PMI di fronte a una sfida digitale: solo il 12% ha una gestione IT davvero evoluta

Le PMI soffrono, a livello globale, di una certa difficoltà a intraprendere un profondo cambiamento tecnologico. La trasformazione digitale nelle piccole e medie imprese (PMI) si trova ancora in una fase critica: solo il 12% ha raggiunto una maturità elevata nella gestione IT, secondo lo studio internazionale “The State of SMB IT for 2026”, realizzato da EasyVista e OTRS Group.

Il report, basato su un campione globale di oltre 1.000 responsabili IT, mette in luce le sfide operative che rallentano l’evoluzione tecnologica nelle PMI di tutto il mondo.

Infrastrutture datate e scarsa integrazione

Nonostante oltre la metà delle PMI (56%) veda nell’IT un fattore strategico per il successo, il divario tra visione e pratica è ampio. Molte aziende operano ancora con strumenti obsoleti, affidandosi a fogli di calcolo, sistemi manuali o piattaforme di ticketing non integrate.
Il 67% delle imprese intervistate utilizza ancora soluzioni manuali per colmare le lacune tra la gestione dei servizi IT (ITSM) e quella degli asset (ITAM), mentre solo il 39% dichiara una piena integrazione tra monitoraggio dell’infrastruttura e flussi di lavoro.

L’intelligenza artificiale è ancora poco accessibile

Cresce anche l’interesse per l’intelligenza artificiale: il 71% degli intervistati la considera centrale per l’evoluzione dell’IT. Le prime applicazioni si concentrano su: monitoraggio delle risorse (35%); automazione dei task ripetitivi (34%); analisi predittiva e supporto decisionale (33%).

Barriere come i costi, la scarsità di competenze e le preoccupazioni sulla privacy e la sicurezza dei dati ne rallentano però l’adozione, soprattutto nelle PMI con budget limitati.

Sicurezza, automazione, accessibilità i settori su cui concentrarsi

Guardando al 2026, le principali aree di intervento per le PMI a livello globale sono: rafforzare la cybersecurity (41%); automatizzare i flussi IT (31%); introdurre soluzioni di AI per aumentare l’efficienza (30%).

Il 62% degli intervistati evidenzia la necessità di formazione tecnica per evolvere le pratiche IT, mentre oltre la metà chiede strumenti più semplici e accessibili, in grado di integrarsi con i sistemi esistenti.

La trasformazione IT passa da leadership e visione strategica

Secondo EasyVista e OTRS Group, il cambiamento non può essere solo tecnologico. Serve una leadership capace di guidare la trasformazione digitale, dotando i team IT di strumenti moderni, processi coerenti e obiettivi chiari.
Solo così le PMI potranno affrontare la crescente complessità dell’IT e restare competitive in un mercato sempre più connesso e sfidante.

Nuovo Codice della Strada: in sei mesi calano vittime, feriti e incidenti

Sono i dati raccolti da Polizia Stradale e Carabinieri ed elaborati in coordinamento con il Viminale sull’effetto del nuovo Codice della strada: nei primi sei mesi dall’entrata in vigore, i decessi sono diminuiti del -8,7%, passando da 634 a 579, ovvero, 55 in meno, e le persone ferite sono diminuite del -5,6%, 1.115 in meno, ovvero, da 20.075 a 18.960. 

In generale, il calo degli incidenti è del 4%, 1.423 in meno, da 35.209 a 33.786.
Quanto ai controlli su alcol e droga al volante, in questi sei mesi ne sono stati effettuati più di 400mila.
I numeri riguardano il periodo intercorso dal 14 dicembre 2024 al 14 giugno 2025, nel confronto con quelli rilevati durante il periodo corrispettivo dell’anno precedente.

La prevenzione dà effetti soddisfacenti 

I primi risultati del nuovo Codice, voluto fortemente dal vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, si confermano più che confortanti. 

Dal punto di vista dei controlli poi si segnala che in sei mesi dall’entrata in vigore del nuovo Codice ci sono state 417.663 verifiche con etilometri o precursori, e i positivi sono stati rispettivamente l’1,83% per l’alcol e lo 0,25% per le droghe, a riprova del fatto che le campagne di educazione stradale e di prevenzione stanno avendo effetti soddisfacenti.

