Export agroalimentare, continua a crescere ma sul futuro pesano i dazi USA

Anche nel 2025 l’export agroalimentare italiano continua a correre. Con un +5,7% a settembre a fine anno dovrebbe superare per la prima volta quota 70 miliardi di euro.
Una crescita trainata soprattutto dai mercati della UE (+9%), in particolare, Polonia (+17,3%), Romania (+11,1%), Repubblica Ceca (+9,1%) e Spagna (+14,5%).

Secondo lo studio di Nomisma, presentato in occasione del IX edizione del Forum Agrifood Monitor, oggi l’Italia è il nono esportatore mondiale per valore, con 67,2 miliardi di euro nel 2024, e secondo Paese al mondo per crescita nell’ultimo quinquennio (+55%).
La crescita extra UE (+4%) risulta meno brillante, frenata dai cali registrati negli Stati Uniti (-1,1%), Russia (-8%) e Giappone (-13%). Sullo sviluppo futuro dell’export agroalimentare italiano pesano infatti i dazi USA.

Equilibri commerciali globali sempre più fragili

Nonostante ciò, gli Stati Uniti restano un mercato strategico e difficilmente sostituibile per il food&beverage italiano.
Tra il 2019 -2024 gli acquisti di prodotti italiani negli USA sono aumentati del 66% e oggi l’Italia è il terzo fornitore di prodotti food&agroalimentari dopo Canada e Messico.

Inoltre, i primi cinque mercati di destinazione, Germania, USA, Francia, UK e Spagna, rappresentano ancora il 50% dell’export complessivo. Una dipendenza che rende urgente una maggiore diversificazione, soprattutto in una fase caratterizzata da incertezza e complessità, in cui gli equilibri commerciali globali si stanno rivelando sempre più fragili.

Necessario ampliare la presenza del Made in Italy in altri mercati

Il calo dell’export agroalimentare negli USA è legato principalmente alla svalutazione del dollaro (oltre -10% da inizio anno) e all’incertezza generata dalle politiche daziarie dell’Amministrazione Trump, che hanno provocato un andamento altalenante: una forte crescita nei primi tre mesi dell’anno, dovuta all’effetto scorte, e un crollo fino al -22% in agosto, con l’introduzione del dazio aggiuntivo del 15% su alcuni dei nostri prodotti.

Per ridurre i rischi e rafforzarne la crescita futura, diventa quindi fondamentale ampliare la presenza dell’agroalimentare Made in Italy in altri mercati.
“Per quanto il mercato statunitense sia insostituibile per il nostro export agroalimentare, vi sono Paesi che nell’ultimo decennio hanno incrementato le importazioni di nostri prodotti food&beverage a tassi medi annui superiori al 12%”, dichiara Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare Nomisma.

Nuovi accordi di libero scambio con Mercosur e Indonesia

Si tratta, in particolare, di paesi come Messico, Polonia, Romania, Corea del Sud. Ma anche Australia e Brasile.
In questo contesto, un ruolo decisivo potrà essere svolto dai nuovi accordi di libero scambio. L’intesa UE–Mercosur, che coinvolge 260 milioni di persone e oltre 3.000 miliardi di dollari di Pil, rappresenta un’opportunità per le aziende italiane, considerando che il nostro export agroalimentare verso quest’area già oggi vale 440 milioni di euro (+68% negli ultimi cinque anni).

Ulteriori prospettive arrivano dalla chiusura del negoziato con l’Indonesia, mercato da 287 milioni di abitanti, dove l’export italiano ha già raggiunto 90 milioni di euro, con una crescita del +58% dal 2019.

Salute e benessere, una priorità per un italiano su due

Emerge dall’indagine realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia in occasione della Social Sustainability Week: in Italia la sostenibilità sociale ha il volto della fragilità. Oltre sette italiani su dieci vivono con ansia il proprio doman, più dell’80% teme per il futuro del Paese e quasi nove cittadini su dieci guardano con paura al futuro del pianeta. 

