Risparmio, previdenza, investimenti: il sentiment degli italiani sul futuro

Cosa pensano gli italiani su risparmio, previdenza e investimenti ? Chiamati a esprimere un confronto con la generazione precedente dall’Osservatorio Look to the future, condotto da Athora Italia in collaborazione con Nomisma, gli italiani manifestano la convinzione che risparmiare sia importante tanto quanto lo era per i propri genitori (48%), ma oggi è percepito come decisamente più difficile (40%) e con risultati molto meno soddisfacenti di una volta (41%).

Pensando al futuro, poi, per il 66% di loro prevale un senso di incertezza e per il 52%, di preoccupazione e paura, mentre la speranza e la fiducia animano rispettivamente il 55% e il 29%.
Insomma, per gli italiani ‘il futuro è un concetto smarrito’, e quando pensano al futuro la situazione appare complicata. 

“Le cose non andranno bene”, ma pochi si assicurano

A fronte di un 27% che giudica buona, o addirittura eccellente, la propria situazione economica familiare, e un ulteriore 54% che la valuta almeno sufficiente, il 60% arriva a fine mese con qualche difficoltà.
La complessità nella gestione dell’economia familiare deriva in parte da una redditualità limitata.

Ma oltre all’aumento dei prezzi, l’arretramento dei sistemi pensionistici, la possibilità di scivolare verso la vulnerabilità economica, c’è una preoccupazione personale che prevale sulle considerazioni di ordine generale. Nella ‘percezione’, le cose non andranno bene, ma la tendenza è quella di adattarsi più che ad attivarsi per modificare in meglio le prospettive future.
Tanto che se il 47% degli italiani dichiara di voler cambiare il proprio stile di vita, il 58% non sottoscriverà una polizza integrativa e il 71% non pensa a investimenti per contare su rendite future.

La sfiducia come servizio “zero”

Un dato inequivocabile riguarda la perdita di fiducia. Gli italiani nutrono nessuna o poca fiducia verso le pensioni (82%), il sistema sanitario nazionale (76%), ma anche verso le Banche e le Assicurazioni (59%).

“La sfiducia dilagante spegne la luce su ogni rapporto professionale e va mitigata ricostruendo reti di fiducia autentiche e professionali – commenta Sergio Sorgi sociologo e fondatore di Progetica -. La sfiducia è il servizio ‘zero’, senza il quale non si attivano relazioni e mancano ponti di consapevolezza verso un corretto utilizzo del rischio e dei mercati. La fiducia, però, va meritata. Per questo, è necessario che ogni istituzione conosca i propri punti forti e punti deboli, li valorizzi e li comunichi adeguatamente”.

Ma nel 2024 il 64% della popolazione ha accumulato risparmi

Nell’ultimo anno, il 64% degli italiani dichiara di aver accumulato risparmi sul conto corrente e il 36% di aver aperto a soluzioni di risparmio diverse, investimento o protezione del capitale.
Il 57% si fida del consulente bancario, il 26% preferisce il promotore finanziario, il 12% l’agente assicurativo. Non manca chi consulta il web e i blog specializzati (19%) e addirittura il 16% ammette di scegliere come investire in autonomia.

“Gli operatori, nelle fasi di incertezza, sono chiamati a dare supporti decisionali più che risposte – aggiunge Sorgi -. La parola magica è ‘capacitazione’, aiutare i clienti a essere consapevoli delle scelte e dell’esito di ogni decisione o indecisione”.

Una casa in Italia: gli acquirenti esteri continuano a crescere

Lo ha scoperto il portale immobiliare italiano per l’estero Gate-away.com: in base ai dati raccolti durante il 2024, gli Stati Uniti si confermano saldamente al primo posto nella classifica delle nazionalità più attive nella ricerca di immobili da acquistare in Italia. Il 29,92% delle richieste totali proviene infatti dagli USA. Al secondo posto, il Regno Unito (9,78%), che nonostante le difficoltà legate alla Brexit mostra come i cittadini britannici superino i tedeschi nella ricerca di abitazioni sul territorio italiano.

La Germania scende in terza posizione (9,58%), registrando una performance annuale negativa del -21%, in un trend al ribasso che prosegue dal 2022.
In ogni caso, anche nel 2024 l’Italia si conferma una delle mete preferite per chi cerca una nuova casa all’estero.