Un aumento importante per il numero di verifiche

I numeri indicano una linea chiara rispetto al passato, rimarcando una direzione più severa ma anche più efficace nei controlli e nelle sanzioni.
In particolare, la stretta sui comportamenti a rischio, come la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, sembra cominciare a dare i suoi frutti.

Il numero di verifiche segna un aumento importante se confrontato con i semestri precedenti, a dimostrazione che la prevenzione non passa solo attraverso la repressione, ma anche grazie a una presenza più capillare delle forze dell’ordine sulle strade italiane.
Sul fronte dei controlli, i numeri raccontano una tendenza in miglioramento, che mostra una pressione costante e metodica sul fronte della prevenzione.

I messaggi sulla sicurezza incidono sulle abitudini quotidiane

A sorprendere è poi il tasso piuttosto basso di positività. Solo l’1,83% degli automobilisti controllati è risultato positivo all’alcol, mentre lo 0,25% è stato fermato per guida sotto effetto di stupefacenti, percentuali che anche se non azzerate sono comunque molto contenute rispetto ai dati degli ultimi anni, suggerendo che le campagne di sensibilizzazione e i messaggi sulla sicurezza stiano incidendo sulle abitudini concrete e quotidiane delle persone.

La struttura delle nuove regole, riporta Sussidiario.net, ha puntato da subito su un doppio fronte, da una parte sanzioni più severe dall’altra maggiore diffusione dei controlli, con l’obiettivo dichiarato di ridurre incidenti, morti e feriti. E a giudicare dai dati del primo semestre l’effetto sembra essere stato innescato.

PMI italiane: il digitale sostenibile conquista le imprese, ma mancano strumenti e competenze

Il tema dell’impatto ambientale del digitale è sempre più centrale nelle strategie aziendali, anche tra le piccole e medie imprese italiane. Secondo una recente ricerca condotta da ASUS in collaborazione con Research Dogma, il 91% delle PMI ha già intrapreso almeno una iniziativa per rendere più sostenibile l’uso delle tecnologie in azienda.

L’indagine, realizzata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, ha coinvolto oltre 400 responsabili IT e decision maker. Ne emerge un quadro positivo in termini di sensibilità ambientale, ma segnato da un evidente bisogno di formazione e orientamento tecnico. Un terzo degli intervistati, infatti, dichiara di non possedere gli strumenti necessari per trasformare l’impegno teorico in prassi quotidiana.

Scelte hardware più consapevoli, ma gestione ancora disomogenea

Le imprese cominciano a valutare con attenzione l’impatto ambientale dei propri strumenti digitali. Il 57% sceglie dispositivi certificati o ricondizionati, contribuendo a rallentare l’obsolescenza e a ridurre i rifiuti elettronici. Inoltre, il 74% ha investito in tecnologie più efficienti sotto il profilo energetico, come sistemi cloud ottimizzati e server meno energivori.

Ma quando si tratta di smaltire i dispositivi a fine vita, le pratiche non sono ancora uniformi. Solo una PMI su tre si affida ai canali ufficiali di riciclo. Altre preferiscono donare i dispositivi ai dipendenti o collaborare con realtà del terzo settore. Queste soluzioni, seppur valide, rivelano una mancanza di linee guida comuni e condivise.

Certificazioni ambientali: ancora poco considerato il loro valore

Strumenti come EPEAT, TCO ed Energy Star sono noti, ma poco compresi. Solo il 30% dei responsabili IT sa applicarli concretamente alle scelte aziendali. La carenza di competenze tecniche penalizza le realtà più piccole, che spesso affidano la gestione informatica a figure generaliste.

Anche le buone pratiche quotidiane, come l’uso della modalità scura o la riduzione delle periferiche attive, faticano a diffondersi per mancanza di consapevolezza.

Fornitori green sempre più richiesti

Oggi le PMI non cercano solo prestazioni, ma anche valore ambientale. Il 90% preferisce partner tecnologici che offrano servizi di riciclo e dispositivi con efficienza certificata. Per molte aziende, sostenibilità fa ormai rima con affidabilità.

