Italia che invecchia: sfide fiscali, produttività e le politiche per invertire la tendenza

L’invecchiamento demografico rappresenta oggi una delle sfide strutturali più rilevanti per l’economia italiana. Con una popolazione tra le più anziane al mondo e tassi di natalità tra i più bassi in Europa, l’Italia si trova a dover ridefinire scelte fiscali, mercato del lavoro e politiche pubbliche per garantire sostenibilità finanziaria e crescita. Questo articolo analizza dati recenti, mette a confronto esempi concreti e delinea le implicazioni future per imprese, famiglie e decisori politici.

Il contesto è ormai noto: il rapporto tra popolazione in età attiva e quella non più operativa (il cosiddetto rapporto di dipendenza) è peggiorato costantemente negli ultimi decenni. Secondo le stime demografiche, entro il 2050 la quota di over 65 in Italia potrebbe superare il 30% della popolazione totale, con profonde ricadute su spesa pensionistica, sanità pubblica e tenuta del sistema di welfare. Il saldo naturale negativo e il limitato flusso migratorio netto non riescono a compensare questo squilibrio, creando pressioni crescenti sui conti pubblici e una potenziale riduzione del PIL pro capite se non intervenuto con decisione.

Dal punto di vista fiscale, la spesa per pensioni e sanità è già una voce significativa del bilancio pubblico. Nel 2024 la spesa pensionistica continua ad assorbire una quota elevata del bilancio dello Stato, mentre i costi sanitari legati a una popolazione più anziana aumentano non solo in termini di volumi ma anche di intensità di cura. Questo scenario obbliga il legislatore a valutare strumenti di riequilibrio: riforme pensionistiche mirate alla sostenibilità, incentivi per il lavoro delle fasce d’età più elevate e revisione dei meccanismi di finanziamento delle cure a lungo termine. Al tempo stesso, un aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro per finanziare la spesa corrente rischia di deprimere ulteriormente la partecipazione al mercato del lavoro e gli investimenti.

La produttività è il secondo grande fronte. Un tessuto produttivo caratterizzato da piccole imprese e limitata digitalizzazione fatica a compensare la contrazione della forza lavoro. L’automazione, l’introduzione di tecnologie abilitanti e la formazione continua sono leve fondamentali: le imprese che adottano soluzioni di Industry 4.0 e puntano su upskilling e reskilling riescono a mantenere livelli produttivi competitivi nonostante la carenza di personale. Esempi positivi emergono da settori come la meccatronica e l’agroalimentare, dove investimenti in macchinari intelligenti e in logistica hanno permesso di incrementare produttività e di accedere a mercati internazionali con prodotti a maggiore valore aggiunto.

Un altro elemento chiave è l’immigrazione economica: politiche di integrazione efficaci possono mitigare il calo demografico e rafforzare l’offerta di lavoro. Paesi europei con politiche strutturate di accoglienza e inserimento professionale mostrano come l’arrivo di lavoratori stranieri, combinato a percorsi di riconoscimento delle competenze, contribuisca a sostenere settori in sofferenza, come l’assistenza domiciliare e l’agricoltura. Tuttavia, l’integrazione richiede investimenti in formazione linguistica, servizi di accompagnamento e percorsi di certificazione professionale affinché l’impatto sia realmente positivo per l’economia e la coesione sociale.

Il ruolo delle politiche familiari e della conciliazione lavoro-famiglia non va sottovalutato. Incentivi alla natalità, asili nido accessibili e sgravi fiscali per genitori lavoratori possono gradualmente invertire la tendenza al ribasso delle nascite. Alcune Regioni italiane stanno sperimentando modelli di sostegno integrato che combinano servizi territoriali, buoni nido e welfare aziendale per supportare la genitorialità e favorire il rientro nel mercato del lavoro delle madri, riducendo così la perdita di capitale umano prezioso.

Infine, la finanza pubblica deve ripensare strumenti di sostenibilità a lungo termine. Oltre alle riforme strutturali, l’Italia può sfruttare i fondi europei e il PNRR per finanziare investimenti produttivi, digitalizzazione e politiche attive del lavoro. Una strategia efficace combina disciplina di bilancio con investimenti mirati che favoriscano crescita potenziale, contenendo al contempo l’aumento delle passività implicite legate all’invecchiamento.

Implicazioni future: senza interventi strutturali, l’invecchiamento rischia di tradursi in una stagnazione prolungata, con riduzione dei servizi pubblici e aumento della pressione fiscale sulle generazioni attive. Viceversa, strategie integrate — basate su automazione intelligente, politiche migratorie mirate, investimenti in capitale umano e misure di supporto alla famiglia — possono trasformare la sfida demografica in opportunità di rinnovamento produttivo. Per imprese e policymaker il messaggio è chiaro: non si tratta solo di gestire una questione sociale, ma di riprogettare il modello economico per garantire prosperità sostenibile alle prossime generazioni.

