Offerte di lavoro: quasi 10mila in turismo, ristorazione, gdo e retail

Ripresa, crescita e consumi: queste le speranze che danno il via alla stagione che prevede l’impennata di acquisti per le festività natalizie, weekend e vacanze fra le nevi in hotel o resort, e i ritrovi con amici e parenti. In questo scenario ancora incerto, con l’uscita dalla pandemia ancora lontana, ma allo stesso tempo con una previsione di minori restrizioni rispetto allo scorso anno, il mercato del lavoro sembra ottimista. Turismo e ristorazione infatti esplodono, con il 133% in più di offerte di lavoro sullo stesso periodo del 2020. Un dato che conferma la ripartenza del settore evidenziata già tra aprile e giugno 2021, con il +97% sul 2020. Ma anche commercio, gdo e retail sono in crescita, con il 2,4% in più di offerte. Si tratta di alcune evidenze emerse dall’osservatorio InfoJobs professioni invernali per la ricerca di lavoro online.

Cercasi addetti alle pulizie e alla ristorazione

Nel periodo ottobre-novembre 2021 le offerte presenti sulla job board nei settori turismo e ristorazione e commercio, gdo e retail, tradizionalmente impattati dalla stagione invernale, si attestano infatti su quasi 10.000. Analizzando le offerte presenti sulla piattaforma, InfoJobs ha classificato le professioni più cercate nei due settori di riferimento. Al primo posto, in turismo e ristorazione, sono gli addetti alle pulizie, dal 2020 figure sempre più importanti in seguito alle nuove disposizioni di sanificazione da attuare nelle strutture turistiche e nella ristorazione. Al secondo posto, gli addetti alla ristorazione, seguiti da altre figure più specializzate e sicuramente chiave in questa stagione dell’anno: cameriere, barista e cuoco. Questi ruoli prevedono non solo competenze ed esperienze specifiche, ma anche la disponibilità a spostarsi, per il periodo dell’incarico, in Italia o all’estero.

Le posizioni più richieste da gdo e retail

In pole position per commercio gdo e retail si piazza la professione di addetto alle vendite, posizione ricercata in diverse categorie merceologiche, dal giocattolo a bellezza, moda e accessori, gioielleria e molto altro. Stessa situazione per la figura di Promoter, che occupa la seconda posizione, mentre al terzo posto ci sono gli store manager, responsabili della gestione di negozi o corner di grandi magazzini, fondamentali per gestire al meglio la stagione più importante dell’anno. Al quarto posto invece il macellaio, figura immancabile nei reparti gastronomia presi d’assalto a dicembre, per finire con addetti magazzino e scaffalisti in quinta posizione, impiegati per garantire rifornimento e gestire lo stock.

Quasi 6500 offerte attive

Nonostante la stagione sia già iniziata nella gdo, riporta Adnkronos, attualmente ci sono quasi 6500 offerte attive, ma è possibile trovare diverse posizioni la cui ricerca è ancora aperta, come il facchino in hotel di lusso a Milano, con esperienza pregressa e conoscenza dell’inglese, gli immancabili animatori turistici per villaggi in Italia e all’estero, la beauty consultant per beauty corner a Roma, ma anche addetti al confezionamento pacchetti, personale per un parco tematico nel veronese, e perfino un ausiliario della sosta in Val d’Aosta.

Agroalimentare, bilancio positivo e capacità di fare sistema


Il primo appuntamento con gli Stati Generali sul mondo del lavoro di Agrifood evidenzia i buoni risultati del settore agroalimentare italiano, anche grazie alla spinta di oltre 55.000 nuove aziende guidate da under 35, caratterizzate dalla propensione all’innovazione. Ma a emergere è anche la capacità del settore di fare sistema, nel rispetto delle differenze e delle tipicità. Altrettanto chiare e condivise però le criticità, come costo del lavoro, burocrazia per l’impiego, e assenza di manodopera.
Non ultima area di rischio, la tendenza comunitaria all’omologazione, direzione opposta rispetto alle tipicità che fanno dell’agroalimentare italiano un’eccellenza mondiale. L’auspicio comune è quello di ottenere, nell’ambito della distribuzione dei fondi previsti dall’Europa e dal PNRR, la giusta attenzione al settore, soprattutto nella direzione della sostenibilità e della digitalizzazione.