Il 5,6% di richieste proviene da stranieri in vacanza nel Belpaese

Tra le prime dieci nazionalità più attive nella richiesta di case all’estero si trova anche l’Italia, che raggiunge il quarto posto della classifica.
Come è possibile? Il motivo è semplice: il 5,6% di richieste totali sul portale viene effettuato da stranieri nel corso di un soggiorno nel nostro Paese.

Di fatto, l’Italia è seguita da Francia (4,88%), Canada (4,39%), Olanda (4,07%), Belgio (3,07%), Svezia (2,75%) e Svizzera (2,45%).
Particolarmente interessante la crescita su base annua delle richieste provenienti da Slovacchia (+65,69%), Grecia (+47,2%) e Messico (+46,6%).

Toscana, Sicilia, Lombardia le regioni preferite

La Toscana guida la classifica delle richieste regionali, con il 16,89% del totale, seguita da Sicilia (10.16%), Lombardia (8.86%), Liguria (8,16%) e Puglia (8%).
Sul fronte provinciale, Como è al primo posto (4,7%), seguita da Perugia (4,62%), Lucca (4,57%) e Cosenza (4,36%).
Rispetto al 2023, performance significative si registrano a Ragusa (+78,47%), Nuoro (+59,41%) e Biella (+55,95%).
Le abitazioni più ricercate continuano a essere gli appartamenti (19,67%), seguiti da ville (15.71%) e case indipendenti (12.37%).

Non mancano alcune soluzioni tipiche del territorio italiano, come, ad esempio appartamenti (+18.3%) e dimore storiche (+6.56%), segnale dell’interesse per l’unicità e il fascino del patrimonio architettonico italiano. Ma si evidenzia un incremento anche per costruzioni tipiche del Sud Italia, come dammusi e sassi.

Valore medio 423.286 euro, -2,46% rispetto al 2023

Il valore medio degli immobili richiesti nel 2024 si attesta a 423.286 euro (-2,46% rispetto al 2023).
Le richieste di acquisto si concentrano principalmente su immobili fino a 250mila euro (oltre il 60% del mercato). Domina la fascia fino a 100mila euro (41,61%), seguita da quella tra 100 e 250mila (25,06%).
Gli immobili tra 250 e 500mila euro rappresentano il 16,7%, quelli tra 500mila-1 milione sono il 9,66%.

Quanto alla metratura, gli acquirenti stranieri si orientano principalmente verso immobili con superfici superiori a 120mq (53,7%), seguiti da immobili tra 80-100mq (12,23%).
Predominano poi le abitazioni con 2 camere da letto (28,6%) e 3 camere da letto (21,93%), ma crescono le richieste per immobili con 7 camere o più (+9,49%), segno di un rinnovato interesse per le proprietà di grandi dimensioni.

Amore o controllo digitale? I segnali d’allarme da non sottovalutare

Nelle relazioni basate sulla fiducia, la privacy digitale è un valore importante. La decisione di condividere le password o le credenziali di login deve essere volontaria, e non un obbligo o una prova di lealtà. Se da un lato la tecnologia offre nuovi strumenti per costruire la fiducia, dall’altro solleva importanti questioni riguardo la privacy e lo spazio personale nelle relazioni.

Secondo i dati raccolti da Kaspersky, il 14% degli italiani ha subito stalking online da parte di una persona con cui usciva di recente. E sebbene il 58% degli italiani conceda al partner l’accesso completo al proprio dispositivo, il 14% preferisce non farlo. Nelle relazioni digitali il confine tra l’attenzione e il controllo è sottile. Lo stalking online viene infatti spesso frainteso con interesse o attenzione. 

L’ossessione per il controllo della “posizione”

La condivisione della posizione in una relazione può essere una scelta consensuale per motivi di convenienza o sicurezza. Quando, invece, la condivisione della posizione diventa obbligatoria, eccessiva o viene rilevata di nascosto, si trasforma in un comportamento di stalking e controllo.

Un campanello d’allarme si accende quando un partner monitora ossessivamente gli aggiornamenti della posizione, mettendo in dubbio qualsiasi variazione di percorso. Secondo Kaspersky, il 6% degli intervistati è stato tracciato senza il proprio consenso, e il 4% ha scoperto che sui dispositivi era installato senza consenso uno stalkerware. L’uso di strumenti di monitoraggio come AirTag, applicazioni GPS, stalkerware senza autorizzazione rappresenta una grave violazione della privacy.