Carenza di manodopera in Italia: tra automazione, formazione e rilancio produttivo

L’Italia si trova davanti a una sfida strutturale: la combinazione di un invecchiamento demografico, tassi di natalità tra i più bassi d’Europa e il progressivo abbandono del mercato del lavoro da parte dei giovani sta creando una marcata carenza di manodopera in settori chiave. Il fenomeno non riguarda solo le attività manuali a bassa qualifica, ma si estende anche a competenze tecniche e digitali di cui le imprese, in particolare le PMI e i distretti industriali, hanno urgente bisogno. Questo articolo analizza le radici della carenza, fornisce dati e casi concreti e valuta le leve — dall’automazione alla formazione — che possono trasformare il problema in opportunità per rilanciare la produttività italiana.

Contesto: numeri e tendenze. Negli ultimi anni l’Italia ha registrato un declino demografico costante e un tasso di fertilità che resta tra i più bassi in Europa. Parallelamente, rilevamenti statistici indicano un aumento dell’età media della forza lavoro e una perdita netta di giovani qualificati verso l’estero. Settori come manifattura, edilizia, agroalimentare e turismo segnalano difficoltà di reclutamento: alcune imprese dichiarano posizioni vacanti per mesi, con ripercussioni sulla capacità produttiva e sui tempi di consegna. Il problema si somma a una produttività stagnante rispetto ai grandi competitor europei e a un debito pubblico elevato che limita il margine fiscale per interventi immediati.

Analisi: dove si concentra la carenza e perché. La disallineamento tra domanda e offerta di lavoro ha tre radici principali. Prima, la discontinuità tra i percorsi formativi e le competenze richieste dal mercato: i curricula scolastici e professionali non sempre forniscono competenze digitali, tecniche e trasversali adeguate. Seconda, la segmentazione territoriale del mercato del lavoro: le regioni del Nord, pur essendo più produttive, faticano a reperire operai specializzati e tecnico-professionisti; il Sud soffre di fuga di cervelli e scarsa offerta formativa professionalizzante. Terza, la trasformazione tecnologica: le imprese richiedono figure in grado di lavorare con macchine automatizzate, sensorizzazione e analisi dati, ma il ricambio generazionale non sempre garantisce tali skill.

Esempi concreti. Nei distretti meccanici della Lombardia e dell’Emilia, diverse PMI si affidano a contratti a termine e lavoro interinale per coprire picchi produttivi; questo rende difficile costruire capitale umano interno. Alcuni distretti tessili come Prato hanno iniziato a investire in macchine a controllo numerico e formazione interna, combinando automazione e riqualificazione del personale. Nel settore agroalimentare dell’Emilia-Romagna, cooperative e consorzi hanno attivato percorsi di apprendistato e stage che riducono l’asimmetria tra scuola e impresa. Sul fronte dell’innovazione, startup e centri di ricerca collaborano con aziende per creare micro-corsi mirati in ambito Industria 4.0, ma la scala rimane limitata rispetto al fabbisogno nazionale.

Le leve di azione: automazione smart e investimento in capitale umano. L’automazione non è la nemica della occupazione: ben implementata, può aumentare la produttività e liberare risorse umane per attività a valore aggiunto. La chiave è un approccio di “automazione complementare”, che combina robotica collaborativa con formazione continua per i lavoratori. Allo stesso tempo è necessario potenziare l’istruzione tecnica e professionale, estendere l’apprendistato duale e incentivare la formazione aziendale tramite crediti d’imposta e programmi co-finanziati (misure già presenti ma da ampliare nei contenuti e nella diffusione). Politiche migratorie mirate per attrarre competenze e piani di rientro per i cervelli all’estero possono attenuare il problema demografico nel medio periodo.

Implicazioni future: produttività, competitività e disuguaglianze. Se non affrontata, la carenza di manodopera rischia di rallentare la crescita e accentuare le disuguaglianze territoriali: regioni con ecosistemi formativi e imprese capaci di investire in capitale umano e tecnologia si rafforzeranno, lasciando indietro aree già fragili. Al contrario, una strategia coordinata — che integri incentivi per l’adozione di tecnologie, riforme della formazione e politiche per il lavoro inclusivo — può tradursi in un aumento di produttività e in nuovi posti di lavoro qualificati. Per le imprese significa ripensare i modelli organizzativi: dalla gestione delle risorse umane all’adozione di processi digitali, passando per partnership pubblico‑private per la formazione.