La capacità di interconnettere le filiere
“Forse per qualcuno è inatteso, ma lo scenario dell’agroalimentare italiano è molto positivo: i fondamentali sono robusti, pur nella vasta articolazione di modelli, competenze e specializzazioni che costituiscono la nostra ricchezza – spiega Lucio Fumagalli, presidente INSOR Istituto Nazionale di Sociologia Rurale -. Qui l’Italia sa fare sistema: dalla cultura del seme fino agli aspetti distributivi o di packaging, il settore dimostra la capacità di interconnettere le filiere”. Quanto al contributo dei giovani imprenditori alla ‘demarginalizzazione’ culturale dell’agroalimentare, attraverso le competenze apprese negli studi e applicate nell’attività aziendale i giovani hanno dato nuova dignità a un settore che da contadino è diventato a pieno diritto imprenditoriale.

È nel lavoro il nodo da superare

Il settore agroalimentare ha continuato a lavorare durante i lockdown consentendo l’approvvigionamento, mantenendo i livelli occupazionali e utilizzando molto poco gli ammortizzatori sociali.
“Ma è comunque nel lavoro il nodo da superare – afferma Luca Brondelli, membro della giunta esecutiva di Confagricoltura -. Il costo del lavoro è troppo alto in termini economici e di fatica burocratica. I centri per l’impiego non funzionano, le regole sono sempre più complesse e macchinose, la stessa legge sul caporalato prevede sanzioni pesanti alla minima svista. Inoltre, la pandemia ha ridotto l’accesso di lavoratori stranieri e il reddito di cittadinanza ha tagliato le gambe all’offerta di manodopera italiana”.

Il problema dell’italian sounding
Secondo Fabiano Porcu, direttore Coldiretti Cuneo, “l’omologazione è il vero nemico delle nostre eccellenze che trovano origine proprio nelle tipicità. In rapporto alla Francia –  aggiunge Porcu – siamo a 1.500 tipologie di nostri vini contro 150 delle loro. Dobbiamo lavorare per la sostenibilità delle nostre eccellenze. Ma occorre anche un po’ di reciprocità. Se la produzione agroalimentare in Italia è sottoposta a regole stringenti, come è giusto che sia, così deve essere anche negli altri Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti avremo tanti altri casi Prosek. L’italian sounding – sostiene Porcu – è uno dei problemi. Il nostro export vale 52 miliardi di euro a fronte di 100 miliardi in prodotti che sembrano/suonano italiani, ma non lo sono”.

Industria 4.0, la transizione digitale delle imprese manifatturiere

Le grandi imprese e le Pmi italiane del settore manifatturiero conoscono le opportunità offerte dal Piano Nazionale Transizione 4.0, ma auspicano che venga affiancato da altre forme di incentivo per accompagnare la crescita del mercato. Nei prossimi sei mesi le esigenze più sentite dalle aziende sono gli sgravi fiscali per abbassare il costo del lavoro (55%) e gli incentivi per l’assunzione di personale (41%), mentre per i prossimi due anni le aziende chiedono soprattutto il rilancio di forme di iper e super ammortamento su beni strumentali (48%), e nuovi incentivi diversi da quelli attualmente in vigore per investimenti in beni immateriali (39%). È quanto emerge dall’Osservatorio Transizione Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano

La diffusione dello smart working

Nel 2020 il 37% delle aziende ha introdotto forme di flessibilità nella gestione degli orari di lavoro, un altro 37% di mansioni e postazioni di lavoro, un quinto nella gestione dei turni, il 28% utilizza strumenti per tracciare le competenze, e il 17% lascia libera scelta fra lavoro in presenza o in remoto.
Sono state poi remotizzate il 40% delle attività di formazione, controllo e audit della qualità e monitoraggio degli impianti, e i benefici sono stati evidenti. Sono aumentate flessibilità (67%) e tempestività di risposta ai problemi (55%), è migliorata la soddisfazione dei lavoratori (60%) e il work-life balance (62%), anche se in alcuni casi sono cresciuti lo stress e il carico di lavoro (16%).

Il vantaggio competitivo della sostenibilità

Le imprese manifatturiere sono sempre più consapevoli del vantaggio competitivo offerto dall’impegno per la sostenibilità. Il 15% ha già terminato progetti di sostenibilità nell’ambito delle operations, circa un terzo ne ha attivati alcuni e solo il 3% non è interessato. Il 43% lo ha fatto per anticipare le tendenze del mercato e rispondere alle richieste dei clienti, oltre un terzo per costruire l’immagine di un marchio sostenibile. Le principali barriere all’impiego del digitale per migliorare la sostenibilità sono la mancanza di cultura aziendale (37%), la mancanza di indicatori che colleghino la performance di sostenibilità al valore di un’azienda (30%) e la difficoltà a comprendere quali siano i benefici attesi (29%). 