Sfruttare la tecnologia per distorcere la realtà

La comunicazione digitale dovrebbe favorire la connessione e il sostegno reciproco, rafforzando la fiducia e il legame tra i partner. Al contrario, il gaslighting digitale è una forma subdola di manipolazione psicologica. In pratica, uno dei partner sfrutta la tecnologia per distorcere la realtà e far dubitare l’altro delle proprie percezioni o ricordi.

In Italia il 31% degli intervistati ha subito violenze o abusi, anche digitali, da parte di un partner, attuale o passato. Un partner manipolatore potrebbe cancellare messaggi per nascondere prove, modificare screenshot per alterare i fatti o negare di aver inviato determinati messaggi. Questo comportamento crea confusione e dubbi, compromettendo la sicurezza della vittima nei confronti dei propri ricordi e della propria capacità di giudizio.

Monitorare costantemente l’attività altrui

Un partner sano sostiene la sicurezza e l’indipendenza digitale, perché ha interesse a proteggere il partner, non a controllarlo.
Al contrario, un partner dominante sfrutta la fiducia per entrare negli account, scoprire le password o installare stalkerware per monitorare costantemente l’attività digitale dell’altro.

Alcuni strumenti permettono di leggere i messaggi, tracciare le chiamate o attivare telecamere e microfoni a distanza, senza che la vittima se ne accorga. In realtà, questi strumenti vengono utilizzati per monitorare e controllare, non per proteggere.
L’8% degli intervistati ha ammesso di aver installato o configurato uno stalkerware sul telefono del partner, mentre il 7% si è sentito obbligato a installare un’app di monitoraggio.

Sostenibilità digitale: il gap culturale che divide l’Italia

Emerge dal Rapporto Privacy e Sicurezza dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale: un italiano su quattro (25%) ritiene indispensabile ripensare la privacy nell’era digitale, mentre il 24% non condivide questa necessità.
Nei Grandi Centri, il 30% è convinto dell’importanza di ridefinire il concetto di privacy, contro un 20% che non lo ritiene necessario. Nei Piccoli Centri le percentuali sono praticamente invertite. 

Sono gli effetti del digital divide culturale. I Grandi Centri, più esposti alle sfide tecnologiche e ai temi legati alla privacy, percepiscono la questione come più urgente, mentre nei Piccoli Centri appare meno rilevante. 

Consapevolezza, percezione e social network

I cittadini digitalizzati e sensibili alla sostenibilità mostrano maggiore fiducia nel cambiamento. Chi, invece, non utilizza il digitale ma è attento alla sostenibilità riconosce il potenziale impatto delle tecnologie, pur manifestando maggiore cautela. Il 40% invece non è digitalizzato né sostenibile: 4 italiani su 10 appaiono ignari o indifferenti al problema 

I social network però sono percepiti da molti italiani come strumenti con un potere eccessivo nel condizionare i comportamenti.
Complessivamente, il 52% degli intervistati ritiene che questa influenza sia significativa, il 23% la considera molto elevata, mentre il 25% la giudica irrilevante. 

Attenzione alla privacy, ma anche quella degli altri

Per quanto riguarda la regolamentazione, emerge una situazione di incertezza e incoerenza. Il 22% degli italiani richiede interventi governativi più rigidi, e se complessivamente, circa il 50% degli intervistati concorda sulla necessità di una regolamentazione più severa, solo il 24% degli italiani presta sempre molta attenzione alla privacy altrui quando pubblica contenuti online.

Le persone digitalizzate e attente alla sostenibilità si dimostrano le più scrupolose, con il 40% che verifica sempre l’impatto delle proprie azioni e il 46% che lo fa con regolarità.
Anche gli utenti non digitalizzati, ma sensibili alla sostenibilità, pur avendo meno competenze digitali, mostrano una discreta attenzione alla privacy altrui quando pubblicano sui social.

Il prezzo della personalizzazione

La protezione della privacy è percepita come una priorità per il 34% degli intervistati, mentre il 20% non la considera tale. Questa percezione varia significativamente tra Grandi e Piccoli Centri.