Conclusione: trasformare la sfida in opportunità. L’Italia ha gli strumenti per affrontare la carenza di manodopera: una rete di PMI dinamiche, distretti industriali riconosciuti a livello globale e risorse di capitale umano potenzialmente disponibili, se adeguatamente formate. Occorre combinare investimenti mirati in automazione intelligente con politiche di formazione e inclusione sul territorio. Solo così la penisola potrà aumentare la produttività, attrarre investimenti e garantire crescita sostenibile, trasformando la pressione demografica e la digitalizzazione in leva per un rilancio industriale competitivo e resiliente.

Transizione verde e PMI italiane: opportunità e ostacoli nell’era post‑PNRR

L’Italia si trova a un punto di svolta nella riconversione industriale: la transizione verde sta diventando non solo una priorità ambientale, ma un fattore competitivo per le piccole e medie imprese (PMI) che costituiscono il tessuto produttivo del Paese. Dopo l’importante afflusso di risorse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), molte aziende affrontano la sfida di trasformare processi, prodotti e competenze per ridurre le emissioni, aumentare l’efficienza energetica e accedere a nuovi mercati.

Contestualizzare significa riconoscere due driver chiave: da una parte il massiccio sostegno pubblico ed europeo — l’Italia ha a disposizione su base nazionale decine di miliardi dedicati a digitalizzazione e verde — dall’altra la struttura delle imprese italiane, dominata da PMI spesso familiari e radicate in distretti. La combinazione di finanziamenti, obblighi normativi più stringenti e pressioni della domanda sta creando pressione per l’adozione di tecnologie pulite, ma anche opportunità diffuse.

Analisi con dati ed esempi

Le PMI italiane rappresentano la maggioranza del tessuto produttivo e dell’occupazione: sono numerose e concentrate in settori come manifattura, moda, agroalimentare e ceramica. Questo porta due conseguenze pratiche. Primo, la decarbonizzazione su scala nazionale passa necessariamente attraverso l’adeguamento delle piccole imprese. Secondo, la dispersione geografica e dimensionale rende più complicata la diffusione delle innovazioni rispetto a grandi gruppi centralizzati.

Dal punto di vista finanziario, il PNRR e le linee di finanziamento europee hanno reso disponibili risorse che mirano a stimolare la riqualificazione energetica degli edifici produttivi, l’efficienza degli impianti, l’adozione di fonti rinnovabili e la mobilità sostenibile. Le misure più utilizzabili dalle PMI includono contributi a fondo perduto per interventi di efficientamento, crediti d’imposta per investimenti green e bandi regionali per progetti aggregati. Tuttavia, l’accesso a queste risorse resta diseguale: molte imprese lamentano complessità burocratiche, requisiti di cofinanziamento e capacità amministrative insufficienti.

A livello operativo, emergono esempi virtuosi. In distretti come quello della ceramica in Emilia‑Romagna o della meccanica in Lombardia, gruppi di aziende hanno avviato progetti comuni di cogenerazione o impianti fotovoltaici condivisi, riducendo costi energetici e impronta carbonica. Nel settore agroalimentare, alcune cooperative hanno investito in impianti di biogas per valorizzare gli scarti. Le start‑up cleantech italiane forniscono soluzioni di monitoraggio energetico e ottimizzazione dei processi, permettendo anche alle PMI di misurare e gestire consumi senza grandi investimenti iniziali.

Tuttavia le criticità rimangono: costi iniziali elevati, competenze specialistiche scarse, difficoltà nell’accesso al credito per investimenti non tradizionali e tempi di ritorno dell’investimento che possono superare gli orizzonti imprenditoriali di breve periodo. Anche la frammentazione normativa tra livelli nazionale e regionale crea incertezza per gli investimenti a medio termine.

Implicazioni future

Per trasformare le opportunità in crescita concreta servono azioni coordinate su più fronti. Sul piano pubblico è essenziale semplificare le procedure di accesso ai fondi e finanziare sportelli territoriali che affianchino le PMI nella progettazione e nella rendicontazione. Strumenti di finanziamento innovativi — green loan, garanzie pubbliche su progetti aggregati, leasing energetico — possono ridurre la barriera economica iniziale.

Le imprese devono investire in competenze: tecnici per la manutenzione di impianti rinnovabili, data analyst per il monitoraggio dei consumi, e figure per la certificazione ambientale. Le camere di commercio, gli enti di formazione e i grandi player industriali possono svolgere un ruolo di accelerazione attraverso programmi di formazione congiunta e progetti pilota nei distretti.