A questi segnali d’allarme si accompagna una crescente consapevolezza. Il 92% degli italiani sono infatti consapevoli della connessione tra salute e ambiente, ma allo stesso tempo si sentono schiacciati da preoccupazioni globali (guerre, cambiamento climatico, deterioramento ambientale) e dalla sensazione che il proprio destino dipenda soprattutto da fattori economici incontrollabili (62,4%).

Le criticità del Sistema Sanitario Nazionale

Il 46% degli italiani dichiara di avere fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 54% esprime scetticismo o sfiducia.
La sostenibilità sociale tocca direttamente anche il rapporto con il SSN. Si tratta di una criticità che non riguarda la qualità del personale, considerato preparato dal 58% degli intervistati, ma piuttosto la capacità organizzativa e la carenza di risorse. Tanto che l’81% ritiene che il numero degli operatori sanitari sia insufficiente.

Questa percezione porta oltre la metà del campione (53%) a considerare indispensabile una assicurazione integrativa, e spinge il 67% a ritenere inevitabile il ricorso alla sanità privata, segnale di un bisogno crescente di sicurezza e accessibilità nelle cure. 

Aumentano le aspettative verso le aziende private

In un contesto in cui le istituzioni e i soggetti collettivi sono percepiti come meno efficaci, si ampliano le aspettative nei confronti delle imprese, chiamate sempre più a svolgere un ruolo sociale.
Quando organizzazioni e aziende parlano di sostenibilità trasmettono speranza o interesse (54%). Solo l’8% si dichiara indifferente.

Al mondo del lavoro gli italiani chiedono innanzitutto stabilità contrattuale, considerata prioritaria dal 53% degli intervistati, relazioni positive tra colleghi, indicate dal 47% e flessibilità e smart working (34%). L’attenzione alla salute e la domanda di un’ampia offerta di welfare aziendale (26%) superano, anche se di poco, la rilevanza attribuita all’assenza di discriminazione e pari opportunità (23%) e alla formazione (22%).

Lavoro: deve garantire stabilità e relazioni sane

Il 60% ritiene tuttavia insufficiente l’attuale impegno aziendale per il benessere e il 61% del campione pensa che le aziende dovrebbero promuovere servizi psicologici. Ma solo il 16% conosce aziende che li offrono.

“La crescente vulnerabilità e la carenza dei presìdi collettivi spingono le persone a rivolgere alle imprese aspettative un tempo rivolte alle istituzioni – dichiara Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon -. Il lavoro diventa il luogo in cui si cercano stabilità, relazioni sane e tutela del benessere. Questa trasformazione segnala un cambiamento profondo nei bisogni comunitari. Le aziende che sapranno accoglierlo contribuiranno a rafforzare nuove forme di sicurezza condivisa”.

(In)fedeltà all’insegna: italiani pronti a cambiare supermercato se conviene di più

Complici la riduzione del potere di acquisto, e la crescente necessità di ricercare offerte in linea con il proprio budget di spesa, oggi quasi 1 italiano su 2, il 49%, è propenso a cambiare supermercato o punto vendita se risulta più conveniente.

Lo rivela l’ultima indagine svolta da DoveConviene, l’app per semplificare lo shopping: gli italiani sono sempre più infedeli alle insegne. Con l’aumento generalizzato del costo della vita, soprattutto dei prezzi dei beni alimentari, i dati legati alla fedeltà alle insegne dei supermercati o ipermercati da parte dei consumatori sono ulteriormente peggiorati.

Solo il 5% dei consumatori frequenta un unico punto vendita

Secondo l’Osservatorio Shopping di DoveConviene, rispetto alla rilevazione precedente, nell’arco di un appena mese solo il 5% degli intervistati oggi dichiara di frequentare un unico punto vendita.

La maggior parte degli intervistati afferma di ‘muoversi’ tra più insegne. In particolare, il 36% ne visita regolarmente tre e il 16% addirittura più di quattro.
E se la fedeltà non è il fattore principale, a guidare la scelta del punto vendita in cui fare la spesa è il risparmio.

