Quanto dura la batteria del pc? I consigli per farla durare di più

La durata della batteria in un pc portatile è un aspetto molto importante, poiché ne determina l’autonomia di funzionamento, ovvero, il tempo in cui si potrà utilizzare il pc senza collegarlo alla presa elettrica. Ma quanto dura la batteria dei pc portatili? Un’inchiesta di Altroconsumo fa luce sulla reale autonomia dei laptop sulla base di un test eseguito su 4 computer. I dati sono stati confrontati con quanto dichiarato dai produttori, e il risultato è che nei laptop del test la batteria ha un’autonomia inferiore rispetto a quanto dichiarato.

Cinque ipotesi di consumo

Per verificare le ore reali di durata della batteria Altroconsumo ha confrontato quattro modelli di laptop dello scorso anno ipotizzando diversi scenari di utilizzo (navigazione con luminosità dello schermo bassa, alta e al massimo, riproduzione di video con la massima luminosità e utilizzo dell’apparecchio con le massime prestazioni) e ha misurato quanto ci ha messo ogni pc a passare da una carica di 100% al 20%, soglia sotto la quale i laptop entrano in modalità di risparmio energetico, riferisce Adnkronos. Con le impostazioni di alimentazione predefinite, in alcuni modelli la batteria dura circa due ore in meno se si usa il laptop con lo schermo in luminosità massima rispetto a bassa. Invece la batteria dura di più se si usa il laptop per guardare un video. In ogni caso nessun modello raggiunge la durata promessa dai produttori.

Scegliere una maggiore autonomia

Le prove hanno messo in evidenza che le ore di durata della batteria promesse dai produttori sono superiori rispetto a quanto misurato, e che c’è una relazione di causa ed effetto legata sia all’intensità luminosa dello schermo sia al tipo di utilizzo. Ad esempio, navigare con un browser comporta anche l’uso del wifi del computer e ciò scarica la batteria più velocemente rispetto a guardare un film in modalità aereo, ovvero con il wifi disattivato. In ogni caso, se le caratteristiche da valutare quando si acquista un laptop sono processore, risoluzione dello schermo e quantità di Ram, bisogna considerare che più un pc è potente, minore sarà la durata della batteria.

Una vita più lunga

Per garantire alla batteria una vita più lunga si consiglia innanzitutto di ridurre la luminosità dello schermo, e di non scendere mai sotto il 20%, soglia al di sotto della quale le batterie al litio accelerano il loro invecchiamento. Evitare poi di utilizzare il computer seduti sul letto o su un divano con il laptop appoggiato sopra le lenzuola o su un cuscino, poiché la superficie morbida può facilmente coprire i fori delle ventole. In questo modo il computer si surriscalda, le ventole iniziano a girare per dissolvere il calore, e oltre a sprecare inutilmente energia, si rischia di surriscaldare il dispositivo. Inoltre, più schede, app e cartelle si tengono aperte mentre si lavora, più si consuma batteria.

A dicembre 2020 le vendite calano, l’online vola

Nel 2020 sul commercio in Italia l’effetto Covid-19 si fa sentire: l’anno scorso le vendite al dettaglio, fortemente influenzate dall’emergenza sanitaria, hanno registrato una flessione annua del 5,4%, con una forte eterogeneità dei risultati sia per settore merceologico sia per forma distributiva. Il comparto non alimentare ha subito “una pesante caduta, anche a causa delle chiusure degli esercizi disposte per fronteggiare l’emergenza sanitaria, mentre il settore alimentare ha segnato un risultato positivo”, commenta l’Istat. In forte controtendenza, secondo i dati Istat, il commercio elettronico, con gli acquisti online balzati del 34,6% su base annua.

Controtendenza per il commercio elettronico, in forte aumento

Durante il 2020 hanno registrato un marcato calo delle vendite sia le imprese operanti su piccole superfici (-10,1%), sia le vendite al di fuori dei negozi (-13,9%). E la grande distribuzione (-2,8%) ha risentito negativamente dall’andamento del comparto non alimentare, riporta Askanews. Anche rispetto a dicembre 2019 il valore delle vendite al dettaglio diminuisce sia per la grande distribuzione (-2,5%) sia per le imprese operanti su piccole superfici (-6,6%). E se le vendite al di fuori dei negozi calano del 12,3% il commercio elettronico è in forte aumento (+33,8%).

Variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti

Più in particolare, su base tendenziale, a dicembre, le vendite al dettaglio diminuiscono del 3,1% in valore e del 3,2% in volume. Si registra però una forte crescita per i beni alimentari (+6,6% in valore e +5,7% in volume) e una caduta per i beni non alimentari (-9,4% in valore e -9,5% in volume). Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali negative per quasi tutti i gruppi di prodotti, a eccezione di dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+15,3%), utensileria per la casa e ferramenta (+2,3%) e mobili, articoli tessili e arredamento (+0,5%). Le flessioni più marcate riguardano abbigliamento e pellicceria (-23,4%) e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-14,6%).

Rispetto a novembre 2020 +2,5%

Per le vendite al dettaglio a dicembre 2020 si stima però un aumento del 2,5% rispetto a novembre sia in valore sia in volume. Crescono marcatamente le vendite dei beni non alimentari (+4,8% in valore e +4,5% in volume), mentre sono quasi stazionarie le vendite dei beni alimentari (+0,1% in valore e +0,2% in volume). Considerando il quarto trimestre 2020, invece, le vendite al dettaglio diminuiscono in termini congiunturali dell’1,5% in valore e dello 0,8% in volume. Tale andamento è determinato dai beni non alimentari, che calano del 4,5% in valore e del 3,2% in volume, mentre crescono le vendite dei beni alimentari (+2,4% in valore e +2,2% in volume).

La top 30 delle malattie più ricercate dagli italiani nel 2020

Quali sono le malattie più cercate online dagli italiani nel 2020? Nonostante il Covid-19 abbia catalizzato l’attenzione degli italiani non è l’unica problematica legata alla salute ad aver destato preoccupazioni. La conferma arriva da MioDottore, piattaforma specializzata nella prenotazione online di visite mediche e parte del gruppo DocPlanner, che ha analizzato le ricerche effettuate nel corso del 2020 relative alle patologie che hanno generato più dubbi, necessità di chiarimenti, o semplicemente la curiosità dei pazienti. E le più cercate sono risultate endometriosi e menopausa, che dal 2018 si contendono i primi due posti della classifica.

Sul podio endometriosi, menopausa e osteoporosi

Nell’edizione 2020 è infatti l’endometriosi (1°) a essere capolista, seguita dalla menopausa (2°), mentre al 3° gradino del podio si posiziona una patologia riconducibile all’area ortopedica, l’osteoporosi. Nel 2019 al 3° posto si trattava di alluce valgo (al 4° nel 2020), e nel 2018 di scoliosi, scesa al 13° posto della classifica. Ampliando l’analisi all’intera lista delle malattie più cercate online si evidenzia come le problematiche legate alla struttura scheletrica siano quelle che maggiormente impensieriscono gli italiani, con 11% delle ricerche totali. Tra queste, oltre a osteoporosi, alluce valgo e scoliosi, le più ricercate sono ernia del disco (12°), mal di schiena (15°) e sciatalgia, new entry al 29° posto.

Nuovi timori legati alla salute: ansia, malattia di Parkinson e sciatalgia

Alle patologie legate all’apparato scheletrico seguono quelle relative alla sfera intima-sessuale, con il 10% delle ricerche totali. Più in particolare, quattro disturbi interessano l’area ginecologica (endometriosi, menopausa, sindrome dell’ovaio policistico, al 16° posto, e cistite, al 30°) e uno andrologica (disfunzione erettile, 25°). Anche l’ambito dermatologico suscita apprensione e dubbi (6%), con acne e alopecia rispettivamente al 6° e 8° posto della classifica. Rispetto all’anno precedente, oltre alla sciatalgia, altre due new entry si inseriscono nella top 30, e coinvolgono le aree psicologica e neurologica (ansia, 27°, e malattia di Parkinson, 28°), mentre nel 2020 sono assenti alcuni disturbi che preoccupavano gli italiani nel 2019 (setto nasale deviato, cisti sebacea ed epilessia).