Spostando l’attenzione sul rapporto tra privacy e personalizzazione dei servizi digitali, emerge una certa ambivalenza. Il 45% degli italiani ritiene che la privacy sia ‘poco o per nulla’ sacrificabile rispetto alla personalizzazione, ma nei Piccoli Centri questa percentuale scende al 39%.
In generale, i dati rivelano che sebbene la privacy sia riconosciuta come una priorità, nei Piccoli Centri questo tema non sembra ancora radicato.
Qui, l’attenzione alla protezione dei dati appare percepita come una questione astratta o lontana, a differenza dei Grandi Centri, dove l’importanza della privacy è più consolidata.

Lavoro ibrido: le skills necessarie per la leadership

L’adozione dello smart working ha rivoluzionato il mondo aziendale, ridisegnando anche il ruolo della leadership. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, l’87% dei manager ha dovuto sviluppare nuove competenze per gestire team distribuiti, un elemento chiave per affrontare le sfide del lavoro ibrido. Le aziende che hanno rivisto i propri modelli organizzativi hanno ottenuto risultati positivi, registrando una riduzione del turnover del 35% nelle posizioni di vertice rispetto alle imprese rimaste ancorate a logiche tradizionali.

“Assistiamo a un’evoluzione delle competenze richieste ai leader,” afferma Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società specializzata nella selezione di profili executive e nello sviluppo di carriera.

Un mix tra competenze tecniche e abilità relazionali 

Gestire team ibridi richiede un equilibrio tra competenze tecniche e abilità relazionali. “Non basta conoscere gli strumenti digitali: i leader devono costruire connessioni significative anche a distanza, mantenendo motivazione e coesione all’interno dei gruppi di lavoro,” spiega Adami.

Un’indagine condotta da Adami & Associati rivela che il 92% dei candidati a ruoli di leadership considera la gestione dei team ibridi una competenza essenziale. Inoltre, il 78% dei gruppi guidati da leader con queste abilità registra maggiore produttività e soddisfazione lavorativa. “Un leader efficace sa creare un ambiente inclusivo e valorizzare ogni collaboratore, indipendentemente dalla loro posizione fisica,” aggiunge Adami.

Quali soluzioni per i team distribuiti?

La leadership a distanza comporta sfide complesse. Il 45% dei manager intervistati segnala difficoltà nel mantenere il coinvolgimento dei team distribuiti. Secondo Adami, “una comunicazione strutturata e intenzionale è fondamentale per garantire momenti di confronto e pari opportunità di crescita”.

Anche la valutazione delle performance richiede un approccio innovativo. Superare la logica della presenza fisica e adottare parametri legati ai risultati effettivi è indispensabile per guidare efficacemente i team ibridi.

Verso un modello inclusivo e sostenibile

Le aziende stanno privilegiando leader capaci di ispirare e trasmettere valori condivisi, anche in contesti virtuali. “La leadership del futuro sarà orientata al benessere organizzativo, elemento cruciale per il successo aziendale,” osserva Adami.

Guardando avanti, il 67% delle imprese identifica come prioritaria la selezione di leader in grado di guidare la trasformazione digitale e culturale. “Il lavoro ibrido non è più una soluzione temporanea, ma il nuovo paradigma del mondo del lavoro,” conclude Adami. “Solo chi saprà adattarsi e innovare resterà competitivo”.

I bambini usano troppo i social media (nonostante i divieti) 

Secondo un recente studio condotto dall’Università della California di San Francisco, un gran numero di bambini di 11 e 12 anni utilizza piattaforme social come TikTok, Instagram, YouTube e Snapchat, nonostante i limiti di età fissati a 13 anni. Lo studio, riferisce Agi, ha evidenziato che il 6,3% di questi bambini possiede account social di cui i genitori non sono a conoscenza, mostrando segnali di un uso problematico e dipendenza.

TokTok la piattaforma più popolare 

L’indagine ha coinvolto oltre 10.000 bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 anni a livello nazionale e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Academic Pediatrics nel numero di gennaio. Secondo Jason Nagata, pediatra presso gli ospedali UCSF Benioff Children’s e autore principale dello studio, “TikTok è la piattaforma più popolare tra i giovani, ma molti di loro gestiscono più account anche su Instagram e Snapchat”.