Alla ricerca di offerte vantaggiose e prezzi bassi

A fare la differenza sono infatti soprattutto promozioni e prezzi convenienti.
Il 60% dei consumatori si orienta quindi verso le offerte più vantaggiose, mentre il 50% privilegia i supermercati con i prezzi più bassi.

Altri fattori che orientano gli acquisti sono la prossimità del punto vendita e la varietà dei prodotti. Il 29% opta infatti per i negozi vicini a casa, mentre il 28% predilige store con ampi assortimenti di articoli disponibili.
Tuttavia, negli acquisti il risparmio rimane centrale.

Iper, super, discount o negozi specializzati? Dipende dal prodotto

Di certo si tratta di un effetto collaterale dell’aumento dei prezzi. Alle prese con l’erosione del loro potere d’acquisto, gli italiani si scoprono sempre meno fedeli alle insegne al momento di fare la spesa. Non è un caso se il 70% degli italiani consulti sempre i volantini promozionali in fase di pianificazione della spesa.
L’indagine evidenzia, inoltre, la tendenza da parte dei consumatori a prediligere formati di negozi diversi, a seconda della tipologia dei prodotti acquistati.

Nel dettaglio, per quanto riguarda la spesa alimentare l’86% degli italiani preferisce affidarsi a supermercati e ipermercati, mentre il 52% sceglie il discount.
Per l’acquisto di prodotti per la cura della casa e della persona, invece, il 62% si rivolge a negozi specializzati e il 50% a supermercati e ipermercati.

Telefonia: gli italiani truffati sono 3,9 milioni, ma poche le denunce

Lo ha scoperto l’indagine condotta per Facile.it da mUp Research: nel 2024 quasi 3,9 milioni di italiani sono stati vittime di truffa o hanno subito un tentativo di frode in ambito telefonico, fisso o mobile. Ma nonostante il danno, più di 1 truffato su 2 (52%) non ha sporto denuncia. Perché?
I motivi principali sono stati sentirsi ingenui (20%) e non aver voluto farlo sapere a familiari e amici (15%).

Comunque, il danno complessivo è stimato in 628 milioni di euro, 124 euro in media per la telefonia mobile e 157 euro per quella fissa.
Sia per la telefonia fissa sia per quella mobile i canali più utilizzati dai truffatori sono finti call center (63,3% fissa, 47,1% mobile), false email (25,6% fissa, 42,9% mobile) e SMS (18,9% fissa, 32,8% mobile).

I canali più utilizzati dai truffatori

Per la telefonia mobile in più di un caso su 4 i tentativi di frode sono avvenuti tramite le app di messaggistica istantanea, come WhatsApp o Telegram. Ma una delle truffe più comuni è la richiesta di pagamenti da parte di falsi tecnici che bussano alla porta di chi ha appena richiesto l’attivazione di una nuova linea telefonica. Oppure, quella del falso operatore telefonico che avvisa del presunto mancato pagamento di diverse bollette.

Un altro schema tipico comincia con una telefonata da parte di un finto consulente, che si presenta come dipendente dell’azienda di telefonia con cui la vittima ha il contratto e insiste per concordare un incontro di persona.

I numeri da non richiamare

Un altro genere di truffa molto diffusa è quella legata alle chiamate non risposte ricevute da numeri sconosciuti. In pratica, si riceve una telefonata da un numero sconosciuto e nel momento stesso in cui si risponde il truffatore fa cadere la linea. L’intenzione è proprio quella di spingere la preda a richiamare e prosciugare il credito telefonico addebitando costi esorbitanti per la chiamata.

Questa truffa per funzionare ha bisogno che la vittima provi a ricontattare chi lo ha chiamato. L’aiuto più importante per non cascare in questo inganno arriva dal web, dove bastano pochi secondi per verificare se il numero che ha chiamato è già stato segnalato come origine di frodi.

La frode tramite messaggistica

Oggi la maggior parte degli utenti non si fida di email non richieste che invitano a cliccare su un link e inserire dati privati o di pagamento.