I servizi 4.0 valgono circa 275 milioni di euro

Nel 2020 i servizi 4.0 hanno raggiunto un valore di circa 275 milioni di euro (+8%), spinti soprattutto dalla consulenza operativa, mentre la consulenza strategica continua a trovare poco spazio. Due terzi delle imprese già oggi è abituato a utilizzare beni strumentali e software a fronte di un canone mensile o annuale, ma le opportunità offerte dalla connessione dei macchinari sono ancora poco sfruttate dalle aziende. Solo un quarto degli intervistati usa servizi informativi associati a un macchinario, o servizi di manutenzione preventiva basati sulle condizioni della macchina, meno di uno su dieci utilizza servizi per una migliore gestione energetica delle macchine, e meno del 5% ha sviluppato soluzioni di manutenzione predittiva.

Italia seconda sola alla Germania nel riciclo degli imballaggi

Per una volta, l’Italia si conferma tra i più virtuosi dei Paesi dell’area Ue, arrivando a tallonare in performance anche l’efficientissima Germania. Stiamo parlando del tasso di riciclo degli imballaggi, che per quanto riguarda il nostro Paese nel 2020 ha raggiunto quote davvero ragguardevoli:  lo scorso anno è stato avviato a riciclo il 73% dei pack immessi sul mercato, 3,3 punti percentuali in più rispetto al 2019. E’ quanto emerge dalla relazione generale del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, che sottolinea come il risultato sia davvero un record, soprattutto se si considera che è stato ottenuto durante l’anno più difficile dell’emergenza sanitaria. Tra l’altro, una buona notizia è che tutte le aree del Paese hanno aumentato il conferimento dei loro rifiuti al sistema Conai, con tassi che vanno dal 5 al 6% dal Nord al Sud dello Stivale.

Seconda vita per 9 tonnellate di materiali

Complessivamente, sono state riciclate più di 9 milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi sul totale delle 13 milioni immesse al consumo. Immesso che, ricorda una nota del Consorzio, “nel 2020 è calato di più del 4% rispetto al 2019 per il venir meno dei pack destinati ai settori commerciali e industriali. Ma grazie alla crescita della raccolta differenziata urbana, che ha fatto da traino e non è stata messa in crisi dalle difficoltà seguite al lockdown e alle restrizioni, le quantità riciclate non sono diminuite”. Grazie al riciclo, hanno potuto avere una seconda vita 371mila tonnellate di acciaio, 47mila e 400 di alluminio, 4 milioni e 48mila di carta, un milione e 873mila di legno, un milione e 76mila di plastica, 2 milioni e 143mila di vetro. Sommando ai numeri del riciclo quelli del recupero energetico, il totale di imballaggi sottratti alla discarica cresce e si avvicina all’84% (83,7%). Un totale di quasi 11 milioni di tonnellate. 

Già raggiunti gli obiettivi dell’Europa

L’Italia ha già raggiunto gli obiettivi di riciclo complessivi che l’Europa impone ai suoi Stati membri entro il 2025. Tra cinque anni, infatti, ogni Paese dovrà riciclare almeno il 65% degli imballaggi: con cinque anni di anticipo, quell’obiettivo è già superato di 8 punti percentuali. Anche tutti i singoli materiali di imballaggio hanno raggiunto le percentuali di riciclo richieste entro il 2025. Resta indietro solo la plastica, ma di meno di due punti percentuali: nel 2020 in Italia ne è stata riciclata il 48,7%, ma “raggiungere il 50% richiesto dall’Unione in cinque anni non rappresenta un problema. Oggi siamo secondi solo alla Germania in termini di quantitativi di imballaggi riciclati” dichiara il presidente del Conai Luca Ruini.

Vacanze italiane extralusso, è caccia agli immobili più esclusivi

Non è certo un segreto che l’Italia sia una delle destinazioni più appealing del mondo per le vacanze. Ora, però, c’è una novità che riguarda il comparto del real estate: i Paperoni di ogni angolo del Pianeta sognano di trascorrere i loro soggiorni estivi nel nostro Paese, ovviamente alloggiando in location di puro lusso. Ad affermare che questo trend sia in decisa crescita è Luxforsale, portale specializzato nella promozione di immobili di lusso, che ha pubblicato il suo nuovo Osservatorio immobiliare dedicato al settore.