Donne e uomini online, differenze e similitudini

Completano la classifica, fibromialgia (5°), ernia inguinale (7°), artrosi (9°), acufene (10°), emorroidi (11°), lipoma (14°), depressione (17°), sindrome del tunnel carpale (18°), malattia di Alzheimer (19°), degenerazione maculare (20°), verruche (21°), obesità (22°), cefalea (23°), disturbo bipolare (24°), e glaucoma (26°). Ma ancora una volta è la quota rosa a confermarsi più attenta in ambito benessere, e la maggiormente attiva in rete quando si tratta di indagare lo stato di salute. Ben oltre la metà delle ricerche totali (63%) è infatti stata effettuata da donne. E se ai primi due posti di questo ranking si trovano patologie differenti nelle ricerche femminili (endometriosi e acne) e maschili (osteoporosi ed ernia inguinale), la menopausa mette d’accordo i due generi.

Natale e Capodanno si festeggiano online

Come e dove passeranno le feste di questo fine 2020 gli italiani? La risposta è: online, perfettamente in linea con un anno vissuto in gran parte virtualmente a causa delle ben note restrizioni dovute alla pandemia. Il desiderio di prenotare esperienze online per rimanere in contatto con amici e familiari, e la volontà di non rinunciare alle classiche tradizioni natalizie, fa sì che anche Natale e Capodanno diventino digitali. Airbnb ha condotto un sondaggio per scoprire proprio come trascorreranno Natale e Capodanno gli italiani. E se il 60% degli intervistati ha dichiarato che trascorrerà le feste in compagnia di un gruppo ristretto di familiari, c’è anche chi rimarrà fisicamente lontano, ma virtualmente vicino con famiglia e amici.

I viaggi si prenotano ancora, ma sono virtuali

Feste e tradizioni natalizie diventano così surrogati virtuali della realtà a cui eravamo abituati. Non più quindi appuntamenti al cinema per assistere alle novità del grande schermo, ma per il 39% degli intervistati appuntamenti online per guardare film insieme. E ancora, niente riunioni di famiglia per cucinare tutti insieme, ma per il 35% degli intervistati cooking class online. Addio anche ai viaggi in occasione della pausa dal lavoro e benvenuto ai viaggi virtuali in giro per il mondo per il 20% degli intervistati. Specchio di questa tendenza sono le Esperienze Online su Airbnb , tra le quali spiccano le sempre più numerose lezioni di cucina e mixology, i viaggi virtuali in capitali europee o Paesi lontani, ed eventi virtuali tra cabaret, spettacoli di magia e favole per bambini, riporta Adnkronos.

Festeggiare con un’esperienza online

Per un brindisi in compagnia, per esempio, si può scegliere tra una lezione sui classici aperitivi italiani, oppure una lezione in vero british-style sull’arte del gin, una tra le esperienze più prenotate sulla piattaforma. Chi è a caccia di divertimento può invece assistere virtualmente a uno spettacolo natalizio con le drag queen in diretta da Lisbona, e per tutti coloro che hanno nostalgia dei viaggi di fine anno si può partire alla scoperta di un villaggio thailandese o di Città del Capo.

Gli auguri in chat hanno sostituito definitivamente biglietti e cartoline

Tra gli intervistati da Airbnb il 75% sta infatti valutando l’idea di prenotare un’esperienza online per festeggiare il Natale e il Capodanno.

Un nuovo modo per rimanere connessi e comunicare con amici e familiari, al secondo posto tra i mezzi più utilizzati dagli italiani durante queste festività, ma che comunque non sostituisce la principale forma di comunicazione. Al primo posto rimangono i gruppi e i sistemi di messaggistica online, con buona pace delle tradizionali cartoline d’auguri, ormai dal sapore vintage.

Natale e shopping online, le dritte per fare solo buoni acquisti

Fra negozi chiusi o a orario ridotto, moltissimi italiani hanno già deciso che faranno almeno parte dei regali di Natale sulle piattaforme online. Secondo quanto emerso dalla nuova ricerca di Kaspersky, infatti, il 74% dei nostri connazionali afferma che ha iniziato gli acquisti con il Black Friday mentre un altro 40% si scatenerà nelle spese all’ultimo minuto, a caccia di offerte imperdibili.