Lo stesso schema, però, ora viaggia su un altro canale, i messaggi sul cellulare. Non abituati a dubitare di quello che arriva in questo modo, troppo spesso le difese sono abbassate, e altrettanto spesso, si cade in trappola.
In generale, attenzione anche a verificare attentamene un contratto prima di sottoscrivere una nuova offerta. Possono nascondersi costi non esplicitati (invio o noleggio modem, servizi a pagamento ecc.). E controllare la velocità dichiarata, quella minima garantita e quella effettiva.

WhatsApp: nuove misure per ridurre lo spam di aziende e privati

Pare che Meta stia puntando a diminuire la presenza dei cosiddetti spammer, che siano aziende o persone fisiche, su WhatsApp, la sua piattaforma di messaggistica. Ma in che modo? Per limitare ulteriori invii da parte di utenti privati o aziendali l’app potrebbe contare il numero di messaggi inviati, e mai letti dai destinatari, ed eliminare quelli ‘di troppo’. In pratica, appena un utente risponderà a un messaggio quest’ultimo verrà eliminato dal conteggio mensile di quelli non letti.

In ogni caso, l’utente medio difficilmente raggiungerà il limite imposto dalla piattaforma, pensato per chi è solito inviare un numero significativo di messaggi, anche tramite il metodo del copia e incolla multiplo.
La notizia della nuova funzionalità di WhatsApp per combattere lo spam è stata divulgata dal sito specializzato TechCrunch. 

Quali restrizioni al superamento del limite di messaggi inviati?

L’anno scorso WhatsApp ha aggiunto alle sue funzionalità la possibilità di annullare l’iscrizione ai messaggi di marketing delle aziende, mentre nel mese di agosto 2025 ha iniziato ad avvisare gli utenti nel caso qualcuno non presente nei loro contatti li aggiunga a un gruppo.

Non è chiaro cosa accadrà al superamento del limite di messaggi inviati, TechCrunch afferma che qualora un’azienda o un individuo stiano per raggiungere la soglia di messaggi non letti dai destinatari, l’app mostrerà un avviso con il conteggio, in modo da evitare il blocco o altre restrizioni.
Parallelamente all’annuncio delle nuove misure anti spam, WhatsApp specifica di aver bannato oltre 6,8 milioni di account collegati a centri truffa nella prima metà del 2025, riporta ANSA.

Un’esperienza d’uso più ordinata e protetta

Al momento l’unica alternativa per fermare i messaggi molesti è bloccare il contatto, ma presto potrebbe non essere più necessario, anche se WhatsApp non ha ancora comunicato il numero esatto di messaggi mensili consentiti. 

WhatsApp assicura comunque che la maggior parte degli utenti non si accorgerà nemmeno del cambiamento, poiché il limite riguarda soprattutto chi invia grandi quantità di messaggi a contatti sconosciuti. L’obiettivo è infatti rendere l’esperienza d’uso più ordinata e protetta dai messaggi spam.
Nelle prossime settimane la sperimentazione sarà attiva in diversi Paesi. Per ora, le nuove limitazioni sono estese a oltre una dozzina di Paesi, tra cui l’India, uno dei mercati più grandi e strategici per la società, 

Evitare che le chat diventino una fonte continua di notifiche indesiderate

Nel corso del 2025 WhatsApp ha ampliato la sperimentazione avviando test anche sui messaggi “broadcast”, ovvero quelli inviati in massa a più destinatari contemporaneamente. 

L’obiettivo dichiarato, riferisce fanpage.it, è quindi quello di mantenere WhatsApp un ambiente sicuro e piacevole per la comunicazione personale e professionale, evitando che le chat si trasformino in una fonte continua di notifiche indesiderate.
L’azienda mira così a trovare un equilibrio tra libertà di comunicazione e tutela dell’esperienza utente intervenendo prima che lo spam comprometta la qualità del servizio.