400.000 euro al mese per una dimora da sogno

I dati emersi dalla ricerca sono davvero sorprendenti: si scopre ad esempio che cii sono locatori disposti a spendere anche 400.000 euro al mese pur di vivere una vacanza in dimore di assoluto lusso in Italia. Un segnale che evidenzia la straordinaria attrazione che ha il nostro paese nei confronti di clienti alto spendenti interessati ad affittare immobili di lusso per le vacanze estive. Quali sono quindi le “case” più desiderate ed esclusive? In particolare i castelli, tipologia di immobile difficile da trovare nel resto del mondo, ma resta intatto l’appeal delle più “semplici” ville. Ma non è solo la location a fare la differenza nella scelta da parte dei ricchi vacanzieri: questi richiedono anche dotazioni particolari, come ad esempio grandi metrature, un numero elevato di camere da letto e di bagni (per poter accontentare anche i collaboratori),  affacci spettacolari su lago e mare e plus come la presenza di campi da tennis ed eliporti all’interno della proprietà.

Un boom di richieste

“Le richieste si concentrano principalmente in città d’arte o in prossimità del mare o dei laghi. E’ la prima volta che registriamo un impennata così radicale di immobili di lusso in affitto, considerando che rispetto allo scorso anno il nostro portale rileva un incremento del 79%” ha detto Claudio Citzia Ceo di Luxfrosale.  Le regioni più ricercate sono Sardegna, Liguria, Lombardia, Toscana, Puglia e Sicilia e i potenziali locatari derivano da ogni parte del mondo. Oltre agli italiani, infatti, ci sono clienti provenienti da Stati Uniti, Svizzera, Russia e Germania. 

Nuove opportunità per i proprietari

La tendenza in atto è così decisa che ormai è partita la caccia all’immobile di lusso per trascorrervi le vacanze. Tanto che sta cambiando anche l’atteggiamento da parte dei proprietari di queste dimore da sogno: se fino a pochi anni fa erano decisamente restii ad affittare le loro spettacolari case, oggi le cifre sul tavolo rendono difficile il rimanere indifferenti.

Nel 2020 il reddito delle famiglie crolla del 2,8%

Nel 2020 il reddito delle famiglie è diminuito del 2,8%. Nonostante gli interventi di sostegno attivati dalle misure anti-crisi, il reddito primario degli italiani si è ridotto di circa 93 miliardi di euro, e la spesa per i consumi finali si è contratta del 10,9%, portando la propensione al risparmio al 15,8%. Quanto al potere d’acquisto, ovvero il reddito disponibile espresso in termini reali, è diminuito del 2,6%, interrompendo la dinamica positiva in atto dal 2014. Si tratta, insomma, della crisi più forte dal 2012. Lo ha reso noto l’Istat, che ha diffuso il report I conti nazionali per settore istituzionale.

Flessione della spesa per consumi finali a -10,9%

La consistente flessione della spesa per consumi finali delle famiglie (-10,9%) ha generato un deciso incremento della quota di reddito destinata al risparmio, che passa dall’8,2% del 2019 al 15,8% del 2020. L’impatto della crisi sull’attività produttiva ha comportato una riduzione di circa 93 miliardi di euro del reddito primario delle famiglie (-7,3%). I redditi da lavoro dipendente sono diminuiti di circa 50 miliardi di euro (-6,9%), mentre quelli derivanti dall’attività imprenditoriale si sono ridotti di poco più di 40 miliardi di euro (-12,2%). In particolare, dalle piccole imprese di loro proprietà, le famiglie hanno ricevuto 28,7 miliardi in meno di utili rispetto al 2019.

Gli interventi di redistribuzione ammontano a circa 61 miliardi di euro

Il reddito disponibile delle famiglie è stato tuttavia sostenuto dalle amministrazioni pubbliche attraverso diversi interventi di redistribuzione, per un totale di circa 61 miliardi di euro. Da una parte, si è assistito a una riduzione delle imposte correnti per circa 4,7 miliardi di euro (-2,2% rispetto al 2019), e dei contributi sociali per circa 15 miliardi di euro (-5,4%), di cui poco meno di 5 miliardi di euro a carico dei lavoratori dipendenti e autonomi, e il resto a carico dei datori di lavoro. Dall’altra parte, le prestazioni sociali sono aumentate di 37,6 miliardi di euro (+9,6%), principalmente per le misure di sostegno al reddito.