Infine, la digitalizzazione è un abilitatore cruciale: sensori IoT, piattaforme di energy management e soluzioni cloud rendono possibile l’ottimizzazione continua e l’accesso a mercati che premiano la trasparenza ambientale lungo la filiera. Le PMI che sapranno integrare green e digital non solo ridurranno costi ed emissioni, ma accederanno a nuove opportunità commerciali, dai bandi pubblici alle filiere internazionali attente alla sostenibilità.

Conclusione

La transizione verde per le PMI italiane è una sfida sistemica che combina finanziamenti, competenze e innovazione tecnologica. Il PNRR ha aperto una finestra di opportunità che, se accompagnata da semplificazioni, strumenti finanziari adeguati e formazione mirata, può trasformare i distretti produttivi italiani in laboratori di sostenibilità competitiva. Per imprenditori e policy maker la priorità è ora tradurre risorse e intenti in progetti reali, replicabili e scalabili, perché la decarbonizzazione diventi driver di resilienza e crescita per l’economia italiana.

Digital Content, la maturità del mercato si misura anche dalla spesa: sfiorati 4 miliardi nel 2025

Nel 2025 la spesa degli italiani in contenuti digitali d’informazione e intrattenimento sfiora 4 miliardi di euro (+3%), trainata più dall’aumento dei prezzi medi degli abbonamenti che da un reale aumento della domanda.
Secondo l’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano, la gestione del portafoglio di abbonamenti e del tempo dedicato alla fruizione diventa sempre più razionale, e di fronte a un’offerta sempre più ricca e frammentata prende piede il fenomeno della subscription fatigue.

Per rispondere a questa pressione, le piattaforme rivedono le strategie di prezzo e comunicazione, sperimentando modelli ibridi e ampliando l’offerta con bundle e partnership.
Questo, in un contesto dove i quattro comparti che compongono il mercato evolvono a ritmi differenti: il video si conferma il segmento più rilevante (circa 44% della spesa complessiva), ma l’audio è più dinamico (+8% ), anche sul fronte advertising. Informazione ed eBook crescono più lentamente (+3%, 5%), mentre il gaming (42%) entra in una fase di rallentamento 

Consumi stabilizzati e più consapevoli

Dopo l’accelerazione post-pandemica il mercato Digital Content entra in una fase di consolidamento, dove il consumo si stabilizza e diventa più consapevole e la competizione tra piattaforme si gioca sempre più sulla capacità di interessare l’utente.

L’AI diviene il principale fattore di trasformazione, soprattutto nei processi produttivi, la discovery dei contenuti e la relazione con l’utente.
È uno scenario che riflette una crescente consapevolezza del consumatore, che non considera più i contenuti digitali una novità, ma una componente ordinaria del proprio tempo libero, tanto che il 96% degli internet user fruisce di almeno un contenuto digitale, (71% a pagamento).

L’AI ridisegna l’intera filiera

In un mercato che rallenta la sua espansione sul fronte dei consumi, è la tecnologia a introdurre elementi di discontinuità. L’AI si conferma il principale megatrend capace di ridisegnare l’intera filiera dei contenuti digitali, anche se il suo impatto non è ancora pienamente stabilizzato.

L’AI generativa, affiancata all’intervento umano, consente di automatizzare alcune fasi del processo creativo, ma apre anche interrogativi cruciali sulla tutela della creatività, sulla trasparenza verso gli utenti e sulla convivenza tra contenuti reali e sintetici.
In questo contesto, la qualità e l’originalità del contenuto diventano elementi distintivi fondamentali per emergere in un’offerta sempre più ampia.

Cambiano i touchpoint e ChatGPT sostituisce Google 

Un altro ambito sul quale l’AI ha un forte impatto è quello della discovery dei contenuti. Personalizzazione, metadatazione nativa e interpretazione istantanea dei dati rendono l’AI uno strumento chiave per aiutare l’utente a orientarsi in cataloghi sempre più complessi.

Cambiano anche i touchpoint iniziali di accesso. La ricerca non passa più solo dai motori tradizionali, ma sempre più spesso da ambienti conversazionali come ChatGPT o Google AI Mode, in cui l’utente riceve risposte dirette che talora sostituiscono la fruizione del contenuto stesso.
Questo impone agli operatori una revisione delle strategie di visibilità e posizionamento, con il passaggio dalla SEO alla GEO (Generative Engine Optimization).