Opzioni alterative rispetto ai negozi fisici

“Nel tentativo di godersi il Natale nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e non rinunciare ai regali” riporta una nota, “gli italiani stanno orientando i propri acquisti verso opzioni alternative rispetto ai negozi fisici. Infatti il 67% degli intervistati ha dichiarato di voler di fare online la maggior parte dei propri acquisti di Natale. Il 20%, invece, ha affermato addirittura di voler fare online tutti gli acquisti legati al Natale, nonostante lo shopping online non rientri tra le loro abitudini”. Un altro aspetto interessante che emerge dalla ricerca è che la maggior parte degli italiani, nonostante la situazione economica difficile che sta vivendo tutta l’Europa, non ridurranno il budget destinato ai regali. Sono infatti il 38%, circa un terzo, i nostri connazionali che hanno affermato di voler abbassare la spesa per i doni.

Più affari, più rischi

Lo studio, inoltre, avverte che in concomitanza delle pioggia di offerte online aumenta contestualmente anche il numero di rischi in cui si può incorrere, come truffe e siti fraudolenti. Eppure, nonostante la consapevolezza del pericolo, solo il 18% degli italiani non intende cedere i propri dati personali per ottenere uno sconto. “Da sempre il Natale rappresenta un evento importante per molte persone e quest’anno, molto probabilmente, lo sarà ancora di più. Le persone hanno bisogno di compensare, almeno in parte, i disastri che la pandemia ha causato durante il 2020. È ragionevole, quindi, pensare che per rimanere al sicuro e approfittare di qualche offerta, la maggior parte degli utenti quest’anno sceglierà di fare acquisti online. Andrebbe tenuto in considerazione, però, che tutto ciò che attira l’attenzione delle masse inevitabilmente richiama anche quella dei cybercriminali”, ha commentato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky. Tra i consigli per non incorrere in fregature, ci sono quelli di comprare solo da store online verificati, di controllare sulla barra degli indirizzi del browser che il sito sia autentico e protetto, di verificare che ci sia il lucchetto o il codice HTTPS, di completare l’acquisto tramite metodi di pagamento sicuri, di verificare lo offerte e soprattutto di aggiornare i software e le applicazioni di tutti i dispositivi e proteggerli con un software di sicurezza affidabile.

Facebook lancia Dating, l’app per trovare l’anima gemella

Facebook lancia in Europa Dating, la sua app per gli incontri, e con un bacino potenziale di oltre 2 miliardi e mezzo di utenti mondiali sfida Tinder e le altre app per cuori solitari. Il nuovo strumento, preannunciato da Facebook nel maggio 2018, è stato testato in vari Paesi del mondo e ora è già attivo in 20 nazioni, dove ha registrato 1,5 miliardi di match, ovvero di abbinamenti amorosi. Il colosso californiano porta così in 32 Paesi europei, compresa l’Italia, il suo Facebook Dating, uno spazio a sé stante all’interno dell’app Facebook, dove gli utenti maggiorenni interessati potranno attivarne le funzioni creando un profilo a parte, e i loro contatti sul social non ne saranno informati.

Le funzioni per cercare l’anima gemella

Dating è gratuito, e offre una serie di funzioni per cercare l’anima gemella. L’utente potrà condividere all’interno di Dating le sue Storie di Facebook e di Instagram, e anche aggiungere gli Eventi e i Gruppi per entrare in contatto con persone che condividono i suoi interessi. Con la funzionalità “Passioni segrete” potrà poi stilare una lista contenente fino a nove nomi di persone con cui è già amico su Facebook e Instagram, e a cui è “segretamente” interessato. Se una di queste persone farà lo stesso, si creerà un abbinamento. Una volta avvenuto il match, si potrà avviare una videochiamata, riporta Ansa.

“Amici” esclusi dai suggerimenti per i march 

L’iscrizione a Dating però non verrà condivisa con i contatti dell’utente, ma rimarrà “segreta”. “Non suggeriremo gli attuali amici di Facebook come potenziali partner, né invieremo loro una notifica per comunicare la tua presenza su Dating – sottolinea la società di Mark Zuckerberg in un comunicato -. Ad esempio, il tuo profilo Dating, i tuoi messaggi e le persone a cui sei interessato/a o con cui sei entrata/o in contatto su Dating non appariranno nel tuo News Feed”.

Più semplice mostrare chi si è realmente

“Con Facebook Dating è più semplice mostrare chi si è realmente e allo stesso tempo conoscere gli altri in modo più autentico”, scrive ancora Facebook. Le funzioni presenti su Dating sono simili a quelle dei social più famosi targati Zuckenberg, come le Storie: “se scegli di condividere le tue Storie Facebook e Instagram sul tuo profilo Dating, potrai mostrare chi sei, al di là delle parole, e conoscere meglio gli altri, sia prima che dopo il match”.