Benessere, 15 minuti di movimento più efficaci di un welness retreat

Lo ha dimostrato uno studio di ASICS sull’efficacia dell’Everyday Escape, la “fuga” quotidiana dallo stress basata sull’attività fisica: non serve viaggiare lontano o spendere cifre elevate per portare corpo e mente in un luogo più felice. Una semplice pausa di movimento giornaliero di 15 minuti e 9 secondi si è dimostrata scientificamente più capace di portare benefici duraturi rispetto a una settimana in un retreat di wellness.

Lo studio, supervisionato dal dott. Brendon Stubbs del King’s College London, mostra infatti che i vantaggi dei wellness retreat spesso svaniscono rapidamente, mentre i viaggi troppo lunghi possono aggiungere ulteriore stress.
Eppure, con l’aumento generalizzato dello stress il turismo del benessere è in forte crescita. Secondo Euromonitor, la domanda globale di vacanze benessere è infatti cresciuta del 33% nell’ultimo anno.

Riduzione dello stress, benefici sull’umore e sullo stato mentale 

I partecipanti allo studio Everyday Escape di Asics che si sono concessi una pausa quotidiana di poco più di un quarto d’ora di movimento, hanno riportato un miglioramento del 21% del proprio stato mentale complessivo rispetto alla loro esperienza in un retreat.

Inoltre, il 71% ha dichiarato che l’attività fisica quotidiana è stata più efficace nel ridurre lo stress rispetto al retreat, il 73% ha riportato benefici mentali più duraturi, e il 65% l’ha percepita come capace di migliorare l’umore.

Un’alternativa più economica e a portata di mano 

Lo studio, condotto sulle persone che avevano recentemente partecipato a un wellness retreat, ha rivelato che per questo tipo di vacanza vengono percorsi in media 1.780 km e si spendono circa 1.421 euro. Questo, sebbene i risultati non siano sempre all’altezza delle attese.

Quasi due terzi (62%) dei partecipanti hanno dichiarato che l’esperienza non ha soddisfatto le aspettative, mentre sette su dieci (70%) hanno segnalato che i benefici ottenuti svanivano già al termine del soggiorno o poco dopo il rientro.
Per alcuni, il retreat ha persino rappresentato una fonte aggiuntiva di stress. Costi (24%) e la lunghezza dei viaggi (21%) sono stati indicati come fattori critici.

“Stare bene non dovrebbe essere un lusso”

“Credo profondamente nel potere del movimento, non solo per il corpo, ma anche per la mente – ha commentato Natasha Rothwell, Everyday Escape Concierge di ASICS -. Certo, puoi spendere migliaia di dollari o volare dall’altra parte del mondo per sentirti meglio, oppure puoi semplicemente uscire e muovere il tuo corpo. La tua Everyday Escape può essere una passeggiata, una sessione di stretching, una danza in cucina. È gratuita, semplice e soprattutto è tua. Il benessere non dovrebbe essere un lusso, ma qualcosa di accessibile a tutti, ogni giorno. Quando ci muoviamo, stiamo meglio. Ed è questo il tipo di fuga che tutti meritano”.

Centri Commerciali: l’evoluzione omnicanale degli shopping mall

Oggi i visitatori dei centri commerciali sono particolarmente interessati a soluzioni omnicanale, dai programmi di loyalty (62,2%) alle offerte personalizzate cross-brand (60,6%) alla possibilità di ritirare gli acquisti nei locker (59,2%).
I centri commerciali italiani stanno vivendo un percorso di trasformazione che li rende sempre più digitalizzati e connessi alle nuove abitudini dei consumatori. 

Secondo la ricerca NetRetail – Centri Commerciali “Omnicanalità e Centri Commerciali, ecosistemi esperienziali multidimensionali”, realizzata da Netcomm in collaborazione con CNCC – Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali, il digitale stia diventando un elemento cardine nell’evoluzione di questi ecosistemi: non più soltanto luoghi di acquisto, ma spazi multidimensionali di relazione, intrattenimento e servizi.