Ceto medio: 2 italiani su 3 pensano di farne parte, ma i figli “staranno peggio”

Il ceto medio non si definisce attraverso il reddito, ma attraverso l’identità culturale. Il 66% degli italiani si riconosce nel ceto medio per il livello di istruzione e le competenze acquisite (90%), ma questi valori non trovano più riscontro nella realtà economica.

Per l’82% degli italiani che si autodefinisce di ceto medio il capitale culturale non si traduce in una giusta retribuzione, e oltre il 70% chiede meno tasse sui redditi lordi. Inoltre, più della metà teme che i propri figli staranno peggio.
È il ritratto che emerge dal 2° rapporto Cida-Censis ‘Rilanciare l’Italia dal ceto medio. Riconoscere competenze e merito, ripensare fisco e welfare’, commissionato da Cida (Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità).

Un capitale culturale senza ritorno economico

Negli ultimi anni, oltre la metà degli italiani che rappresentano l’ossatura sociale del Paese ha visto il proprio reddito fermo, mentre più di uno su quattro lo ha visto calare. Solo il 20% dichiara un miglioramento.

Più che arretrare, il ceto medio oggi galleggia senza prospettiva. Anche i consumi riflettono questo stato, con il 45% che li ha ridotti e la maggioranza che teme ulteriori tagli nel prossimo futuro.
Non è solo una condizione economica, è un malessere sociale diffuso che svuota di speranza il futuro. Un futuro, che sempre più spesso, il ceto medio non riesce più a immaginare dentro i confini del Paese.

Si spezza il sogno di mobilità sociale interna

Il 50% dei genitori appartenenti al cuore produttivo del Paese ritiene che i figli staranno economicamente peggio, e il 51% auspica che cerchino opportunità all’estero, segnando il sorpasso definitivo del ‘mito dell’altrove’ sul sogno di mobilità sociale interna.

Nonostante questo, il 67% delle famiglie di sostiene spese straordinarie per garantire un futuro ai figli, mentre oltre il 41% aiuta economicamente figli e nipoti, confermandosi come primo ammortizzatore sociale del Paese.
Tra i pensionati, il 47% aiuta regolarmente figli o nipoti, e il 66% ha finanziato o finanzierà almeno una spesa straordinaria. Ma questa ‘generosità silenziosa’ è sempre più sotto pressione. 

Oscillare tra incertezza e vera e propria insicurezza

Inoltre, solo il 52% si sente protetto da reti di welfare, e il risparmio, da sempre uno dei tratti distintivi del ceto medio, si erode.
Quando la fiducia nel futuro si incrina, cresce il bisogno di protezione, ma è proprio qui che il sistema mostra le sue crepe più profonde: solo il 18% giudica sufficiente il welfare pubblico.

Di fronte a questa percezione di inadeguatezza, riporta Adnkronos, cresce la corsa al welfare integrativo: il 45% possiede polizza sanitaria/fondo pensione e circa il 36% vorrebbe che il contratto collettivo del settore in cui lavora prevedesse la sanità integrativa.
Il rischio è una nuova disuguaglianza tra chi può permettersi una protezione privata e chi resta scoperto.

Da Great Resignation a Great Detachment: aumentano i disillusi al lavoro 

Aumento dell’inflazione, timori di una recessione e instabilità economica oggi rendono più rischioso cambiare lavoro, facendo sentire spesso le persone ‘bloccate’ e mentalmente disconnesse.
Così, dopo i fenomeni di Great Resignation e Great Regret, il boom di dimissioni volontarie e relativi pentimenti, si affaccia il Great Detachment: lavoratori rassegnati all’insoddisfazione che rinunciano a cercare una condizione migliore e spengono le proprie energie.

Insomma, nel 2025 tra i lavoratori italiani si conferma un diffuso malessere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, solamente il 17% è pienamente ingaggiato, e appena il 10% ’sta bene’ nelle tre dimensioni lavorative fisica, relazionale, mentale.