Nagata ha sottolineato che l’uso eccessivo dei social media da parte dei bambini presenta caratteristiche tipiche della dipendenza, come difficoltà nel ridurre l’uso, astinenza, conflitti legati al tempo trascorso online e persino un impatto negativo sulle prestazioni scolastiche.

Dati allarmanti

Lo studio ha rivelato che il 25% dei bambini pensa spesso alle app di social media, mentre un altro 25% le usa per distrarsi o dimenticare i propri problemi. Si scopre poi che il 17% ha tentato senza successo di ridurne l’uso, anche perchè l’11% ha riportato conseguenze negative sui risultati scolastici.

L’utilizzo precoce dei social media è stato anche collegato a sintomi di depressione, disturbi alimentari, ADHD e comportamenti dirompenti.

Strategie per affrontare il problema

Per mitigare gli effetti negativi dei social media, l’American Academy of Pediatrics propone il Family Media Plan, uno strumento che aiuta le famiglie a pianificare il tempo trascorso online e offline in modo equilibrato.

Nagata suggerisce che i genitori adottino misure proattive: “Creare un piano familiare e mantenere conversazioni aperte con i figli è essenziale per costruire un rapporto sano con la tecnologia. Anche dare l’esempio di buone abitudini online è fondamentale”.

Un invito ai legislatori

Lo studio invita i responsabili politici a considerare il benessere dei bambini nelle discussioni su piattaforme come TikTok. “Servono misure sistemiche che proteggano i più giovani dai rischi dell’uso precoce e incontrollato dei social media”, ha concluso Nagata.

Gli italiani e il mondo: quali sono le sfide e le preoccupazioni principali?

Il panorama globale a fine 2024 si presenta caratterizzato da incertezze e instabilità. Il clima di preoccupazione avvertito globalmente è dovuto sia ai conflitti che non si fermano, sia alle tensioni che crescono in diverse aree del mondo.

In questo contesto già difficile, il ruolo dell’Europa, ancora incapace di trovare una linea comune su temi cruciali come la difesa, evidenzia fragilità istituzionali che aumentano il senso di vulnerabilità. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe ulteriormente ridefinire gli equilibri globali, con possibili conseguenze su Nato, Ucraina e politiche economiche internazionali.

Criticità nazionali: economia e occupazione in prima linea

Sul fronte interno, l’economia italiana mostra segnali di stasi. La contrazione della produzione industriale e il calo delle previsioni di crescita del PIL stanno mettendo sotto pressione molti settori. Nonostante ciò, i consumi sembrano tenere, almeno per ora, secondo i dati Istat.

Anche le prospettive economiche potrebbero essere più incoraggianti: il 35% degli italiani si aspetta un peggioramento nei prossimi sei mesi, mentre solo il 20% prevede un miglioramento. Il pessimismo cresce anche nel medio termine, con un equilibrio tra ottimisti e pessimisti per il futuro dell’economia nazionale nei prossimi tre anni. Si tratta di un dato in contrasto con il trend positivo degli anni precedenti.

Le priorità degli italiani

Le questioni economiche e occupazionali rimangono al centro delle preoccupazioni, indicate dal 54% degli intervistati nel sondaggio Ipsos. Seguono sanità (35%) e ambiente, mentre temi come immigrazione e sicurezza sono percepiti meno urgenti.

La sanità, in particolare, registra un aumento d’attenzione, alimentato dalla crisi del sistema pubblico, soprattutto nei servizi diagnostici e nell’assistenza di base.

La paura dei conflitti

Il conflitto in Ucraina continua a essere un tema delicato: il 77% degli italiani lo percepisce come una fonte di ansia, principalmente per il rischio di un’escalation che coinvolga anche l’Italia. Parallelamente, il 52% degli italiani si oppone all’invio di armi a Kiev, segno di un crescente desiderio di neutralità e di pace.

Anche le tensioni in Medio Oriente credo un senso di allarme, con il 70%del nostri connazionali che si preoccupa per le conseguenze umanitarie e geopolitiche.

Un disagio che cresce

Il quadro dipinto dall’Istat evidenzia un aumento del malessere, alimentato da difficoltà economiche, sanitarie e geopolitiche. Il crescente disinteresse verso la partecipazione politica riflette un senso di distanza dai decisori, suggerendo l’urgenza di risposte efficaci per evitare che il disagio sfoci in rancore sociale.