Locker e click&collect

Particolarmente significativa è l’evoluzione di servizi come il click&collect, disponibile nel 32% dei centri commerciali e utilizzato da quasi un terzo dei visitatori, con un impatto maggiore in alcuni target rilevanti come gli acquirenti ad alta frequenza e alto spendenti.
Questa soluzione ‘drive to store’ è prevalentemente guidata dai singoli brand, ma si registrano anche i primi esperimenti in cui il centro commerciale offre un’infrastruttura integrata e cross-brand.

Anche i locker si affermano come soluzione logistica sempre più apprezzata dai consumatori, benché ancora concentrata soprattutto nelle strutture di grandi dimensioni.
Il reso omnicanale resta invece l’anello debole dell’offerta. Un ambito da potenziare per rendere l’esperienza d’acquisto sempre più fluida e completa.

I profili dei visitatori

Sul fronte della domanda, la ricerca ha identificato cinque principali profili di acquirenti e frequentatori dei centri commerciali in Italia.
I pragmatici, che rappresentano il 26,6% dei visitatori, privilegiano l’efficienza, la velocità e la possibilità di trovare in un unico luogo ciò che serve. Gli aspirazionali, pari al 22,9%, sono attratti dalla sicurezza e dal comfort dell’ambiente, dalla presenza di brand di riferimento e dall’offerta di eventi e intrattenimento.

Seguono poi gli esperienziali, che corrispondono al 20,2% e che vivono il centro commerciale come luogo di socialità, tempo libero e shopping, e gli abitudinari (18,9%) che lo frequentano come parte della loro routine quotidiana, mossi soprattutto da convenienza economica e promozioni.
I funzionali (11,3%) scelgono invece i centri commerciali per rapidità e acquisti di beni di prima necessità.

Tra acquisti e intrattenimento

L’acquisto di prodotti si conferma driver principale (46,7%), ma cresce anche il peso della componente leisure e di intrattenimento, che in un caso su tre diventa motivo determinante della visita.
Prima di recarsi in un centro commerciale i consumatori consultano in media 4,5 touchpoint digitali (Google, sito web, app e social media del centro stesso), mentre i servizi e i canali digitali offerti direttamente (possibilità di prenotare servizi online, orientamento nella ricerca del prodotto e del brand, uso della fidelity card), risultano meno utilizzati, ma sono giudicati molto influenti sulla scelta di acquisto.

Durante la permanenza, invece, il 29% dichiara di aver ritirato un ordine effettuato online e il 26% ha utilizzato strumenti digitali come totem o QR code per usufruire di sconti e promozioni.

Bollette: perchè sono le PMI a pagare di più

Energia, quanto mi costi! E’ lo scenario italiano: ad agosto le bollette ‘tricolori’ sono risultate molto più care rispetto a quelle dei nostri principali partner europei: +41% rispetto alla Germania e +26% rispetto alla Francia. Un divario che pesa soprattutto sulle piccole imprese.

Secondo i dati di Unioncamere, con il supporto del Centro studi Tagliacarne, il 26% delle micro e piccole aziende ha visto i prezzi dell’energia crescere tra il 50 e il 100%. Una pressione che si traduce in una riduzione dei margini per il 69% delle realtà fino a 50 dipendenti e per il 75% delle aziende di medie dimensioni.

Meno ridotti e investimenti col freno tirato

Il caro energia non si limita a ridurre i profitti: rallenta anche la capacità di investire e produrre. Tra le piccole imprese il 13% ha già rinviato progetti di sviluppo, mentre la percentuale scende di poco (12%) nelle medie.

La produzione e il fatturato hanno subito una contrazione nel 5% delle piccole e nel 7% delle medio-grandi. Una situazione che diventa ancora più delicata in vista dei nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti, che rischiano di colpire ulteriormente la competitività delle aziende italiane.

Le PMI non hanno una strategia 

Se per tutte le imprese la bolletta rappresenta un problema, a preoccupare è l’incertezza delle piccole realtà: il 42% delle Pmi non ha una strategia per contenere i costi, contro appena il 18% delle imprese medio-grandi.