Fare il minimo indispensabile senza coinvolgimento

Nell’ultimo anno, l’11% dei dipendenti ha cambiato impiego o ha intenzione di farlo entro 18 mesi (30%). 
E aumentano i quiet quitter, che sono il 14% del totale e restano al loro posto facendo il minimo indispensabile senza essere emotivamente coinvolti.
Tra chi vuole cambiare impiego la quota di chi sta effettivamente facendo colloqui passa dal 58% al 52%, mentre crolla la quota di chi dopo aver cambiato lavoro si è pentito (56% vs 20%).

Parallelamente, si afferma una crescente ricerca di protezione e stabilità economica. Nella scelta di un nuovo lavoro, dopo il benessere tornano in primo piano tutele del contratto, retribuzione e benefit. Tanto che i servizi di wellbeing più richiesti sono l’assistenza sanitaria e i buoni pasto.

Un terzo dei lavoratori usa l’AI

In questo contesto, si diffonde l’AI, che in ambito HR può aumentare produttività, engagement e benessere.
Il 45% delle aziende ha già investito in AI a supporto dei processi e il 60% a supporto della produttività individuale, ma le direzioni HR faticano ancora a guidare questa trasformazione e a comprendere come questi strumenti vengono utilizzati al proprio interno.

Nell’ultimo anno, infatti, il 32% dei lavoratori ha utilizzato l’AI nelle sue attività, ma soprattutto soluzioni personali o gratuite reperite online, non quelle fornite dall’azienda. E solo un’azienda su sette analizza l’impatto che i sistemi di AI possono avere sulle attività lavorative.

“In un’epoca di grande trasformazione l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento”

“Tra i lavoratori italiani si rileva una crescente frustrazione, attribuibile alla percezione di instabilità del mercato del lavoro, accentuata da conflitti e crisi globali e da retribuzioni spesso inadeguate al costo della vita – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice -.  Così, a fianco al benessere e all’equilibrio, che continuano a essere le priorità delle persone, si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione. In questo contesto, la sfida principale per le Direzioni HR nel 2025 è lavorare sul senso e il significato del lavoro, cercando di ovviare al senso di precarietà crescente. In un’epoca di grande trasformazione, tra ricambio generazionale e rivoluzione tecnologica, l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento delle organizzazioni, che oggi passa da AI, nuove strategie e nuove competenze”.

Occupazione e disoccupazione: i dati Istat per marzo 2025 

Secondo le previsioni dell’Istat, a marzo 2025 il tasso di occupazione è stabile al 63,0%. Ma rispetto al mese precedente gli occupati diminuiscono del -0,1%, pari a -16mila unità.
Questa diminuzione riguarda le donne, i minori di 35 anni, i dipendenti a termine e gli autonomi. Nelle altre classi d’età, per gli uomini e i dipendenti permanenti, il numero di occupati è in crescita. 

Sempre a marzo, il tasso di disoccupazione sale al 6,0% (+0,1%), quello giovanile al 19,0% (+1,6%). L’aumento del +2,1% di chi è in cerca di lavoro (+32mila) si osserva soltanto per uomini e under50. 
Il tasso di inattività è invariato al 32,9%.
Calano gli inattivi tra 15 e 64 anni (-0,1%, -11mila), gli uomini e i 35-49enni, aumentano tra le donne e nelle altre classi d’età.
Fanno eccezione i 15-24enni, che registrano una stabilità. 

Nel trimestre più occupati e in cerca di lavoro

Confrontando il primo trimestre 2025 con il quarto 2024, si osserva un aumento di 224mila occupati (+0,9%).
La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+0,5%, +7mila) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, -217mila).

A livello tendenziale, a marzo 2025 il numero di occupati supera quello di marzo 2024 dell’1,9% (+450mila).
L’aumento riguarda uomini, donne e under35, mentre per i 15-34enni si osserva una diminuzione. Il tasso di occupazione, in un anno, sale del +0,9%.
Sempre rispetto a marzo 2024, diminuiscono anche il numero di persone in cerca di lavoro (-11,8%, -208mila) e quello degli inattivi (-0,9%, -107mila).