Regali di Natale: il riciclo non passa mai di moda e nel 2024 si chiama reselling 

La frenesia da regali di Natale porta spesso a fare o ricevere regali improbabili. Ma come rimediare? L’arte del reselling è l’ultima tendenza in fatto di… ‘riciclo’ dei doni poco apprezzati, un modo ancora più smart per dare una seconda chance ai regali che diversamente verrebbero ‘nascosti’ da qualche parte. Chi non ha un angolo in fondo all’armadio o una mensola in cantina dove stipare gli oggetti poco graditi, ma di cui non ci si riesce a liberare?

Una soluzione utile è anche il regifting, pratica diffusa oltre oceano che consente di dare una seconda vita ai regali ricevuti, donandoli ad altri. A patto, però, di evitare di regalarli a persone della stessa ‘cerchia’, e facendo attenzione a rimuovere eventuali etichette che possano svelarne la provenienza.

Pantofole, Sali da bagno, CD sul podio dei meno graditi

In ogni caso, il decluttering non riguarda solo liberarsi degli oggetti inutilizzati, ma anche delle emozioni legate a ciò che non rispecchia più i nostri gusti.
Ma quali sono i regali meno graditi che rischiano di finire in qualche angolo polveroso e inaccessibile della casa?

Secondo l’indagine effettuata da Subito su un campione di GenZ e Millennials il podio dei regali meno graditi è occupato, in prima posizione, dal cosiddetto ‘kit ricovero’, che comprende pigiama, calzini o ciabatte (31%), seguito dagli accessori beauty & friends, come il classico set da bagno (25%), e i CD (15%), dispositivi che i giovani e i giovanissimi non utilizzano più.

Il doppio vantaggio del Second Hand

Di fatto, il reselling è l’attività che consente non solo di sbarazzarsi di regali indesiderati, ma anche avvantaggiare il portafogli e fare una scelta gentile nei confronti del pianeta, allungando la vita di un bene e potenzialmente evitando la produzione del corrispettivo nuovo.
Si tratta di una pratica che sta prendendo sempre più piede anche in Italia,.

Come emerge dall’Osservatorio Second Hand Economy 2023 di BVA Doxa per Subito, il 27% degli italiani ha fatto acquisti second hand destinati a regali, e di questi quasi la metà (46%) l’ha fatto proprio in occasione delle festività natalizie.

L’ economia circolare sotto l’albero 

Inoltre, è il 37% degli intervistati ad avere dichiarato di aver rimesso in circolo i regali poco apprezzati, grazie appunto, alla second hand.
Su Subito, la seconda piattaforma di e-commerce in Italia, con oltre 18,7 milioni di utenti unici al mese, questa modalità è semplice e immediata.

E oltre all’opportunità di dare una seconda vita a un regalo, che potrà finalmente trovare qualcuno che lo apprezzi davvero, porta anche un piccolo guadagno in termini di denaro a chi vende.

Qual è oggi la mappa dei consumi mediatici degli italiani?

Tra il 2019 e il 2023, l’Italia ha vissuto una vera e propria rivoluzione nei consumi mediatici, consolidando il paradigma biomediatico. Anche tra anziani e persone meno istruite è ormai diffuso l’utilizzo di dispositivi connessi: li usa i tre quarti degli over 65 e l’80% di chi ha bassi livelli di istruzione .

La televisione mantiene il suo predominio, con un’utenza che passa dal 95,1% nel 2022 al 95,9% nel 2023. Cresce l’uso della tv via internet (+3,3%) e della mobile tv, oggi al 33,6% degli spettatori. La radio, pur subendo un lieve calo (-1,1%), si adatta con nuovi canali digitali, mentre l’autoradio recupera terreno, toccando il 69,1% di utenza. I dati emergono dal capitolo “Comunicazione e media” del 58° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.

La crisi dei giornali e la tenuta del libro
I quotidiani cartacei continuano a perdere lettori: dal 67% del 2007 al 22% nel 2023, mentre calano anche i settimanali (-1,7%) e i mensili (-2,8%). Gli utenti dei quotidiani online sono scesi al 30,5% (-2,5% in un anno). Al contrario, il 2023 segna una ripresa per i libri stampati, letti dal 45,8% degli italiani (+3,1% rispetto al 2022). Rimane invece stabile la percentuale di lettori di e-book (12,7%) e audiolibri (5,3%). I fumetti attirano l’8% della popolazione, con una prevalenza tra uomini e persone più istruite.