Con gli Appuntamenti Video, invece, una volta effettuato il match fra le due persone, si potrà dare avvio a una videochiamata. “Prima di accedere alla videochiamata, la persona riceverà una notifica di invito e se accetterà, potrete cominciare a conoscervi meglio – specifica la piattaforma -. Il tuo nome e la tua foto profilo Dating verranno mostrati non appena partirà la videochiamata”.

Nel 2021 il 16% degli occupati lavorerà da casa

Nel 2019 i lavoratori in smart working nelle imprese private in Italia erano meno di un milione. Prima del Covid-19 in Italia il lavoro agile era un fenomeno di nicchia, l’azienda decideva se renderlo disponibile in base alle necessità e alle policy di welfare aziendale. Di fatto, con l’emergenza sanitaria da Covid-19 il modello organizzativo del lavoro è stato al centro di un cambiamento importante: in poco più di due mesi si è registrato un passaggio dal 3% al 34% di lavoratori in modalità remote working.

Si tratta di uno dei dati emersi dall’Osservatorio The World after Lockdown, curato da Nomisma e Crif.

Il fenomeno dello smart working in Italia 

Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria la percentuale di lavoratori “agili” è cresciuta fino al 34% sul totale degli occupati (circa 7 milioni di lavoratori), per la maggior parte nel settore privato e circa 2 milioni nella PA. Con la progressiva riapertura delle attività produttive, a partire dalla metà di maggio a oggi, la quota di lavoratori da remoto si attesta al 24%, con 1 milione di smart worker nella PA e 4 milioni nel settore privato. Ma parlare di smart working, ossia lavoro agile, con organizzazione autonoma e mansioni scansionate per obiettivi, in realtà è fuorviante. Infatti il 97% di chi ha lavorato da remoto lo ha fatto da casa, mantenendo stessi orari e stessi ritmi del lavoro in sede. Complessivamente solo il 9% (prevalentemente nella fascia under 30) si è connesso almeno una volta da un locale pubblico o uno spazio di co-working

Il profilo del lavoratore “agile”

La quota di chi oggi lavora in smart working cresce tra i Millennials, passando da 24% a 27%, al Nord (27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud) e tra le lavoratrici (27% contro il 22% degli uomini). La propensione allo smart working è più forte nelle aziende più grandi: è 31% la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti, contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti, e nelle multinazionali, dove la quota di chi lavora in remoto arriva al 53%, e in ambito pubblico (44%). Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono Informatica e Telecomunicazioni, dove la quota di telelavoratori si alza fino al 56%.

Previsioni per il futuro

Per il 2021 Nomisma stima che il 16% dei lavoratori italiani svolgerà ameno una giornata di lavoro da remoto. È opinione comune che il lavoro agile tenderà a diventare un fenomeno strutturale, il che dovrà comportare un forte cambiamento in tutti i soggetti coinvolti, lavoratori, imprese, istituzioni e sindacati. Il primo passo verso uno smart working più efficace riguarda la formazione. Il 74% degli italiani evidenzia l’imminente necessità di ricevere una formazione sulle potenzialità dello smart working e sulla digitalizzazione del lavoro. Ma perché sia una vera opportunità dovrebbe essere modulato lasciando al lavoratore stesso la possibilità di decidere se, quando e dove effettuarlo.

Scuola a distanza? No grazie, il 57% dei ragazzi vuole tornare in classe

Finalmente le scuole hanno riaperto, e dopo sei mesi dalla chiusura le preoccupazioni e i dubbi sulla nuova normalità della didattica non smettono di accendere le polemiche. Ma i ragazzi non hanno dubbi, la scuola è meglio in presenza. Il 57% degli studenti, insomma, manifesta il desiderio di tornare in classe. La conferma arriva dai risultati di un’indagine condotta da Studenti.it, il sito gestito direttamente dagli studenti italiani che offre vari servizi e informazioni a tema scolastico. La ricerca ha coinvolto 18.150 ragazzi delle scuole superiori di 1° e 2° grado, con l’obiettivo di mettere a fuoco cosa pensano, come vivono questo momento di ritorno a scuola dopo la pandemia, e se e come cambieranno le loro abitudini.