Ridotti gli investimenti in abitazioni per circa 5,5 miliardi

In particolare, sono aumentate di 13,7 miliardi di euro le risorse destinate alla copertura della cassa integrazione guadagni (Cig) e di 14 miliardi gli altri assegni e sussidi, che includono circa 8 miliardi per il sostegno al reddito dei lavoratori autonomi. A copertura delle perdite legate alla crisi, alle piccole imprese e ai lavoratori autonomi (famiglie produttrici) sono stati erogati contributi a fondo perduto per circa 3,5 miliardi di euro, registrati come trasferimenti in conto capitale. Le famiglie consumatrici, riporta Askanews, per la prima volta dal 2015 hanno ridotto gli investimenti in abitazioni per circa 5,5 miliardi di euro (-8,4%).

Nel 2021 il 16% degli occupati lavorerà da casa

Nel 2019 i lavoratori in smart working nelle imprese private in Italia erano meno di un milione. Prima del Covid-19 in Italia il lavoro agile era un fenomeno di nicchia, l’azienda decideva se renderlo disponibile in base alle necessità e alle policy di welfare aziendale. Di fatto, con l’emergenza sanitaria da Covid-19 il modello organizzativo del lavoro è stato al centro di un cambiamento importante: in poco più di due mesi si è registrato un passaggio dal 3% al 34% di lavoratori in modalità remote working.

Si tratta di uno dei dati emersi dall’Osservatorio The World after Lockdown, curato da Nomisma e Crif.

Il fenomeno dello smart working in Italia 

Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria la percentuale di lavoratori “agili” è cresciuta fino al 34% sul totale degli occupati (circa 7 milioni di lavoratori), per la maggior parte nel settore privato e circa 2 milioni nella PA. Con la progressiva riapertura delle attività produttive, a partire dalla metà di maggio a oggi, la quota di lavoratori da remoto si attesta al 24%, con 1 milione di smart worker nella PA e 4 milioni nel settore privato. Ma parlare di smart working, ossia lavoro agile, con organizzazione autonoma e mansioni scansionate per obiettivi, in realtà è fuorviante. Infatti il 97% di chi ha lavorato da remoto lo ha fatto da casa, mantenendo stessi orari e stessi ritmi del lavoro in sede. Complessivamente solo il 9% (prevalentemente nella fascia under 30) si è connesso almeno una volta da un locale pubblico o uno spazio di co-working

Il profilo del lavoratore “agile”

La quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i Millennials, passando da 24% a 27%, al Nord (27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). La propensione allo smart working è più forte nelle aziende più grandi: è 31% la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti, contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti, e nelle multinazionali, dove la quota di chi lavora in remoto arriva al 53%, e in ambito pubblico (44%). Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono Informatica e Telecomunicazioni, dove la quota di telelavoratori si alza fino al 56%.

Previsioni per il futuro

Per il 2021 Nomisma stima che il 16% dei lavoratori italiani svolgerà ameno una giornata di lavoro da remoto. È opinione comune che il lavoro agile tenderà a diventare un fenomeno strutturale, il che dovrà comportare un forte cambiamento in tutti i soggetti coinvolti, lavoratori, imprese, istituzioni e sindacati. Il primo passo verso uno smart working più efficace riguarda la formazione. Il 74% degli italiani evidenzia l’imminente necessità di ricevere una formazione sulle potenzialità dello smart working e sulla digitalizzazione del lavoro. Ma perché sia una vera opportunità dovrebbe essere modulato lasciando al lavoratore stesso la possibilità di decidere se, quando e dove effettuarlo.

A maggio vendite auto in discesa, ma l’elettrico raddoppia grazie all’Ecobonus

Dopo un leggero segno più ad aprile, l’unico del 2019, il mercato auto a maggio torna in territorio negativo. A maggio 2019 infatti la motorizzazione ha immatricolato 197.307 autovetture, -1,19% rispetto a maggio 2018 (199.692), mentre ad aprile 2019 sono state immatricolate 174.775 autovetture, con una variazione di +1,68% rispetto allo stesso mese del 2018 (171.886). E il volume globale delle vendite (570.983 autovetture) ha interessato per il 34,56% auto nuove e per il 65,44% auto usate. Diversa la situazione per le immatricolazioni di vetture elettriche, che a maggio 2019 segnano 1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato. E quasi il doppio di quelle di maggio 2018.