Traffico Internet: nei prossimi 3 anni sui siti d’informazione si ridurrà del 43%

Tra novembre 2024 e novembre 2025 il traffico globale da Google verso oltre 2.500 pagine web di informazione è sceso del 33%, e solo negli USA del 38%. Nei prossimi tre anni, secondo i dati della società di analisi Chartbeat, i clic si ridurranno del 43%.
Grazie all’AI, i motori di ricerca stanno infatti diventando sempre più ‘answer engines’, interfacce che rispondono direttamente nei risultati di ricerca degli utenti, o nelle chat, riducendo la necessità di cliccare sulle pagine tradizionali.

Un sondaggio condotto dal Reuters Institute tra novembre e dicembre 2025 a 280 leader digitali in 51 Paesi rileva come le preoccupazioni più recenti riguardino lo strumento AI Overview di Google. Ora appare già in cima a circa il 10% dei risultati di ricerca negli Stati Uniti, e si sta rapidamente diffondendo.

In cerca di nuovo pubblico tramite piattaforme di newsletter

In questo contesto, alcuni editori stanno cercando nuovo pubblico tramite piattaforme di newsletter, come Substack, mentre si riducono gli sforzi sul ‘vecchio’ SEO e sui social tradizionali. Questo, anche in considerazione del calo sostanziale negli ultimi tre anni del traffico di riferimento da Facebook (-43%) e X (ex Twitter, -46%) verso i siti di notizie. 

Un altro elemento di preoccupazione è l’ascesa di creators e influencer.
Più di due terzi (70%) degli intervistati teme infatti che venga sottratto tempo e attenzione ai contenuti delle testate. E quattro su dieci (39%) temono di perdere i migliori talenti in favore di questo ecosistema, che offre maggiore controllo e ricompense finanziarie potenzialmente più elevate.

Cambia il ruolo tradizionale dei motori di ricerca 

A pesare sul calo di visite non sarebbe, quindi, un cambiamento di algoritmo, ma una trasformazioni più profonda del modo in cui accediamo alle informazioni online. L’impatto crescente dell’AI generativa sta modificando infatti il comportamento degli utenti e il ruolo tradizionale dei motori di ricerca.

Il punto non è tanto la quantità di contenuti pubblicati, quanto il fatto che sempre più spesso l’utente non arriva più sui siti perché la risposta la trova prima. Questo per gli editori si traduce in meno visite, meno pagine viste, e di conseguenza, meno ricavi pubblicitari e minore visibilità dei contenuti originali.

L’ecosistema informativo si sposta verso interfacce conversazionali

Intanto, le stesse piattaforme AI stanno diventando nuovi intermediari della distribuzione. Tra quelle considerate più rilevanti per il futuro compaiono strumenti come OpenAI, Google Gemini e Perplexity, segno di un ecosistema informativo che si sta spostando progressivamente dalle pagine web tradizionali verso interfacce conversazionali.
Il risultato, si legge su HDBlog.it almeno stando alle previsioni dei manager intervistati, è un web in cui il traffico diretto ai siti rischia di diventare sempre più raro. Non un azzeramento completo, ma una contrazione strutturale che potrebbe cambiare in modo definitivo l’equilibrio economico dell’informazione digitale.

Centri Commerciali: l’evoluzione omnicanale degli shopping mall

Oggi i visitatori dei centri commerciali sono particolarmente interessati a soluzioni omnicanale, dai programmi di loyalty (62,2%) alle offerte personalizzate cross-brand (60,6%) alla possibilità di ritirare gli acquisti nei locker (59,2%).
I centri commerciali italiani stanno vivendo un percorso di trasformazione che li rende sempre più digitalizzati e connessi alle nuove abitudini dei consumatori. 

Secondo la ricerca NetRetail – Centri Commerciali “Omnicanalità e Centri Commerciali, ecosistemi esperienziali multidimensionali”, realizzata da Netcomm in collaborazione con CNCC – Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali, il digitale stia diventando un elemento cardine nell’evoluzione di questi ecosistemi: non più soltanto luoghi di acquisto, ma spazi multidimensionali di relazione, intrattenimento e servizi.

Locker e click&collect

Particolarmente significativa è l’evoluzione di servizi come il click&collect, disponibile nel 32% dei centri commerciali e utilizzato da quasi un terzo dei visitatori, con un impatto maggiore in alcuni target rilevanti come gli acquirenti ad alta frequenza e alto spendenti.
Questa soluzione ‘drive to store’ è prevalentemente guidata dai singoli brand, ma si registrano anche i primi esperimenti in cui il centro commerciale offre un’infrastruttura integrata e cross-brand.