Una conclusione anomale per l’anno scolastico 2019-2020

La conclusione dell’anno scolastico 2019-2020 è stata anomala: solo il 30% degli intervistati ha dichiarato che nella propria classe ci sono stati bocciati o rimandati. Non sembrano esserci state grandi lacune o necessità di recuperare, dunque, visto che solo il 38% degli istituti ha organizzato corsi di recupero.

Nell’anno scolastico 2018-2019, invece, i corsi di recupero sono stati organizzati in tutte le scuole, a fronte di un 21% di studenti rimandati a settembre e di un 6,8% di bocciati.

C’è voglia di normalità

Ma ora che le scuole hanno riaperto i portoni c’è voglia di normalità. Secondo gli intervistati la didattica a distanza non è un’opzione gradita, perché manca il contatto con i compagni e con i professori, elemento fondamentale nella vita degli studenti. Il 66% ritiene addirittura che la didattica online sia penalizzante, perché i problemi di connessione e gli strumenti informatici non sempre adeguati hanno reso faticosa e non ottimale l’interazione tra studenti e docenti.

I banchi a rotelle non sono la giusta soluzione al distanziamento

Sulla questione dei banchi a rotelle, per la maggioranza dei ragazzi che hanno risposto al sondaggio (86%), questi potrebbero essere fonte di un uso improprio da parte degli studenti stessi, e quindi di ulteriori problemi. Per il restante 14%, invece, i banchi singoli rappresentano una buona soluzione a garanzia del distanziamento, riferisce Italpress. La maggioranza dei ragazzi, inoltre, afferma che non cambierà le proprie abitudini per recarsi a scuola. Secondo la ricerca, il 23% troverà un modo alternativo di spostarsi rispetto al periodo pre Covid, mentre il 77% continuerà a utilizzare gli stessi mezzi di trasporto. Di questi, il 40% userà i mezzi pubblici, il 32% si sposterà in automobile, il 18% andrà a scuola a piedi, il 4% con il motorino, e il 6% con la bicicletta o il monopattino.

Smart working, per continuare così gli italiani cambierebbero addirittura lavoro

Lo smart working ha conquistato gli italiani, che per la prima volta si sono approcciati in modo massiccio a questa modalità di lavoro. Così a settembre, quando si tornerà dalle vacanze estive – per chi ha potuto concedersele – moltissimi nostri connazionali si troveranno anche a dover affrontare lo scoglio del rientro in ufficio, abbandonando le postazioni allestite a casa.

E le preoccupazioni, insieme alla tristezza, non mancano. A rilevare questo sentimento diffuso è una ricerca di Wyser, società internazionale di Gi Group che si occupa di ricerca e selezione di profili manageriali, effettuata per scoprire il mood degli italiani rispetto al termine dello smart working.

Timori legati alla sicurezza e paura della nuova routine

Tra le principali preoccupazioni espresse dai nostri connazionali in merito al ritorno in sede spicca quella del mancato rispetto delle normative vigenti in fatto di sicurezza, segnalata da oltre il 30% degli intervistati. Un altro 32% teme la possibilità di un secondo lockdown, però esiste anche un 80% di ottimisti che afferma di fidarsi della capacità della propria azienda di dotarsi delle necessarie misure anti virus.

A casa si sta bene

In base ai dati raccolti nella survey, riporta AdnKronos, si scopre che oltre il 70% dei lavoratori vorrebbe che lo smart working continuasse a essere parte integrante della nuova vita lavorativa, anche in misura minore. Un approccio flessibile da parte delle organizzazioni è sempre più richiesto dai candidati e manager, per cui non stupisce che l’interruzione del lavoro da casa potrebbe essere per molti un fattore determinante nella scelta di cambiare lavoro. Per molti, quindi, il rientro alla normale routine sarà traumatico perché a casa si sta bene. Il 50% troverà pesante ritornare ad affrontare la solita vita lavorativa, tra i mezzi pubblici affollati e il traffico sulle strade, mentre il 30% soffrirà il trantran mattutino con la sveglia anticipata e il pensiero dell’abbigliamento. Passare fuori casa la maggior parte delle ore della giornata, come era norma fino allo scorso gennaio, sarà fonte di grande disagio per un lavoratore su 3 (33,3%) e dover continuamente prestare attenzione e rispettare le limitazioni e le misure vigenti renderà meno piacevole e spontaneo interagire con gli altri (19,2%). L’aspetto positivo sarà invece riprendere i rapporti interpersonali: il 52,6% ha sofferto infatti la mancanza della socialità nella quotidianità lavorativa e il 20,5% non vede l’ora di spegnere Zoom e tornare a confrontarsi di persona e avere occasioni di networking (9,6%).