Calo a doppia cifra per il diesel, cresce la benzina, e l’elettrico vola

Per quanto riguarda le vendite di Fca in Italia a maggio calano del 6,09%, e le immatricolazioni, secondo i dati del ministero dei Trasporti, sono state pari a 51.798 auto contro le 55.160 di maggio 2018, mentre la quota mercato è passata dal 27,6% al 26,2% (-1,37%).

Nel mese, inoltre, continuano a calare a doppia cifra le immatricolazioni di autovetture diesel (-20%, 20.000 unità in meno rispetto a maggio 2018), con una quota del 42%, mentre prosegue il trend di crescita della benzina (+22,5% con una quota di mercato del 44%). Le immatricolazioni di vetture elettriche di maggio 2019 (1.190 unità vendute, lo 0,6% del totale immatricolato) sono invece quasi il doppio di quelle di maggio 2018, che a loro volta erano il quadruplo di quelle vendute a maggio 2017.

Primi cinque mesi 2019 quasi 3.600 auto elettriche immatricolate

I primi 5 mesi dell’anno raggiungono invece le 910.093 vetture immatricolate, riducendo la flessione a un -3,8% nel confronto con le 946.381 auto dello stesso periodo dello scorso anno. Nei primi cinque mesi dell’anno, riporta Askanews, il diesel segna una contrazione del 24%, mentre per le auto a benzina l’incremento è del 24%. Sempre nei primi cinque mesi del 2019, le auto elettriche immatricolate sono quasi 3.600, il doppio rispetto a un anno fa. Le auto ricaricabili rientrano per la maggior parte tra quelle che usufruiscono dell’Ecobonus.

Ibride a +36%

Anche le auto ibride (incluse le plug-in) riportano una crescita del 36% a maggio (con una quota del 5,4%, un punto e mezzo in più rispetto a maggio dello scorso anno) e del 33% nei primi 5 mesi. Tra le ibride nel mese registrano la crescita maggiore le ricaricabili: +53% e 480 unità, contro il +35%, e 10.000 unità delle ibride tradizionali, che nel primo trimestre del 2019 hanno collocato l’Italia al secondo posto in questo segmento di mercato in UE28+Efta. “La misura dell’Ecobonus – spiega l’Anfia – sta spingendo un comparto che a fine anno potrebbe rappresentare tra l’1% e il 2% del mercato totale, ma in un contesto di infrastrutture ancora fortemente carenti”.

Millennials italiani e lavoro: pronti a rinunciare a 3mila euro per la flessibilità

I giovani italiani sono attratti dalle mulinatinazionali, anche se sono pronti ad ammettere che “piccolo può essere bello”. Però i giovani pensano in grande, e soprattutto puntano alla libertà anche professionale. Lo rivela una recente ricerca condotta da ForceManager, azienda spagnola attiva nel settore del Crm mobile, presente da qualche mese in Italia attraverso l’acquisizione della startup Sellf, nata all’interno del campus di H-Farm.

L’identikit dei Millennials

I ragazzi italiani, in base all’identikit tracciato da ForceManager, sarebbero pronti a fare impresa, attirati dalle startup (il 35%) quasi quanto dalle multinazionali (la scelta del 47% degli intervistati). Ma soprattutto sarebbero disponibili a rinunciare anche a 3 mila euro all’anno in cambio di smart working e “nomadismo digitale”. Secondo l’indagine, condotta su giovani tra 22 e 37 anni, il 35% guarda all’Intelligenza artificiale con ottimismo perché semplificherà il lavoro, specie lontano dall’ufficio. Non mancano le sorprese anche quando si parla di remunerazione: ad esempio, per il 52% dei millennial italiani benefit e “lavoro agile contano di più della cifra indicata nell’ultima riga della busta paga. In particolare, rinuncerebbero fino a 3mila euro all’anno (250 euro al mese), a fronte della possibilità di essere inclusi in programmi di smart working, potendo così gestirsi autonomamente i tempi del lavoro e della vita privata, e di fare parte di progetti di nomadismo digitale. Ovvero, avere la possibilità di lavorare viaggiando, spostandosi da una città all’altra, sfruttando le potenzialità del digitale” riporta l’indagine.