Anche i locker si affermano come soluzione logistica sempre più apprezzata dai consumatori, benché ancora concentrata soprattutto nelle strutture di grandi dimensioni.
Il reso omnicanale resta invece l’anello debole dell’offerta. Un ambito da potenziare per rendere l’esperienza d’acquisto sempre più fluida e completa.

I profili dei visitatori

Sul fronte della domanda, la ricerca ha identificato cinque principali profili di acquirenti e frequentatori dei centri commerciali in Italia.
I pragmatici, che rappresentano il 26,6% dei visitatori, privilegiano l’efficienza, la velocità e la possibilità di trovare in un unico luogo ciò che serve. Gli aspirazionali, pari al 22,9%, sono attratti dalla sicurezza e dal comfort dell’ambiente, dalla presenza di brand di riferimento e dall’offerta di eventi e intrattenimento.

Seguono poi gli esperienziali, che corrispondono al 20,2% e che vivono il centro commerciale come luogo di socialità, tempo libero e shopping, e gli abitudinari (18,9%) che lo frequentano come parte della loro routine quotidiana, mossi soprattutto da convenienza economica e promozioni.
I funzionali (11,3%) scelgono invece i centri commerciali per rapidità e acquisti di beni di prima necessità.

Tra acquisti e intrattenimento

L’acquisto di prodotti si conferma driver principale (46,7%), ma cresce anche il peso della componente leisure e di intrattenimento, che in un caso su tre diventa motivo determinante della visita.
Prima di recarsi in un centro commerciale i consumatori consultano in media 4,5 touchpoint digitali (Google, sito web, app e social media del centro stesso), mentre i servizi e i canali digitali offerti direttamente (possibilità di prenotare servizi online, orientamento nella ricerca del prodotto e del brand, uso della fidelity card), risultano meno utilizzati, ma sono giudicati molto influenti sulla scelta di acquisto.

Durante la permanenza, invece, il 29% dichiara di aver ritirato un ordine effettuato online e il 26% ha utilizzato strumenti digitali come totem o QR code per usufruire di sconti e promozioni.

Sicurezza digitale: l’Europa guarda alla Cyber Immunity

In occasione del GITEX Asia 2025, l’azienda di cybersecurity Kaspersky ha svelato i risultati di un’indagine globale che evidenzia un’importante evoluzione nel modo in cui le imprese intendono proteggersi dalle minacce informatiche.

Al centro della ricerca, condotta su 850 professionisti della sicurezza IT in tutto il mondo, emerge un concetto chiave: la Cyber Immunity.

Oltre la difesa tradizionale: nasce un nuovo approccio

Il termine Cyber Immunity si riferisce a un modello in cui i sistemi informatici sono progettati fin dall’origine per resistere agli attacchi. Questo approccio, basato su principi di progettazione intrinsecamente sicura, rappresenta un superamento dei classici strumenti difensivi applicati dopo la costruzione del sistema.

In Europa, il 68% degli esperti intervistati considera la Cyber Immunity una strategia altamente efficace per limitare le possibilità di intrusione e sabotaggio da parte dei criminali informatici.

Aumenta la consapevolezza tra i professionisti

I dati raccolti mostrano che l’81% degli intervistati europei conosce e comprende il significato del concetto di Cyber Immunity. Inoltre, il 28% ritiene che possa contribuire a diminuire il numero degli attacchi, mentre il 37% la considera una soluzione utile per contenere i danni. Un terzo del campione (34%) è convinto che entrambe le funzioni siano perseguibili insieme.

Un nuovo sistema operativo per ambienti digitali “resilienti”

Per dare corpo a questo approccio, Kaspersky ha presentato l’espansione del proprio sistema operativo KasperskyOS, inizialmente pensato per applicazioni embedded in ambiti critici. Oggi, la piattaforma si propone come soluzione flessibile per ambienti IT più ampi, con l’obiettivo di creare sistemi progettati per essere sicuri sin dall’inizio.
KasperskyOS consente alle aziende di costruire soluzioni su una base già protetta, riducendo la dipendenza da interventi correttivi post-attacco.

Prevenire è meglio che reagire

“La nostra missione è aiutare le aziende a spostarsi da un approccio reattivo a uno preventivo,” ha dichiarato Dmitry Lukiyan, responsabile della divisione KasperskyOS. “Cyber Immunity significa non solo rilevare le minacce, ma impedirne l’accesso sin dalla fase di progettazione.”

Con una domanda sempre più marcata di soluzioni secure by design, la cybersecurity entra in una nuova fase: quella della resilienza nativa.

BNPL: nel II semestre 2024 non si ferma, e gli importi erogati salgono del +32% 

A conferma di un trend di crescita ormai consolidato e costantem anche in Italia l’utilizzo del Buy Now Pay Later registra incrementi anno dopo anno. 