Una comunicazione chiara e trasparente

“Ritengo che una comunicazione chiara e trasparente – ha commentato Carlo Caporale, amministratore delegato di Wyser – tra azienda e dipendenti sia imprescindibile in questo momento più che mai, così come delle misure di welfare per rendere meno impattante sulla psiche e sulla routine dei lavoratori questa nuova fase. Purtroppo, come risulta dalla nostra ricerca, solo un’azienda su tre ha comunicato, a oggi, quali iniziative saranno adottate a tale scopo: l’ideale sarebbe diramare ogni tipo di informazione utile entro il periodo di ferie o di chiusura. Sarà compito dei team leader lavorare sodo per trovare la quadra, con attività di team building e occasioni di convivialità e svago”.

Pubblicità, sale la fruizione, ma calano i ricavi

 

A causa dell’emergenza covid-19 nel 2020 il mercato pubblicitario varrà poco più di 7 miliardi di euro, il dato peggiore da almeno 15 anni. Dalla TV a Internet, dalla Radio alla Stampa e all’Out of Home tutte le componenti subiranno un calo a doppia cifra. In particolare, l’Internet advertising in Italia calerà del 14%, e sempre a causa dell’emergenza quest’anno la raccolta scenderà a 2,8 miliardi di euro, un valore inferiore a quello registrato nel 2018.

Nell’ambito del Display advertising, invece, rispetto al 2019 si prevede che quest’anno la raccolta pubblicitaria dei video scenderà del 12%, e quella dei Banner del 15%, condizionata soprattutto dalle logiche di Brand Safety delle aziende.

Il 59% degli italiani ha usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento

In diminuzione poi anche la raccolta derivante dall’acquisto di spazi sui motori di ricerca (-14%) e sui portali di eCommerce e Classified advertising (-21%).

Si tratta dei dati raccolti dalla ricerca BVA Doxa per l’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano. Che riguardo alla fruizione dei contenuti nei primi mesi del 2020, anche a causa del lockdown, rileva come il 59% degli italiani abbia usufruito di almeno un servizio video on demand a pagamento (SVOD) in streaming, e il 20% abbia utilizzato contemporaneamente tre o più abbonamenti. Tuttavia, la percentuale di chi ha intenzione di mantenere attiva la sottoscrizione a più di due piattaforme anche nel post-emergenza cala al 12%.

Il covid-19 mina la crescita del mercato pubblicitario online

Nel 2020 anche il canale Internet, seppure in maniera più contenuta rispetto ad altri mezzi, segnerà per la prima volta nella sua storia una decrescita. La stima per quest’anno, infatti, è di un calo almeno del 14% e il valore potrebbe scendere al di sotto della raccolta del 2018, quando toccava quota 2,8 miliardi di euro. Le restrizioni che hanno imposto agli italiani di rimanere in casa hanno però contribuito a modificare alcuni comportamenti abitudinari degli utenti nella fruizione dei Media, in particolare, dei contenuti Video. Il device centrale per vedere questi contenuti rimane il televisore. Il tempo speso su questo dispositivo per fruire dei servizi on demand cresce (passando dal 52% al 55% del tempo complessivo), rimane costante su PC (22%), mentre cala su smartphone e tablet.

Cresce la propensione a fruire di contenuti video creati dagli utenti comuni

Per quanto riguarda in particolare i video fruiti tramite YouTube, dall’analisi emerge come gli utenti propendano sempre di più per contenuti creati dagli utenti comuni (UGC, scelta principale per il 62% degli intervistati) o video prodotti da youtuber o influencer (21%). Solo il 17% si affida principalmente a video editoriali/televisivi. Il quadro cambia se si analizzano le coordinate generazionali: youtuber e influencer sono molto più rilevanti per i Millennials (39%, contro il 5% dei Baby Boomers). Viceversa, i video editoriali sono la scelta principale per il 24% della fascia più anziana.