In un anno meno disoccupati e inattivi

Su base annua, sia per gli uomini sia per le donne si osserva la crescita del tasso di occupazione (+0,8, +1,0%) e la diminuzione di quelli di disoccupazione (-0,3% uomini, -1,7% donne) e di inattività (-0,6%, -0,1%).

La diminuzione congiunturale del numero di occupati, registrata a marzo 2025,è il risultato del calo dei dipendenti a termine (-2,4%) e degli autonomi (-0,3%) associato alla crescita dei dipendenti permanenti (+0,4%).
In termini tendenziali, l’occupazione cresce tra i dipendenti permanenti (+4,2%) e gli autonomi (+0,9%), mentre cala tra i dipendenti a termine (-9,4%).

Per i giovani aumenta la difficoltà a trovare lavoro

Tra febbraio e marzo 2025, per gli under35 il calo del tasso di occupazione si associa all’aumento di quello di disoccupazione (particolarmente marcato per i 15-24enni), e l’inattività cresce tra i 25-34enni e diminuisce tra i più giovani.

Tra i 35-49enni aumentano i tassi di occupazione e disoccupazione e cala il tasso di inattività. Inoltre, tra chi ha almeno 50 anni la stabilità dell’occupazione si accompagna alla diminuzione della disoccupazione e alla crescita dell’inattività.
Su base annua, per i 15-34enni cala l’occupazione e cresce l’inattività. Al contrario, per gli under35 anni l’occupazione aumenta e l’inattività diminuisce.
La disoccupazione, invece, si riduce in tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni.

Sicurezza digitale: l’Europa guarda alla Cyber Immunity

In occasione del GITEX Asia 2025, l’azienda di cybersecurity Kaspersky ha svelato i risultati di un’indagine globale che evidenzia un’importante evoluzione nel modo in cui le imprese intendono proteggersi dalle minacce informatiche.

Al centro della ricerca, condotta su 850 professionisti della sicurezza IT in tutto il mondo, emerge un concetto chiave: la Cyber Immunity.

Oltre la difesa tradizionale: nasce un nuovo approccio

Il termine Cyber Immunity si riferisce a un modello in cui i sistemi informatici sono progettati fin dall’origine per resistere agli attacchi. Questo approccio, basato su principi di progettazione intrinsecamente sicura, rappresenta un superamento dei classici strumenti difensivi applicati dopo la costruzione del sistema.

In Europa, il 68% degli esperti intervistati considera la Cyber Immunity una strategia altamente efficace per limitare le possibilità di intrusione e sabotaggio da parte dei criminali informatici.

Aumenta la consapevolezza tra i professionisti

I dati raccolti mostrano che l’81% degli intervistati europei conosce e comprende il significato del concetto di Cyber Immunity. Inoltre, il 28% ritiene che possa contribuire a diminuire il numero degli attacchi, mentre il 37% la considera una soluzione utile per contenere i danni. Un terzo del campione (34%) è convinto che entrambe le funzioni siano perseguibili insieme.

Un nuovo sistema operativo per ambienti digitali “resilienti”

Per dare corpo a questo approccio, Kaspersky ha presentato l’espansione del proprio sistema operativo KasperskyOS, inizialmente pensato per applicazioni embedded in ambiti critici. Oggi, la piattaforma si propone come soluzione flessibile per ambienti IT più ampi, con l’obiettivo di creare sistemi progettati per essere sicuri sin dall’inizio.
KasperskyOS consente alle aziende di costruire soluzioni su una base già protetta, riducendo la dipendenza da interventi correttivi post-attacco.

Prevenire è meglio che reagire

“La nostra missione è aiutare le aziende a spostarsi da un approccio reattivo a uno preventivo,” ha dichiarato Dmitry Lukiyan, responsabile della divisione KasperskyOS. “Cyber Immunity significa non solo rilevare le minacce, ma impedirne l’accesso sin dalla fase di progettazione.”

Con una domanda sempre più marcata di soluzioni secure by design, la cybersecurity entra in una nuova fase: quella della resilienza nativa.

BNPL: nel II semestre 2024 non si ferma, e gli importi erogati salgono del +32% 

A conferma di un trend di crescita ormai consolidato e costantem anche in Italia l’utilizzo del Buy Now Pay Later registra incrementi anno dopo anno. 