Il ruolo di internet e dei social network
L’89,1% degli italiani utilizza internet (+1,1% rispetto all’anno precedente), con una forte sovrapposizione con smartphone (88,2%) e social network (82%). Tra i giovani (14-29 anni), WhatsApp è usato dal 93%, seguito da YouTube (79,3%) e Instagram (72,9%). TikTok registra il 56,5%, mentre piattaforme come Facebook (50,3%) e Spotify (49,6%) sono in lieve calo.

Il linguaggio mediatico: politically correct e cancel culture
Il 76,9% degli italiani è favorevole a regole affinchè nei media non ci siano espressioni offensive, specialmente riguardo all’aspetto fisico, all’identità di genere e alle differenze culturali. Tuttavia, il 69,3% ritiene eccessiva tale sensibilità nelle conversazioni quotidiane. Sul tema della cancel culture, solo il 21,4% pensa che vadano rimosse le opere d’arte del passato potenzialmente “offensive”.

Intelligenza artificiale, cosa aspettarsi?
L’8% degli italiani utilizza software di intelligenza artificiale per generare testi o immagini, ma il 65,5% teme un impatto negativo sull’occupazione. Il 55,9% prevede miglioramenti nella sanità e il 45,4% nella ricerca scientifica. L’82%, infine, chiede una regolamentazione precisa per limitare i possibili rischi della tecnologia.

Stress da regali? No, se è second hand

Il 27% degli italiani ha acquistato almeno una volta un regalo second hand, in particolare, il 46% in occasione delle festività natalizie. 
Segno che la cultura del riuso comincia a radicarsi anche per i momenti più importanti dell’anno, come appunto il Natale, che porta con sé la (stressante) ricerca del regalo perfetto da mettere sotto l’albero.

Lo evidenzia l’Osservatorio Second Hand Economy 2023 di BVA Doxa per Subito.it. Non sorprende che siano i giovani della GenZ e gli Young Millennials quelli che più di tutti dichiarano di comprare e vendere usato, con una percentuale di adesione che supera il 90%, a fronte di una media nazionale del 60%.

Finalmente qualcosa di introvabile che desideravo da tempo!

Si tratta di un dato indicativo di come la second hand per questo target sia una scelta di acquisto e un alleato costante, anche per i regali.
Il 49% dei giovani non solo prende in considerazione l’idea di un regalo second hand, ma lo cerca e compra tra le 38 categorie presenti sul portale Subito.

Non solo, la community della piattaforma vede positivamente la possibilità di ricevere un regalo second hand.
Per il 54% degli intervistati è infatti sinonimo della possibilità di ottenere finalmente qualcosa di introvabile che si desidera da tempo. Un oggetto unico per arredare la casa (33,3%) o un accessorio vintage originale messo in vendita, magari, da qualche boomer (27,2%).

Ma chi è il destinatario ideale di un regalo pre-loved?

Pole position per il nerd, che ha già 7 consolle in collezione, ma non ancora quella portatile (42,5%). Al secondo posto, i neogenitori che si trovano a fare i conti con la velocità con cui crescono i bambini (35%), al terzo, gli sportivi dell’ultimo minuto che organizzano partite di padel ogni weekend (28%), al quarto, l’amica fashion-victim che non sopravvive senza l’accessorio must-have della stagione (26%), e al quinto, l’interior designer wannabe che non sopravvive senza oggetti di design (25%).

I regali brutti sono come il Karma, poi tornano

Non sempre però i desideri diventano realtà, e spesso anche Babbo Natale commette qualche errore, trasformando il momento in cui si scartano i regali sotto l’albero in un incubo.

Ecco, infatti, la top 3 dei regali sgraditi, quelli che, pur nascendo dalle migliori intenzioni finiscono negli angoli più remoti della casa.
Insomma, dal ‘kit ricovero’ (31%), vestaglie, pigiami e calzini, agli oggetti beauty&friends (25%), profumi quando va bene oppure quando va malissimo ‘bagnoschiuma alle ortensie morte della Valgardena’, fino a il Gratta&Vinci (20%).