Nel secondo semestre 2024 gli importi erogati di BNPL in Italia sono cresciuti dell’85% rispetto a due anni prima. Nell’ultimo anno, in particolare, l’incremento è stato del 32% rispetto al secondo semestre del 2023, mentre nello stesso periodo i finanziamenti Small Ticket, ovvero i prestiti tradizionali inferiori a 5.000 euro, hanno segnato una leggera diminuzione (-1%).
Sono alcune evidenze emerse dall’ultima analisi effettuata da CRIF, che ha approfondito l’andamento e l’influenza del Buy Now Pay Later sulle abitudini di acquisto dei consumatori italiani.

Cambiano le abitudini dei consumatori digitali

Per il BNPL il valore medio finanziato è relativamente basso, circa l’80% dei contratti è inferiore ai 300 euro.
Al contrario, i finanziamenti Small Ticket vengono perlopiù erogati per importi superiori ai 500 euro, con una particolare preferenza per le cifre comprese tra 500-1.000 euro (oltre il 21%) e oltre 3.000 euro (20%).
Analizzando nel dettaglio le peculiarità del mercato italiano, sono due le tipologie principali di BNPL utilizzate, Pay in X e POS Lending.

Le soluzioni Pay in X consistono in una dilazione di pagamento in un numero limitato di 3 o 4 rate, e non comportano spese sotto forma di interessi per il cliente finale.
Le soluzioni POS Lending, invece, sono forme di finanziamento del carrello alla cassa, che generalmente prevedono l’applicazione di interessi per il cliente finale.

Il POS Lending sostituisce il piccolo prestito

In particolare, in Italia si sta assistendo a un ‘effetto sostituzione’, cioè i consumatori stanno optando maggiormente per il POS Lending rispetto ai tradizionali piccoli prestiti, inferiori a 1.500 euro.Nel 2024 si osserva infatti una diminuzione dei piccoli prestiti unita a un corrispondente aumento dei contratti di POS Lending dello stesso valore.

La crescita del BNPL, in particolare del Pay in X, ha contribuito anche a una maggiore inclusione finanziaria riducendo la popolazione senza storia creditizia. Tuttavia, nel primo semestre 2024 la quota di consumatori che ha utilizzato il BNPL come punto di ingresso nel mercato del credito (11,5%) è diminuito del 2% rispetto alla prima metà del 2023 (13,5%).

Caratteristiche degli utilizzatori

La popolazione che utilizza il BNPL è mediamente più giovane di chi contrae prestiti Small Ticket. Nel primo semestre 2024 le quote maggiori di utilizzatori sono rappresentate da GenX e Millennials, rispettivamente con il 34,2% e il 29,1%. 

Tuttavia, è interessante notare come, anno su anno, il trend veda i Baby Boomers come la fascia di popolazione che sta crescendo di più in termini di quota di utilizzo del BNPL, con un aumento dell’8% rispetto al primo semestre 2023.
La rischiosità creditizia del BNPL, sia per il Pay in X sia per il POS Lending, si mantiene molto inferiore rispetto a quella del prestito Small Ticket.

Sostenibilità digitale: il gap culturale che divide l’Italia

Emerge dal Rapporto Privacy e Sicurezza dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale: un italiano su quattro (25%) ritiene indispensabile ripensare la privacy nell’era digitale, mentre il 24% non condivide questa necessità.
Nei Grandi Centri, il 30% è convinto dell’importanza di ridefinire il concetto di privacy, contro un 20% che non lo ritiene necessario. Nei Piccoli Centri le percentuali sono praticamente invertite. 

Sono gli effetti del digital divide culturale. I Grandi Centri, più esposti alle sfide tecnologiche e ai temi legati alla privacy, percepiscono la questione come più urgente, mentre nei Piccoli Centri appare meno rilevante. 

Consapevolezza, percezione e social network

I cittadini digitalizzati e sensibili alla sostenibilità mostrano maggiore fiducia nel cambiamento. Chi, invece, non utilizza il digitale ma è attento alla sostenibilità riconosce il potenziale impatto delle tecnologie, pur manifestando maggiore cautela. Il 40% invece non è digitalizzato né sostenibile: 4 italiani su 10 appaiono ignari o indifferenti al problema 

I social network però sono percepiti da molti italiani come strumenti con un potere eccessivo nel condizionare i comportamenti.
Complessivamente, il 52% degli intervistati ritiene che questa influenza sia significativa, il 23% la considera molto elevata, mentre il 25% la giudica irrilevante. 