Un segnale di fragilità che emerge in un momento cruciale, al centro della Conferenza nazionale delle Camere di commercio in corso a Cagliari, promossa da Unioncamere insieme al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Mediterraneo e transizione verde

“La transizione energetica oggi è più che mai fondamentale”, ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Il Mediterraneo è tornato ad avere una centralità globale, per via delle crisi geopolitiche ed energetiche, ma anche per le opportunità legate alle nuove rotte commerciali e alle fonti rinnovabili”.

Le Camere di commercio, in collaborazione con il Ministero, stanno puntando sulla diffusione delle comunità energetiche rinnovabili, promuovendo impianti fotovoltaici di nuova generazione anche per piccole comunità locali.

Il caro energia è oggi la seconda barriera agli investimenti

Secondo Eurobarometro, il costo dell’energia è oggi la seconda barriera agli investimenti per le imprese italiane (24%), subito dopo la burocrazia. Cinque anni fa la stessa voce era indicata solo dal 13% delle aziende.

Anche il Fondo monetario internazionale conferma che nei primi otto mesi del 2025 i prezzi energetici restano circa il 30% più alti rispetto al 2019.

Transizione energetica, è un’opportunità? 

Il nostro Paese dipende ancora per l’80% da fonti fossili estere e, secondo il Piano nazionale energia e clima, serviranno 174 miliardi di euro di investimenti per trasformare il sistema energetico.
Oggi quasi metà delle imprese (47,2%) vede nella transizione un’opportunità, ma per un terzo (31,7%) il rischio è di trovarsi di fronte a nuovi costi e burocrazia aggiuntiva. La sfida, per l’Italia, sarà proprio bilanciare queste due visioni.

Imprenditori: gli over 70 guidano le micro-imprese italiane 

A giugno 2025 i titolari d’impresa con almeno 70 anni erano 314.824, pari al 10,7% del totale. Nel 2015 erano 290.328, l’8,9%.
Seguendo il trend della popolazione del Belpaese anche le piccole imprese italiane invecchiano. Dal 2015 al 2025, durante un decennio in cui l’intero universo delle imprese individuali si è ridotto di oltre 300mila unità, al contrario, l’aumento di imprenditori over70 è pari a 24.496.

Il fenomeno è particolarmente accentuato al Sud, con Basilicata (15%), Abruzzo (14%), Sicilia, (13,3%), Puglia (13,2%) tra le regioni con la maggiore incidenza di over 70, aree caratterizzate dalla persistenza di modelli familiari nelle attività più tradizionali.
È quanto emerge da uno studio di Unioncamere-InfoCamere sulla base dei dati del Registro delle Imprese delle Camere di commercio.

A Grosseto, Trapani, Chieti, Taranto ed Enna superano il 15%

Da segnalare anche Umbria e Marche, in cui la quota dei titolari over 70 supera il 14%.
In alcune province poi si toccano punte record, come a Grosseto (18,7%), Trapani e Chieti (17,6%), Taranto (15,9%) ed Enna (15,6%). Molto contenuta, invece, la presenza di titolari ultrasettantenni nelle grandi città, Milano (6,4% sul totale), Torino (6,5%), Napoli (8,3%).

In pratica, nel decennio 2015–2025, il numero di titolari d’impresa over 70 è aumentato in oltre due terzi delle province italiane, ma con dinamiche molto diverse. In valore assoluto, le province che registrano gli incrementi più consistenti di imprenditori over 70 sono Palermo (+1.840) Torino (+1.794) Milano (+1.763) Napoli (+1.439) Reggio Calabria (+1.314).

Mancano ricambi generazionali

Quanto alle variazioni nel peso percentuale degli over70 sul totale dei titolari, nell’arco del decennio emergono province dove l’invecchiamento è particolarmente rapido. È il caso di Enna (+5,2%), Crotone (+4,8%), Chieti (+4,6%), Vibo Valentia (+4,5%), Grosseto (+4,3%).

In queste realtà, spesso rurali, del Sud o interne, il dato segnala una fragilità strutturale. Si tratta di microimprese tradizionali, spesso a conduzione familiare, dove mancano ricambi generazionali e attrattività per i giovani. 
Questa polarizzazione territoriale solleva interrogativi su come sostenere il passaggio generazionale e su quali politiche attivare per accompagnare l’uscita degli imprenditori anziani, garantendo continuità alle attività economiche più radicate nel tessuto locale.