Meno posto fisso più flessibilità

Anche se l’Italia è tradizionalmente associata al mito del posto fisso, forse per le nuove generazioni non è più così. La ricerca mette infatti in luce una nuova tendenza: il 42% dei Millennial italiani rinuncerebbe a un normale stipendio “competitivo” se venisse offerto loro un pacchetto retributivo variabile dove, accanto a una parte fissa, ci fossero bonus e stock option, collegati direttamente al rendimento dell’azienda. I giovani (53%) prediligono orari di lavoro tarati sui ritmi nord-europei, con ingresso in ufficio presto e pausa pranzo ridotta allo stretto necessario, per tornare a casa non più tardi delle 17.30. Per il 75% è poi fondamentale sentirsi coinvolti nel progetto aziendale per il quale lavorano e, allo stesso tempo, sono importanti programmi di wellness, come per esempio corsi di yoga o mindfulness, o iniziative attive di beneficenza o di socializzazione, come dei corsi d cucina. Tuttavia, nonostante i desideri, “Al momento non più del 18% vive quotidianamente questa realtà, all’interno dell’azienda per cui lavora; ma ben il 65% l’apprezzerebbe”.

Imprenditori lombardi campioni di export: +9% rispetto all’anno scorso

Buone notizie per il business lombardo. La Regione, infatti, si rivela campionessa di export con 300 milioni di euro al giorno. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Camera di Commercio di Milano, su elaborazioni dei dati Istat riferiti al primo trimestre 2017,  emerge che la Lombardia vale 60 miliardi di scambi nei primi tre mesi del 2017. Rispetto allo stesso periodo dell’anno passato, si registra un notevole incremento: +9%. E gli imprenditori lombardi si riconoscono il primato, assegnandosi un bel 7 come voto in attività all’estero. Per 3 aziende su 4 centrale è la qualità del prodotto, per 1 su 3 più difficile andare all’estero per la concorrenza globale.

In Lombardia il 28,6% dell’interscambio nazionale

Sull’interscambio nazionale, che nel primo trimestre 2017 ammonta a 211 miliardi (+11,7%), la Lombardia rappresenta il 28,6% del totale italiano. Buone notizia sul fronte sia dell’iimport sia dell’export: nei tre mesi esaminati registrano rispettivamente 31 miliardi (+10%) e 29 miliardi (+8,6%), che pesano il 30,6% e 26,7% del totale italiano. L’export, in particolare, per la Lombardia pesa oltre 300 milioni al giorno. Milano è il territorio che registra il maggior interscambio con 26 miliardi in tre mesi: il 43% del totale lombardo e in crescita del 5,8%. Seguono Brescia (+9,6%) e Bergamo (+5,8%), entrambe con 6 miliardi in tre mesi. Prima Milano anche nell’export con 10 miliardi in tre mesi (+9%). Seconde Brescia (+8,7%) e Bergamo (+5,8%), con quasi 4 miliardi in tre mesi. Superano i due miliardi in tre mesi Monza e Brianza (+15,5%) e Varese (+1%).

Mercati esteri fondamentali per gli imprenditori della Lombardia

Per le imprese milanesi e lombarde attive anche a livello internazionale, il business estero è molto importante. Una tendenza testimoniata dal fatto che il loro fatturato è influenzato in maniera significativa dall’attività sui mercati esteri. Per circa il 37% degli imprenditori coinvolti nella rilevazione, infatti, il business internazionale pesa per oltre il 50% del fatturato. Quasi tutti gli intervistati manifestano la volontà di aumentare il proprio business internazionale e il 74,4% considera la qualità del proprio prodotto il valore aggiunto per il successo nei mercati esteri. Una parte degli imprenditori coinvolti (36%) sostiene di avere relazioni di business in più di 10 paesi e i mercati principali sono nell’Unione Europea per il 66%. Nei prossimi anni punteranno a diversificare: il 31% intende comunque restare concentrato sui mercati dell’Unione Europea.

Costi e dimensioni le criticità

Le problematiche espresse dagli imprenditori, tuttavia, non mancano. Le criticità, indicate dalle stesse imprese, sono: dimensione aziendale (42%), costi d’accesso elevati (28%) e la scarsa conoscenza dei mercati (24%). Il 35% sostiene che negli ultimi anni è più complicato fare business all’estero a causa di un incremento della globalizzazione e della relativa concorrenza internazionale