rivoluzione per il mondo dell’imprenditoria italiana. Da ora, infatti, i circa 10 milioni di cittadini-imprenditori italiani potranno avere sottomano e soprattutto sotto controllo numerose informazioni in merito alla propria azienda, attraverso lo smartphone o il tablet. Ha infatti fatto il suo debutto il cassetto digitale, la piattaforma online realizzata per conto delle Camere di commercio nazionali, dove ogni imprenditore potrà accedere senza oneri alle informazioni e ai documenti ufficiali della propria impresa. Obiettivo del servizio, battezzato impresa italia, è quello di offrire una connessione facile e veloce tra impresa e Pubblica Amministrazione. Tre sono gli aspetti  cardine del progetto: identità digitale, anagrafe nazionale di impresa, implementazione di servizio secondo linee guida governative.

Le parole del ministro Calenda

“Il cassetto digitale dell’impresa” ha detto Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico  “è una di quelle piccole rivoluzioni che però hanno la capacità di ricostruire la fiducia con la pubblica amministrazione. È un esempio di rapporto virtuoso con le imprese.  Offre la possibilità di avere in modo ordinato il company profile e in modo gratuito un contatto con i potenziali investitori. É importante far comprendere alle aziende come usare le novità tecnologiche e aggiornarle sul continuo cambiamento”.

E quelle del sindaco di Milano

“Non è un caso che il cassetto digitale dell’imprenditore nasca a Milano”  ha dichiarato il sindaco Giuseppe Sala. “La nostra è una città dinamica che produce e diffonde innovazione. Viene facilitato il dialogo tra aziende e Pubblica Amministrazione. Un passo importante, quindi, per l’intero sistema pubblico che deve investire sempre più nei servizi digitali. E’ questa la via da percorrere per essere vicini ai cittadini e rispondere con efficacia e velocità alle loro esigenze”.

I vantaggi per gli imprenditori

La nuova piattaforma è integrata con SPID, il Sistema Pubblico di identità digitale. In particolare,  rende le informazioni facili e subito fruibili, a tutto vantaggio della corretta comprensione dei servizi telematici della PA , migliorando la relazione tra imprese e Amministrazioni.

Il nuovo servizio è il punto di accesso in mobilità ad informazioni e documenti, ufficiali e aggiornati in tempo reale, della propria impresa: da visure, atti e bilanci dal Registro delle Imprese sino al fascicolo informatico e alle pratiche presentate presso i Suap, gli Sportelli Unici delle Attività Produttive.

Volano dell’iniziativa sul territorio, per raggiungere in modo capillare e diffuso le PMI, saranno le Camere di Commercio che daranno presto il via ad una serie di incontri con il tessuto imprenditoriale locale, dedicati ad approfondire le funzionalità di questo innovativo strumento di lavoro per l’imprenditore.