Attenzione alla privacy, ma anche quella degli altri

Per quanto riguarda la regolamentazione, emerge una situazione di incertezza e incoerenza. Il 22% degli italiani richiede interventi governativi più rigidi, e se complessivamente, circa il 50% degli intervistati concorda sulla necessità di una regolamentazione più severa, solo il 24% degli italiani presta sempre molta attenzione alla privacy altrui quando pubblica contenuti online.

Le persone digitalizzate e attente alla sostenibilità si dimostrano le più scrupolose, con il 40% che verifica sempre l’impatto delle proprie azioni e il 46% che lo fa con regolarità.
Anche gli utenti non digitalizzati, ma sensibili alla sostenibilità, pur avendo meno competenze digitali, mostrano una discreta attenzione alla privacy altrui quando pubblicano sui social.

Il prezzo della personalizzazione

La protezione della privacy è percepita come una priorità per il 34% degli intervistati, mentre il 20% non la considera tale. Questa percezione varia significativamente tra Grandi e Piccoli Centri.

Spostando l’attenzione sul rapporto tra privacy e personalizzazione dei servizi digitali, emerge una certa ambivalenza. Il 45% degli italiani ritiene che la privacy sia ‘poco o per nulla’ sacrificabile rispetto alla personalizzazione, ma nei Piccoli Centri questa percentuale scende al 39%.
In generale, i dati rivelano che sebbene la privacy sia riconosciuta come una priorità, nei Piccoli Centri questo tema non sembra ancora radicato.
Qui, l’attenzione alla protezione dei dati appare percepita come una questione astratta o lontana, a differenza dei Grandi Centri, dove l’importanza della privacy è più consolidata.

Aziende distribuite e cybersicurezza: problemi di rete la sfida principale

Il report di Kaspersky, ‘Managing geographically distributed businesses: challenges and solutions’, mette in luce le principali problematiche legate alla sicurezza della rete e delle informazioni affrontate dalle aziende con infrastrutture geograficamente distribuite.
Secondo il report, il 45% delle aziende industriali riscontra problemi di rete con cadenza mensile, mentre solo il 12% li segnala una volta all’anno o meno.

Le aziende del settore industriale operano spesso con un’infrastruttura geograficamente distribuita, con fabbriche, filiali e attrezzature critiche situate in luoghi diversi.
Ciò comporta difficoltà logistiche, barriere di comunicazione e problematiche nella gestione delle operazioni.  E tra le principali sfide di queste aziende figurano il mantenimento di standard di qualità omogenei, e la conformità alle normative locali.

Fronteggiare costantemente problemi legati all’infrastruttura IT

Oltre a queste difficoltà operative, le imprese industriali multi-sede devono fronteggiare costantemente problematiche legate all’infrastruttura IT e alla sicurezza delle informazioni.

In particolare, il 49% delle aziende manifatturiere considera il rilevamento e la risoluzione degli incidenti di cybersecurity come la sfida più complessa.
Altri aspetti critici sono rappresentati dal monitoraggio dell’implementazione delle misure di sicurezza (46%) e la definizione di policy di sicurezza coordinate (42%) .

Tempi di ripristino e inattività: possono costare anche migliaia di dollari al minuto 

Quasi il 30% delle aziende intervistate segnala regolari problemi di rete, tra cui guasti o interruzioni, prestazioni insufficienti di servizi e applicazioni, e una connettività inadeguata. Il 38% delle aziende riscontra questi problemi da una a tre volte al mese, il 28% ogni due mesi e il 7% addirittura ogni settimana.

Per quanto riguarda i tempi di ripristino della rete in seguito a un guasto, la maggioranza degli intervistati (74%) dichiara di impiegare tra 1 e 5 ore, mentre il 15% afferma di riuscire a farlo entro un’ora e il 10% richiede fino a un’intera giornata lavorativa.
Tempi di inattività così prolungati possono comportare gravi danni finanziari e di reputazione, con costi che possono raggiungere migliaia di dollari al minuto.

Quando la rete si blocca…

“I problemi di rete nelle imprese industriali causano spesso ritardi, cali di produttività, perdite finanziarie e rischi reputazionali – ha affermato Maxim Kaminsky, Business Development Manager (Secure Access Service Edge)di Kaspersky -. Quando la rete si blocca, le comunicazioni aziendali vengono interrotte, i dipendenti perdono l’accesso a informazioni cruciali e la fiducia dei clienti può essere erosa. È quindi fondamentale che le aziende proteggano le loro operazioni per garantire la continuità aziendale. Identificare le cause dei problemi di rete e implementare misure preventive tempestive consente di affrontare queste sfide in modo efficace”.