Resistenza a cedere la guida dell’attività

Il settore dove il fenomeno è più marcato è l’agricoltura. Qui, quasi un titolare su tre (28,3%) ha almeno 70 anni. Seguono le attività estrattive (50,7%, su valori assoluti però molto piccoli), la fornitura di energia (20,1%) e l’artigianato manifatturiero (9,6%).

In fondo alla classifica, i comparti più innovativi come ICT (4,2%) e consulenza (4,9%).
L’invecchiamento dei titolari riflette una doppia dinamica: da un lato il rallentamento del ricambio generazionale, dall’altro la resistenza, anche culturale, a cedere la guida dell’attività. Il dato preoccupa soprattutto per le piccole imprese tradizionali, spesso familiari e radicate nel territorio, dove il passaggio di testimone è cruciale per garantirne la sopravvivenza.

Lavoro estivo: previste 335mila assunzioni ad agosto 2025

Secondo i dati emersi dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel mese di agosto sono 335mila le opportunità lavorative offerte dalle imprese.

Le previsioni evidenziano però una flessione rispetto ad agosto 2024, con 12mila ingressi programmati in meno (-3,6%). Al contempo, permane elevata la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (46,0%), soprattutto a causa della mancanza di candidati per ricoprire le posizioni lavorative aperte. 
Completano le previsioni occupazionali i dati per il trimestre agosto-ottobre: salgono a oltre 1,4 milioni le assunzioni previste, segnalando un andamento pressoché stabile rispetto al trimestre agosto-ottobre 2024.

L’industria ricerca oltre 76mila lavoratori

Il settore primario programma nel mese più di 36mila assunzioni e nel trimestre oltre 126mila. A ricercare maggiormente manodopera sono le imprese del comparto coltivazioni ad albero (quasi 17mila nel mese e circa 55mila nel trimestre), seguite da quelle che si dedicano alle coltivazioni di campo (circa 10mila e 38mila).

L’industria nel suo complesso ricerca oltre 76mila lavoratori ad agosto e circa 365mila nel trimestre. Per il manifatturiero (oltre 49mila e circa 228mila) le maggiori opportunità sono offerte dalle industrie alimentari, bevande e tabacco (circa 17mila e quasi 52mila), seguite dalle industrie della meccatronica (quasi 10mila contratti e più di 50mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (circa 8mila nel mese, 40mila nel trimestre).

Opportunità da costruzioni, servizi e turismo

La domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni si attesta su 27mila assunzioni nel mese che nel trimestre salgono a quasi 137mila. Sono invece poco meno di 223mila i contratti di lavoro previsti dal settore dei servizi ad agosto e quasi 935mila nel trimestre. Ma è il turismo a offrire le maggiori opportunità (oltre 78mila lavoratori nel mese, circa 260mila nel trimestre) seguito dal commercio (circa 45mila nel mese, oltre 190mila nel trimestre) e dal comparto dei servizi alle persone (37mila e 196mila).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta, con circa 225mila unità (67,0% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (42mila, 12,7%) e da quelli di somministrazione (30mila, 9,1%).

Permane il mismatch occupazionale

Ad agosto, le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per circa 154mila assunzioni programmate (46% del totale), confermando come causa prevalente la mancanza di candidati (33%), mentre la preparazione inadeguata si attesta (11,6%). A risentire maggiormente del mismatch sono le industrie metallurgiche e metallifere (62,5%), le imprese del legno-mobile (55,8%), le imprese del comparto costruzioni (55,7%), le industrie della meccatronica (55,0%) e quelle tessili, abbigliamento e calzature (54,8%). 

Per il settore primario la difficoltà di reperimento supera il 50% delle ricerche di personale negli ambiti di attività miste di coltivazione e allevamento, di quelli delle aziende di allevamento e delle coltivazioni ad albero.