Il ceto medio non si definisce attraverso il reddito, ma attraverso l’identità culturale. Il 66% degli italiani si riconosce nel ceto medio per il livello di istruzione e le competenze acquisite (90%), ma questi valori non trovano più riscontro nella realtà economica.
Per l’82% degli italiani che si autodefinisce di ceto medio il capitale culturale non si traduce in una giusta retribuzione, e oltre il 70% chiede meno tasse sui redditi lordi. Inoltre, più della metà teme che i propri figli staranno peggio.
È il ritratto che emerge dal 2° rapporto Cida-Censis ‘Rilanciare l’Italia dal ceto medio. Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare’, commissionato da Cida (Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità).
Un capitale culturale senza ritorno economico
Negli ultimi anni, oltre la metà degli italiani che rappresentano l’ossatura sociale del Paese ha visto il proprio reddito fermo, mentre più di uno su quattro lo ha visto calare. Solo il 20% dichiara un miglioramento.
Più che arretrare, il ceto medio oggi galleggia senza prospettiva. Anche i consumi riflettono questo stato, con il 45% che li ha ridotti e la maggioranza che teme ulteriori tagli nel prossimo futuro.
Non è solo una condizione economica, è un malessere sociale diffuso che svuota di speranza il futuro. Un futuro, che sempre più spesso, il ceto medio non riesce più a immaginare dentro i confini del Paese.
Si spezza il sogno di mobilità sociale interna
Il 50% dei genitori appartenenti al cuore produttivo del Paese ritiene che i figli staranno economicamente peggio, e il 51% auspica che cerchino opportunità all’estero, segnando il sorpasso definitivo del ‘mito dell’altrove’ sul sogno di mobilità sociale interna.
Nonostante questo, il 67% delle famiglie di sostiene spese straordinarie per garantire un futuro ai figli, mentre oltre il 41% aiuta economicamente figli e nipoti, confermandosi come primo ammortizzatore sociale del Paese.
Tra i pensionati, il 47% aiuta regolarmente figli o nipoti, e il 66% ha finanziato o finanzierà almeno una spesa straordinaria. Ma questa ‘generosità silenziosa’ è sempre più sotto pressione.
Oscillare tra incertezza e vera e propria insicurezza
Inoltre, solo il 52% si sente protetto da reti di welfare, e il risparmio, da sempre uno dei tratti distintivi del ceto medio, si erode.
Quando la fiducia nel futuro si incrina, cresce il bisogno di protezione, ma è proprio qui che il sistema mostra le sue crepe più profonde: solo il 18% giudica sufficiente il welfare pubblico.
Di fronte a questa percezione di inadeguatezza, riporta Adnkronos, cresce la corsa al welfare integrativo: il 45% possiede polizza sanitaria/fondo pensione e circa il 36% vorrebbe che il contratto collettivo del settore in cui lavora prevedesse la sanità integrativa.
Il rischio è una nuova disuguaglianza tra chi può permettersi una protezione privata e chi resta scoperto.