Nel secondo semestre 2024 gli importi erogati di BNPL in Italia sono cresciuti dell’85% rispetto a due anni prima. Nell’ultimo anno, in particolare, l’incremento è stato del 32% rispetto al secondo semestre del 2023, mentre nello stesso periodo i finanziamenti Small Ticket, ovvero i prestiti tradizionali inferiori a 5.000 euro, hanno segnato una leggera diminuzione (-1%).
Sono alcune evidenze emerse dall’ultima analisi effettuata da CRIF, che ha approfondito l’andamento e l’influenza del Buy Now Pay Later sulle abitudini di acquisto dei consumatori italiani.

Cambiano le abitudini dei consumatori digitali

Per il BNPL il valore medio finanziato è relativamente basso, circa l’80% dei contratti è inferiore ai 300 euro.
Al contrario, i finanziamenti Small Ticket vengono perlopiù erogati per importi superiori ai 500 euro, con una particolare preferenza per le cifre comprese tra 500-1.000 euro (oltre il 21%) e oltre 3.000 euro (20%).
Analizzando nel dettaglio le peculiarità del mercato italiano, sono due le tipologie principali di BNPL utilizzate, Pay in X e POS Lending.

Le soluzioni Pay in X consistono in una dilazione di pagamento in un numero limitato di 3 o 4 rate, e non comportano spese sotto forma di interessi per il cliente finale.
Le soluzioni POS Lending, invece, sono forme di finanziamento del carrello alla cassa, che generalmente prevedono l’applicazione di interessi per il cliente finale.

Il POS Lending sostituisce il piccolo prestito

In particolare, in Italia si sta assistendo a un ‘effetto sostituzione’, cioè i consumatori stanno optando maggiormente per il POS Lending rispetto ai tradizionali piccoli prestiti, inferiori a 1.500 euro.Nel 2024 si osserva infatti una diminuzione dei piccoli prestiti unita a un corrispondente aumento dei contratti di POS Lending dello stesso valore.

La crescita del BNPL, in particolare del Pay in X, ha contribuito anche a una maggiore inclusione finanziaria riducendo la popolazione senza storia creditizia. Tuttavia, nel primo semestre 2024 la quota di consumatori che ha utilizzato il BNPL come punto di ingresso nel mercato del credito (11,5%) è diminuito del 2% rispetto alla prima metà del 2023 (13,5%).

Caratteristiche degli utilizzatori

La popolazione che utilizza il BNPL è mediamente più giovane di chi contrae prestiti Small Ticket. Nel primo semestre 2024 le quote maggiori di utilizzatori sono rappresentate da GenX e Millennials, rispettivamente con il 34,2% e il 29,1%. 

Tuttavia, è interessante notare come, anno su anno, il trend veda i Baby Boomers come la fascia di popolazione che sta crescendo di più in termini di quota di utilizzo del BNPL, con un aumento dell’8% rispetto al primo semestre 2023.
La rischiosità creditizia del BNPL, sia per il Pay in X sia per il POS Lending, si mantiene molto inferiore rispetto a quella del prestito Small Ticket.

Ora legale: quanto può “risparmiare” l’Italia?

Ora legale sì, ora legale no… anche a livello europeo, il tema è ampiamente dibattuto. Innanzitutto, è vero che è utile per generare benefici sia a livello di risparmio energetico sia di tutela per l’ambiente? In Italia, sì. Secondo Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel periodo in cui sarà attiva l’ora legale, il Paese potrà risparmiare circa 100 milioni di euro. Questo grazie a una riduzione del consumo elettrico stimata in 330 milioni di kWh.

L’impatto positivo sull’ambiente

Oltre al risparmio economico, l’adozione dell’ora legale contribuisce alla sostenibilità ambientale. La minore richiesta di energia si traduce in una riduzione di circa 160 mila tonnellate di CO2 immesse in atmosfera, favorendo il contrasto ai cambiamenti climatici.

I numeri del 2025

Nel 2025, l’ora legale è entrata in vigore nella notte tra il 29 e il 30 marzo, con lo spostamento delle lancette un’ora avanti alle 2:00. Il ritorno all’ora solare avverrà domenica 26 ottobre.
Questa variazione permette di sfruttare meglio la luce naturale nelle ore serali, limitando l’uso dell’illuminazione artificiale.

Quanto ci guadagnano le famiglie?

Il minor consumo di energia ha un impatto diretto sui costi domestici. Considerando il prezzo medio del kWh stimato da ARERA per il primo trimestre del 2025 (circa 29,9 centesimi di euro), il risparmio generato equivale al fabbisogno annuo di oltre 125 mila famiglie italiane.

Vent’anni che valgono 2,2 miliardi di euro risparmiati

Dal 2004 al 2024, l’adozione dell’ora legale ha consentito all’Italia di risparmiare oltre 11,7 miliardi di kWh, con un beneficio economico complessivo di circa 2,2 miliardi di euro. Un impatto significativo sia per le famiglie che per le aziende.

Cosa accadrà in futuro?

Nonostante i vantaggi, il dibattito sull’abolizione del cambio d’ora rimane aperto a livello europeo. Alcuni Paesi sostengono che i benefici siano ormai marginali, mentre altri ritengono che il mantenimento dell’ora legale continui a rappresentare una strategia efficace per ridurre i consumi energetici e le emissioni inquinanti.

Videogiochi per bambini, quelli “giusti” hanno un valore educativo  

Nell’era della digitalizzazione, la tecnologia offre strumenti innovativi per la crescita e l’apprendimento dei bambini. Secondo una ricerca condotta da un team inglese e riportata dalla Fondazione AIDR – Association Italian Digital Revolution, i videogiochi possono avere un impatto positivo sullo sviluppo cognitivo e sociale, a patto che siano progettati con attenzione.

Oltre a rappresentare un’opportunità di svago, essi contribuiscono a stimolare la creatività e a rafforzare l’identità personale dei più giovani.

Pensiero critico e capacità decisionali

Molti videogiochi richiedono ai giocatori di affrontare challenge, risolvere problemi e pianificare strategie efficaci. Questi elementi favoriscono il pensiero critico, migliorano la capacità di prendere decisioni rapide e affinano le competenze logiche.

Attraverso esperienze interattive e dinamiche, i bambini imparano a elaborare soluzioni e a sviluppare maggiore autonomia nella gestione delle difficoltà.

I videogame come strumento di socializzazione

In un contesto sempre più connesso, i videogiochi rappresentano anche un’opportunità per incentivare l’interazione sociale. Le piattaforme multiplayer e i giochi cooperativi permettono ai bambini di imparare a collaborare, migliorare la comunicazione e costruire relazioni con coetanei di diversa provenienza.

Si tratta di una modalità che contribuisce a sviluppare empatia e a rafforzare le dinamiche di gruppo, anche in ambienti virtuali.

Inclusione e accessibilità nel gaming

Un altro aspetto fondamentale è l’inclusività. Molti videogiochi moderni sono progettati per essere accessibili anche a bambini con difficoltà motorie o sensoriali, garantendo loro la possibilità di partecipare attivamente.

Questo approccio inclusivo favorisce l’integrazione sociale e permette ai bambini di sentirsi parte di una comunità, rafforzando la loro autostima e il senso di appartenenza.

Promuovere il gioco consapevole

Per sostenere l’uso responsabile dei videogiochi, la Fondazione AIDR sta progettando l’apertura di un centro nazionale a Roma dedicato all’educazione digitale. Questo spazio offrirà risorse per bambini, genitori ed educatori, sensibilizzando sull’importanza di un utilizzo equilibrato e positivo del gaming. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per integrare i videogiochi nell’educazione in modo sicuro e costruttivo.

Verso un futuro digitale sano

L’educazione digitale è un’opportunità che va colta e non sprecata. Affinché i videogiochi diventino una risorsa efficace per la crescita dei bambini, è fondamentale il coinvolgimento di genitori ed educatori.

Sostenere iniziative tese alla conoscenza e alla consapevolezza del mondo digitale significa investire in un futuro in cui ci sarà il giusto mix di tecnologia e apprendimento, così da formare individui consapevoli e preparati ad affrontare le sfide della società digitale.